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Gaza: l’occupazione un metro alla volta

Israele non intende ritirarsi e anzi punta ad estendere l’occupazione nella Striscia di Gaza. Lo ha annunciato pubblicamente Benjamin Netanyahu durante un incontro con i giornalisti, dichiarando di aver ordinato all’esercito israeliano di prendere il controllo del 70% dell’enclave. La mossa – che costituisce una violazione del cessate il fuoco e dell’Accordo di pace in 20 punti siglato a ottobre 2025, ma costantemente disatteso, rischia di aggravare una crisi umanitaria già devastante. D’altra parte, che i vertici di Tel Aviv non avessero alcuna intenzione di ripiegare era ormai chiaro. In base all’accordo di tregua, le forze israeliane si erano attestate lungo una cosiddetta ‘linea gialla’ che conferiva a Israele il controllo diretto del 53% della Striscia. Da allora, quella linea è stata sistematicamente spostata verso ovest, restringendo lo spazio vitale dei palestinesi un metro dopo l’altro.

di Alessia De Luca | 30 Maggio 2026

Israele non intende ritirarsi e anzi punta ad estendere l’occupazione nella Striscia di Gaza. Lo ha annunciato pubblicamente Benjamin Netanyahu durante un incontro con i giornalisti, dichiarando di aver ordinato all’esercito israeliano di prendere il controllo del 70% dell’enclave. La mossa – che costituisce una violazione del cessate il fuoco e dell’Accordo di pace in 20 punti siglato a ottobre 2025, ma costantemente disatteso, rischia di aggravare una crisi umanitaria già devastante. D’altra parte, che i vertici di Tel Aviv non avessero alcuna intenzione di ripiegare era ormai chiaro. In base all’accordo di tregua, le forze israeliane si erano attestate lungo una cosiddetta ‘linea gialla’ che conferiva a Israele il controllo diretto del 53% della Striscia. Da allora, quella linea è stata sistematicamente spostata verso ovest, restringendo lo spazio vitale dei palestinesi un metro dopo l’altro. Nella conferenza stampa da un insediamento della Cisgiordania, il premier, che sta lottando per la sua sopravvivenza politica in vista delle elezioni, ha illustrato la portata degli obiettivi territoriali di Israele: “Attualmente a Gaza – ha detto – controlliamo il 64% del territorio e il mio obiettivo è arrivare al 70%”. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha aggiunto che l’obiettivo finale è che un gran numero di palestinesi lasci Gaza attraverso quella che ha definito “migrazione volontaria”, ma che gli attivisti per i diritti umani descrivono come un piano strutturato di pulizia etnica, perseguito rendendo le condizioni di vita progressivamente intollerabili.

Gaza: crisi senza fine?

Intanto, la situazione nella Striscia resta drammatica. Gli abitanti vivono tra le migliaia di ordigni inesplosi presenti sul territorio e 61 milioni di tonnellate di detriti provocati dai bombardamenti e mai rimossi. Circa l’80% degli edifici è distrutto o danneggiato, costringendo gran parte della popolazione a vivere in tende improvvisate. L’acqua potabile del territorio è inquinata poiché il 90% del sistema idrico della Striscia è stato danneggiato o abbattuto – e il settore agricolo è quasi completamente distrutto. Ci sono migliaia di persone che hanno subito amputazioni e necessitano di protesi e riabilitazione, migliaia con danni permanenti all’udito, ustioni e che necessitano di cure specialistiche ma che non possono lasciare l’enclave. L’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (Unrwa), una delle poche realtà assistenziali ancora operanti nella Striscia, segnala un drastico aumento di infezioni, morsi di topi, casi di varicella e di diarrea sia nei bambini sotto i cinque anni che negli adulti. E la rappresentante dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms nei Territori Palestinesi Occupati, Renee Van de Weerdt, ha affermato che le già difficili condizioni di vita sono aggravate dal blocco delle forniture mediche essenziali da parte di Israele. Nonostante il cessate il fuoco, gli operatori sanitari presenti sul territorio hanno osservato un aumento del 20% dei ricoveri per malnutrizione tra gennaio e aprile 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025.

E il Board of Peace?

Intanto. Il “Master Plan” per Gaza, il progetto di ricostruzione annunciato in grande stile da Donald Trump durante la cerimonia di firma al Forum di Davos, si è arenato prima ancora di iniziare. Le casse del ‘Board of Peace’ sono vuote e l’organizzazione si trova bloccata in un limbo legale e politico. A decretarne il fallimento, riferisce il Financial Times, sarebbe stata soprattutto una questione di trasparenza: la scelta di non raccogliere le donazioni attraverso il fondo gestito dalla Banca Mondiale, approvato dall’Onu e soggetto a obblighi di rendicontazione ma tramite un conto privato presso JPMorgan. Due persone a conoscenza della pianificazione per il dopoguerra a Gaza hanno riferito che “non un dollaro è stato effettivamente stanziato per la ricostruzione, nemmeno dal Dipartimento di Stato americano, che, pur sedendo nel Consiglio come uno dei membri, ha scarso peso. L’intera organizzazione, infatti, ha più i contorni di un progetto personale del presidente che di un organismo multilaterale. Non esiste una clausola di scadenza per la presidenza di Trump, né alcun meccanismo per trasferire l’autorità a un successore, cosa che comunque il presidente Usa non ha mostrato alcuna intenzione di fare. Paradossalmente, anche dopo aver lasciato la Casa Bianca, Trump potrebbe avere l’ultima parola assoluta su una delle operazioni di riqualificazione più importanti dell’intero Medio Oriente.

Modello Cisgiordania: dipendenza senza sovranità?

È in questo vuoto politico e istituzionale, che l’assenza di una prospettiva sostenibile per la popolazione palestinese si rende più amnifesto. “È importante ricordare che la comunità internazionale ha già ricostruito Gaza quattro volte dal 2007 e dovrebbe evitare di sprecare altro denaro. “Il circolo vizioso di guerra-ricostruzione-nuova guerra deve essere spezzato, ma ciò avverrà solo quando saranno risolte le cause profonde del conflitto e i giovani palestinesi potranno trovare lavoro, speranza e dignità” osserva un’analisi del think tank Brookings. Al contrario, però, il ‘Master Plan’ per Gaza non punta all’autonomia economica palestinese: il modello prevede investimenti speculativi per lo più stranieri – villaggi turistici, isole artificiali offshore, megaprogetti finanziati da donatori privati in cui però reti energetiche e catene di approvvigionamento sono vincolate al sistema israeliano. In questo senso, il piano non contribuirebbe affatto a costruire un’economia locale autosufficiente, ma a replicare un modello simile a quello già esistente in Cisgiordania, dove la manodopera palestinese è integrata nell’economia israeliana, generando reddito senza autonomia. Alla fine, si tratta di “eliminare la presenza palestinese a Gaza” osserva Sara Roy, ricercatrice associata presso l’Harvard Center for Middle Eastern Studies – eliminando Gaza come centro della resistenza e ponendo fine all’intero progetto politico palestinese di cui Gaza è la chiave”.

Il commento

Di Valeria Talbot, Head, Osservatorio MENA, ISPI

“Mentre l’attenzione internazionale è puntata sull’Iran e sullo Stretto di Hormuz, a Gaza la situazione rimane catastrofica. Nonostante il cessate il fuoco, le bombe israeliane continuano a mietere vittime tra i civili palestinesi, gli aiuti umanitari e alimentari scarseggiano e oltre due milioni di persone si trovano a vivere in condizioni estremamente precarie in spazi ridotti e devastati dalla guerra. La decisione del premier Netanyahu di ordinare l’occupazione del 70% della Striscia di Gaza è destinata ad aggravare ulteriormente la crisi. Presentata come misura di sicurezza contro Hamas, l’espansione territoriale israeliana appare però sempre più come una strategia di controllo permanente cui si accompagnerebbe un piano di migrazione su larga scala dei palestinesi dalla Striscia “al momento giusto e nel modo giusto.”

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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