
Quello andato in scena in queste ore a Evian les Bains, in Francia, ha tutta l’aria di un corteggiamento ben riuscito. Donald Trump è arrivato all’Hotel Royal, dove era in corso il vertice del G7, galvanizzato dall’accordo con Teheran, che ha definito “magnifico” e un “punto di svolta per l’intero Medio Oriente”. Nessuno ha preferito contraddirlo anche se è chiaro c’è ancora molto lavoro da fare. La riapertura dello Stretto di Hormuz e la fine (se di fine si tratta) dei bombardamenti nella regione, è anche nell’interesse degli europei. Ma plaudire al memorandum e riavvicinare il presidente americano risponde a un altro obiettivo: rifocalizzare la sua attenzione verso un fronte cruciale per l’Europa, quello ucraino. Per settimane il conflitto in Iran ha oscurato quello di Kiev. In Alta Savoia, gli alleati di Washington hanno lavorato per spingere l’Ucraina di nuovo in alto nell’agenda di Donald Trump. E in parte ci sono riusciti. Dopo aver incontrato Volodymyr Zelensky a margine del vertice e aver visto le immagini della cattedrale della Dormizione in fiamme dopo un raid russo, il presidente americano ha dichiarato ai giornalisti che “è giunta ora che Mosca faccia un accordo” e che farà “tutto ciò che è in suo potere” per fermare il conflitto. Trump si è anche impegnato a ripristinare le sanzioni sul petrolio russo, sospese durante la guerra nel Golfo per contenere l’inflazione. “Potremo farlo perché ora il petrolio scorre liberamente” ha detto. È uno spiraglio abbastanza ampio per alimentare le speranze europee.
Una strategia efficace?
La strategia europea a Evian è chiara. Emmanuel Macron, padrone di casa e presidente di turno del G7, l’ha sintetizzata in una frase: “Gli europei stanno attualmente fornendo quasi il 100% degli aiuti all’Ucraina. È importante che i nostri altri partner del G7, e in particolare gli Stati Uniti, continuino a fare la loro parte, o che almeno non indeboliscano la loro posizione verso l’Ucraina”. Una pressione cortese ma inequivocabile. Sul fronte finanziario, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ricordato che l’Ue “ha formalizzato ad aprile un prestito da 90 miliardi di euro a Kiev”, destinato a coprire i due terzi del fabbisogno finanziario e militare dell’Ucraina fino alla fine del 2027. Il terzo rimanente, circa 52 miliardi di dollari rimane scoperto, e von der Leyen ha chiesto esplicitamente ai partner del G7 di colmarlo. La presidente della Commissione ha avuto un incontro bilaterale con Zelensky, appena un giorno dopo l’apertura del primo ciclo di negoziati per l’adesione all’Unione. Il leader ucraino aveva ribadito la sua richiesta per un’adesione accelerata, sollevando però dubbi in varie cancellerie europee.

Trump firma il sostegno a Kiev?
La dichiarazione congiunta adottata mercoledì al termine del vertice mostra un’unità di intenti che, in questo momento, non era affatto scontata: il fatto che Trump abbia firmato il documento insieme agli altri leader è stato letto come un segnale positivo e per nulla scontato. Il testo ribadisce il sostegno “incrollabile” all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, impegna i leader ad aumentare la fornitura di sistemi di difesa aerea, intercettori e capacità a lungo raggio, e segnala la disponibilità a sostenere la produzione militare autonoma di Kiev attraverso accordi di licenza. Su quest’ultimo punto, Zelensky ha riferito a Reuters di aver sollevato direttamente la questione con Trump in un incontro definito “molto buono”, precisando che l’Ucraina avrebbe bisogno di licenze per produrre missili che attualmente vengono prodotti solo negli Stati Uniti e auspicando che “il presidente Trump voglia dire sì”. Un’apertura, non ancora una garanzia. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha intanto dichiarato che Zelensky potrebbe recarsi a Mosca per colloqui, a condizione di essere pronto a discussioni “responsabili e serie”: formula che segnala l’assenza di reale disponibilità negoziale da parte russa.
Un bilancio in chiaroscuro?
Il summit di Evian ha riportato l’Ucraina al centro dell’agenda atlantica, ma non ha risolto il problema di fondo: l’Europa si sobbarca il peso del conflitto, l’America ne conserva le leve. Per questo, il bilancio reale del vertice si misurerà nelle prossime settimane quando le sanzioni sul petrolio russo dovrebbero tornare in vigore e le licenze per i missili potrebbero essere concesse. In altre parole, quando Trump, con il dossier Iran (forse) meno urgente, dovrà decidere se dar seguito alle parole con i fatti. L’ex primo ministro ucraino Arseniy Yatsenyuk, intervistato da Euronews, ha nel frattempo ammesso che “l’immagine data dal G7 è molto migliore del previsto” e che Mosca, che sperava di sfruttare le divisioni tra i leader occidentali e Zelensky, non è riuscita nel proprio intento. “Questo G7 è un momento di risveglio strategico” ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron dopo la cena di gala dei leader, sottolineando che le decisioni prese a Evian sono state sostenute da tutti i membri del G7, compresi gli Stati Uniti. Per ora, il corteggiamento ha funzionato. I frutti andranno raccolti – auspicabilmente – nelle prossime settimane e mesi.
Il commento
Di Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor
“C’era preoccupazione per il possibile andamento del G7 a Evian, visti i precedenti di Trump e il clima creato dalla guerra all’Iran. Ma l’accordo appena raggiunto fra Washington e Teheran, unito all’impegno europeo a contribuire allo sminamento e al pattugliamento di Hormuz, ha disteso l’atmosfera e facilitato il comunicato congiunto finale. Il vertice era anche l’ultimo incontro fra i leader europei e il presidente americano prima del summit NATO ad Ankara, il 7-8 luglio, anche per il quale c’è preoccupazione. Di qui, anche, i toni concilianti degli europei, intesi a prevenire un’altra crisi transatlantica e a coinvolgere di nuovo Trump sul dossier ucraino”.
Alessia De Luca

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