
Donald Trump è ripartito da Pechino, dopo un vertice di due giorni con il presidente Xi Jinping portandosi dietro sorrisi e strette di mano ma pochi risultati concreti. Il presidente americano, insolitamente compiaciuto e persino deferente nei confronti dell’omologo cinese, ha tessuto le lodi del suo omologo, usando ripetutamente l’aggettivo “bellissimo” per descrivere la Cina e il cerimoniale organizzato per accoglierlo. Ma a parte gli accordi commerciali – la cui reale portata andrà valutata – non sembra aver ottenuto impegni formali attorno ai grandi temi – dalla guerra nel Golfo alla competizione sui semiconduttori e l’Intelligenza Artificiale – che aleggiavano sul tavolo del vertice. Ciò che rimarrà impresso nella memoria di questo viaggio è il cupo avvertimento di Xi di “scontri e persino conflitti” tra le grandi potenze se la questione di Taiwan non verrà gestita “nel modo giusto” e l’incapacità di Trump di reagire, neppure ribadendo la tradizionale ambiguità strategica degli Usa sull’argomento. Certo il suo silenzio non ha alienato i suoi ospiti né ha fatto saltare la loro fragile tregua commerciale, ma per Taipei suona carico di significato. Trump può rivendicare accordi poco entusiasmanti con Pechino per l’acquisto di carne, soia e 200 aerei Boeing statunitensi, e afferma di aver concordato con Xi che l’Iran “non dovrà mai dotarsi di armi nucleari”. Ma a visita conclusa si ritrova a fare i conti con lo stallo sullo Stretto, e indici di gradimento in calo in vista delle cruciali elezioni di medio termine. Quanto al resto del mondo – osserva Reuters – “l’esito del vertice pare inequivocabile: una potenza in ascesa a est e una in declino a ovest”.

Per Trump: un magro bottino?
A Pechino, Donald Trump ha mostrato di anteporre gli affari alla strategia. Funzionari statunitensi hanno affermato di aver raggiunto accordi per la vendita di prodotti agricoli, carne di manzo e soia e di aver compiuto progressi nella creazione di meccanismi per gestire gli scambi commerciali futuri. Tuttavia, i dettagli in circolazione sulle intese raggiunte sono scarsi e non si intravedono segnali di una svolta capace di impressionare i mercati Al contrario, lo stesso annuncio sull’ordine di 200 aerei Boeing — il primo acquisto cinese di velivoli commerciali americani da quasi un decennio — si è rivelato un boomerang: essendo ben al di sotto dei circa 500 previsti alla vigilia, il titolo ha perso oltre il 4% in borsa. Trump se n’è andato anche senza una soluzione ufficiale al problema dell’approvvigionamento di terre rare, che affligge le relazioni bilaterali da quando la Cina ha imposto controlli sulle esportazioni in risposta alla raffica di dazi di Trump nell’aprile del 2025. Nei due giorni di vertice, i media statali cinesi non hanno menzionato la questione nemmeno una volta; né è stato deciso se prorogare la tregua commerciale oltre la sua scadenza, fissata a fine anno. Un’estensione che, secondo diversi analisti, sarebbe “il parametro minimo” per parlare di successo.
Per Xi una vittoria ai punti?
Se per Trump il bicchiere è mezzo vuoto, Pechino può rivendicare un risultato di portata notevole. La Cina si è presentata al vertice non più come principale antagonista degli Stati Uniti, ma come pari grado con cui condividere la gestione degli equilibri globali. E le parole di Xi sulla ‘trappola di Tucidide’ hanno dominato per 24 ore le analisi dei principali think tank ed esperti di geopolitica. Inoltre, le osservazioni del presidente cinese secondo cui una gestione “inadeguata” di Taiwan, rivendicata da Pechino, potrebbe portare a un conflitto, hanno rappresentato un avvertimento forte, se non senza precedenti, durante un vertice che per il resto è apparso amichevole e rilassato. Questo non significa che la Cina si trovi in una posizione priva di vulnerabilità. La crisi immobiliare interna, il rallentamento della crescita, l’invecchiamento demografico e la fuga di capitali continuano a rappresentare fattori di pressione significativi per il Partito Comunista. Tuttavia, Pechino sembra oggi più preparata a sostenere una competizione di lungo periodo rispetto agli anni della prima guerra commerciale trumpiana.
L’Europa fuori dalla stanza?
Per l’Europa, osservatrice interessata, l’incontro di Pechino è l’ennesimo campanello d’allarme. In una fase di profonda trasformazione dell’ordine internazionale, segnata dal ritorno della competizione tra grandi potenze e dalla crisi del multilateralismo, l’Europa resta fortemente esposta alla dipendenza tecnologica dalla Cina, a quella militare degli Stati Uniti e alla necessità di proteggere settori industriali sensibili mentre dipende ancora dalla stabilità delle rotte commerciali globali. In questo quadro, Stati Uniti e Cina non si confrontano soltanto come due rivali strategici, ma come i principali architetti di un nuovo equilibrio internazionale ancora instabile e privo di regole condivise. Quello che si gioca a Pechino in queste ore non è quindi solo l’agenda di un summit. È la cornice politica del prossimo decennio e l’Europa rischia di restarne fuori. D’altronde Trump lo ha detto chiaramente, parlando di Washington e Pechino come delle “due uniche superpotenze” che devono “andare d’accordo”. E se magari un domani nel ‘G2’ inaugurato nella capitale cinese ci sarà posto anche per Mosca, difficilmente ci sarà spazio per Bruxelles. Dalla capitale cinese arriva un segnale che dà ragione a Mario Draghi: l’Europa è rimasta sola. E deve agire prima che altri lo facciano per lei.
Il commento
Di Filippo Fasulo, Head, Osservatori Asia e Geoeconomia, ISPI
“L’incontro di portata globale tra Xi Jinping e Donald Trump termina con molto accordo tra i due leader, ma pochi accordi concreti. Quel che conta, però, è la promessa di rivedersi altre tre volte dopo l’estate per discutere del rapporto bilaterale più importante al mondo. Quello che c’è sul tavolo, infatti, non è tanto un’intesa commerciale di periodo temporale limitato, quanto l’equilibrio e la coesistenza a lungo termine tra la potenza consolidata (Usa) e la potenza emergente (Cina). Xi Jinping, non a caso, ha richiamato lo spettro della trappola di Tucidide – ovvero l’inevitabilità della guerra tra chi “sale” e chi “scende” – come qualcosa da evitare ad ogni costo. Quel che è certo è che le due parti continueranno a rafforzare le proprie “armi” economiche e strategiche per arrivare ancora più preparate al prossimo round”.
Alessia De Luca

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