Anche se il comune padre Dante ricorda che “poca favilla gran fiamma seconda”, non avrei mai immaginato che la lettera pubblicata su Pensalibero circa la titolazione del II Circolo didattico di Scafati a Ferdinando II di Borbone avrebbe suscitato un vespaio. Ma la polemica che ne è derivata, che al momento mi vede solo nella replica ai sostenitori della presenza di una identità meridionale contrapposta ad una identità subalpina, può essere utile a chiarire il mio pensiero strumentalmente incompreso ma più ancora le idee a chi, per scelte emotive, resta tetragono ad un’interpretazione storica degli accadimenti postunitari.
Ripromettendomi in altra occasione una replica altrettanto seriosa alla sorridente e garbata provocazione dell’Abate Galiani, al premuroso invito del napoletano Angelo a non dire stupidaggini, all’altezzosa esortazione a non farmi irretire nel mito risorgimentale rivoltami dal dott. Giovanni Salemi ed alla supponente ricostruzione del dott. Roberto Della Rocca [esponenti di primo piano del neoborbonismo meridionale, ove non siano omonimi che in data 2 ottobre 2010 hanno introdotto il 3° Congresso dei Comitati delle due Sicilie ed in data 5 febbraio 2011 hanno portato il saluto al XIX Convegno Tradizionalista di Gaeta, nei quali è autorevolmente intervenuto anche il Dirigente Scolastico Giannone, che debbo perciò presumere bene inserito nei quadri del movimento], questa nota, anche se in qualche modo indirettamente risponde loro, vuole essere un riscontro alla domanda che, facendo riferimento agli scritti apparsi su Pensalibero ma usando in proprio il sito dell’istituzione, mi pone in una lettera a me indirizzata il Dirigente Scolastico del II Circolo Didattico di Scafati: “Lei da che parte sta?”
E’ una domanda per vero che io dovrei porgli, risultandomi del tutto incomprensibile come egli possa esclamare “Viva l’Italia” riportando sul sito della scuola, senza alcun contraltare di scrittori di opposto orientamento, passi di autori borbonici e neoborbonici affermanti che “il Risorgimento … non è mai esistito”, che “la rivoluzione italiana … fu consapevolmente voluta e pianificata da chi del popolo raramente si interessava”, che Garibaldi “fu filibustiere, pirata dei mari e delle coste dell’America del Sud, privo di scrupoli, affarista spregiudicato….”, che Cavour “disse il fine giustifica la corruzione e l’Italia fu fatta”, che Vittorio Emanuele II forse non era figlio di Carlo Alberto; e mi fermo qua. Non mi pare certo che tali gladiatorie asserzioni, fatte acriticamente proprie dal Dirigente scolastico a prescindere dalla loro dubbia valenza storica, possano contribuire a rafforzare il sentimento unitario di cui si asserisce portatore, specie oggi che nel nord spira un seppur minoritario vento di secessione; piuttosto è facile arguire che, se si insiste in tal senso, possa innescarsi lo stesso fenomeno anche al sud, con conseguenze devastanti e deleterie per lo stesso Mezzogiorno d’Italia.
Non è invece difficile arguire che io sono dalla parte in cui il Dirigente dice a parole di essere, e dalla quale non sono i suoi colleghi di convegni cui immagino abbia segnalato gli articoli per averne autorevole soccorso; ma, volendo credere alla sua onestà intellettuale e riscontrando in lui comportamenti sicuramente incoerenti con la dichiarata consapevolezza che “l’Italia ce l’abbiamo” e con la manifestata volontà di “tenerla stretta”, debbo ritenere che quanto meno che le sue idee siano piuttosto confuse. E l’impressione si rafforza riandando al passo della sua missiva nel quale afferma che “non avevamo bisogno del Piemonte per unire l’Italia. Bastava aspettare ancora pochi anni”, restando mia inappagata curiosità conoscere come sarebbe stato possibile. Forse con l’invasione del settentrione d’Italia? O per una richiesta d’annessione da parte di Piemonte e Lombardia? O per la rinuncia di Pio IX al dominio temporale? Qui l’interpretazione storica cede ineffabilmente il passo alle suggestioni della fantasia.
Vero è che il Regno delle due Sicilie nel 1860 versava in una situazione economico sociale florida e migliore rispetto agli altri Staterelli dell’Italia preunitaria (per effetto della non belligeranza e di una oculata gestione amministrativa avviata da Ferdinando II di Borbone) e che la situazione finanziaria dello Stato sabaudo era disastrata (in dipendenza degli sforzi bellici sostenuti nelle guerre d’indipendenza ed in quella di Crimea); ma altrettanto vero è che, anche a causa della questione degli zolfi, esso era isolato nel contesto internazionale e che la centralità romantica dell’idea di Nazione, imprescindibile nell’Italia di quegli anni dalla forma liberale del governo, orientava lo sguardo verso il secondo. Eppure all’avvento di Ferdinando II vi era stata una iniziale luna di miele delle elites liberali con questo sovrano ed in tanti, dal meridione come da ogni parte d’Italia, guardavano a lui con speranza perché fosse guida ed artefice di un riscatto nazionale; ma egli, per ragioni certo meritevoli di rispetto di cui si vantò sin sul letto di morte, si era sottratto perdendo l’appuntamento con l’onda della storia.
Se si vogliono superare anacronistici steccati e portare rispetto alla verità storica questo riconoscimento dell’amministrazione assennata di Ferdinando II s’ha da fare, non dimenticandosi comunque che per i Borboni l’unità della patria non coincideva con la visione degli stessi patrioti meridionali, non fuoriuscendo dall’ambito del loro regno; ma, dal lato opposto, è altrettanto disdicevole la mistificazione delle motivazioni ideali unitarie della spedizione dei mille, dell’annessione e della repressione postunitaria. Non si dimentichi che gli esponenti della migliore cultura meridionale dopo il 1848 avevano trovato accoglienza, talora dopo rocambolesche vicende, in Piemonte (Crispi, Settembrini, De Sanctis, Spaventa, Scialoja, Mancini, etc.); e che essi, così come il Parlamento composto da deputati di tutte le regioni annesse, condivisero la proclamazione dell’unità nazionale. Né va sottovalutato che in una lettera del marzo 1861 il Cavour, a dimostrazione della volontà unificante e non colonizzatrice delle popolazioni annesse, si soffermava sulla necessità di “fondere” gli elementi che compongono l’Italia e di “accordare” il nord e il sud.
Le considerazioni ora esplicitate, sono tutte in nuce negli scritti pubblicati su Pensalibero. E mi sorprende la miopia di chi nega che esse siano espressive di spirito di tolleranza e di propensione al dialogo. Quanto al rispetto della libertà di esprimere un dissenso rispetto alle divergenti tesi, il Dirigente si rassicuri: per un verso non è nelle mie intenzioni né nelle mie possibilità di proporre la prigione, per altro verso la coartazione della libertà di pensiero è cessata in queste plaghe circa 150 anni fa, con la fine del suo amato Regno delle due Sicilie.
E’ per il particolare momento che attraversa il paese, nel clima secessionista che aleggia nella “nostra” (e per nostra mi consente di intendere mia e Sua, se non ha mentito circa il suo amor di patria) amata Italia unita, che mi è apparsa fuori luogo ed inopportuna la titolazione di una scuola a Ferdinando II di Borbone; e mi sorprende che, ove sia stata seguita correttamente la procedura prevista dalla Circolare Ministeriale 313/1980, prevedendosi per l’emissione del decreto dell’USP la previa delibera del Consiglio di Circolo, il parere del Collegio dei docenti e le valutazioni positive del Prefetto e della Giunta Comunale, tanto sia potuto accadere: ma, leggendo la chiosa al mio scritto molto informata del suo collega in borbonismo dott. Della Rocca, nella quale si fa riferimento ad un silenzio assenso della Prefettura, mi viene il sospetto che la procedura non sia stata completa ed addirittura possa mancare lo stesso decreto dell’USP di Salerno.
Ciò che invece mi appare francamente disdicevole è l’uso a dir poco disinvolto e personale che si è fatto di un sito istituzionale, per giunta di una scuola primaria i cui alunni devono misurarsi con l’alfabetizzazione e non certo con questioni di storia del Risorgimento, per propagandare veleni antiunitari.
Ma a dolermi è la constatazione dell’inefficienza palese dell’apparato statale che, nonostante l’impegno che va profondendo per la celebrazione dell’Unità, o tanto tollera o nemmeno se ne è accorto. Sicuramente se, a situazioni invertite, ciò fosse capitato nel Regno delle due Sicilie, il preside non se la sarebbe passata liscia; ma può essere tranquillo: i Borboni non regnano da 150 anni; e se ancora regnassero, si troverebbe dalla loro parte.
Giovanni Fiorentino
La lettera del Dirigente del II circolo Didattico di Scafati prof. Giannone
Avvocato Giovanni Fiorentino, lei da che parte sta? Io non l’ho capito. Io sto dalla parte dell’Italia. Io sono come lei un cittadino di vecchio stampo, ancora portatore di valori legati all’onore,alla Patria ed alla sua unità, al rispetto delle libertà fondamentali, alla tolleranza e al dialogo, ma non mi sembra che lei abbia tanto rispetto della libertà e che sia tanto tollerante. Vuole vedermi in prigione come ai vecchi tempi del ’61?
Noi poveri meridionali eravamo già Italiani prima dell’Unità da 700 anni e non avevamo bisogno del Piemonte per unire l’Italia. Bastava aspettare ancora pochi anni, ma il Piemonte non voleva l’Unità, ma solo diventare il padrone dell’Italia. La storia la conosciamo. Noi meridionali non inneggiamo “alla disunità d’Italia”, ci pensa qualcun altro del Nord a farlo. Noi siamo terroni perché siamo attaccati alla terra, noi siamo terroni perché amiamo l’Italia, perché l’Italia è stata fatta con il sangue dei meridionali e le baionette dei Piemontesi (del 1860).
Personalmente non ho mai pensato di inneggiare alla disunità d’Italia, questo è un pensiero partorito dalla sua mente. Dire la verità non è far la guerra all’Italia. Volete ancora chiuderci la bocca dopo 150 Anni di bugie? Le faccio così paura da scomodare il Presidente della Repubblica? Noi del Sud non vogliamo la secessione ma un’Unità fondata sulla verità storica e non su miti che non convincono più nessuno. Dopo 150 anni di storia temete ancora la verità? Ci volete ancora ignoranti meridionali? Dobbiamo ancora aspettare? L’Italia ce l’abbiamo e ce la teniamo stretta, noi, ma consentiteci di dire la verità e smettetela di trattarci da terroni.
“Non sarà che Vi siete indignato perché la protesta l’ha fatta un preside del sud borbonico e si pensa bene di reprimere ogni cosa perché quelli del Sud non hanno il diritto di protestare? A me è venuto questo dubbio. I poveri “terroni” devono tenere il capo chino e farsi fare ogni cosa senza fiatare? Dopo che ai miei poveri concittadini del sud hanno tolto la patria, il loro Re e la loro ricchezza culturale ed economica è consentito almeno capire come andarono veramente i fatti? E’ un reato voler capire la storia?”

Chiedo l’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare (composta non solo da politici ma anche da storici, economisti di indubbia indipendenza di giudizio) riguardante il Sud Italia da quando diventò una colonia piemontese fino ai giorni nostri.