Lo Zecchino d’Oro può essere considerato il fratellino minore del Festival di Sanremo poiché è una gara canora a tutti gli effetti, i cui protagonisti sono però bambini. Dalle origini datate, come Sanremo è divenuto piano piano parte del costume italiano, l’evento che tutti gli anni si attende per poter permettere ai bimbi di avere un repertorio di canzoncine nuove da intonare. Trattasi di composizioni realizzate appositamente per giovani voci, che vedono autori specificamente impegnati e selezionati in questa mission.
L’idea di uno spettacolo per bambini che promuovesse la musica a loro dedicata nasce dal presentatore Cino Tortorella e per la prima volta va in onda il 24 settembre 1959. Tortorella struttura la prima edizione di questo evento come la rappresentazione della favola di Pinocchio, sino al momento in cui si inscena la nascita dell’albero degli zecchini d’oro, da cui ne deriva il nome. Nel 1961, nel corso di una visita nella città di Bologna, Tortorella incontra i frati minori dell’Antoniano e insieme a loro decide di trasferire la rassegna in questa città. Gli viene altresì presentata un’attivista della parrocchia, che avrebbe potuto seguire i bambini, una giovane donna dal nome Mariele Ventre, che fino alla sua scomparsa è rimasta la direttrice di questo grande coro. Trattavasi agli albori, però, non di un coro, ma di una gara musicale che vedeva esibirsi solo bambini con musicisti a supporto; è solo nel 1963 che ai giovani cantanti viene abbinato un coro, oggi a tutti conosciuto come il Piccolo Coro dell’Antoniano, ma che allora constava solo di cinque bambini.
Nel 1965 la manifestazione si sposta dal cinema teatro dell’Antoniano al neonato studio televisivo e, nel 1969, per la prima volta, la rassegna viene trasmessa in Eurovisione. Da qui, lo Zecchino d’Oro subisce una serie di cambiamenti: prima il noto conduttore Cino Tortorella abbandona la maschera di Mago Zurlì, poi i bambini iniziano a cantare su basi musicali preregistrate, quindi l’orchestra esce di scena, e a partire dal 1976 la rassegna diventa internazionale perché sul palcoscenico, accanto alle canzoni italiane, si eseguono anche brani stranieri.
Ogni anno vengono presentate centinaia di canzoni al bando di concorso emesso dall’Antoniano e una commissione composta da musicisti, educatori, giornalisti ed operatori del mondo dell’infanzia selezionano i brani a loro parere più adatti. I bambini sono gli interpreti delle canzoni ma in nessun modo sono loro ad essere i concorrenti della gara, bensì le canzoni che interpretano e, conseguentemente, gli autori. Il premio principale è lo Zecchino D’Oro e viene consegnato direttamente dai votanti, un gruppo di bambini, all’autore del brano.
Nonostante le critiche di voler generare dei piccoli divi, l’Antoniano è riuscito, negli anni, a far superare il concetto dell’interprete della canzone come protagonista e a favorire l’idea di uno spettacolo per piccini, fatto da bambini tutti vincitori.
Nel 2008 si affaccia al panorama televisivo il primo talent per bambini, dal nome Ti Lascio Una Canzone, programma di successo condotto da Antonella Clerici. Una nuova proposta televisiva, di origine italiana, esportato a seguire in Portogallo, Turchia, Messico e Bolivia, e mandato in onda in prima serata. Diversamente dallo Zecchino D’Oro, i protagonisti sono bambini già grandicelli, di circa di dieci anni, che si ritrovano ad interpretare alcune delle canzoni più belle della musica nazionale e internazionale. Si tratta di una gara a tutti gli effetti, dove vengono premiate le qualità canore e interpretative dei bambini perché le canzoni sono già di fatto dei successi. I partecipanti, vengono giudicati da una giuria casalinga a mezzo televoto e da un team di esperti del settore, ivi inclusi cantanti e personaggi del mondo dello spettacolo. Questa trasmissione è riuscita a lanciare nello show business qualche talento, come I Volo, che hanno avuto modo di crescere nel settore della musica e cantare anche sul palcoscenico di Sanremo.
Non molto tempo dopo la messa in onda di Ti Lascio una Canzone, per mantenere il solito piatto della bilancia in equilibrio, Mediaset lancia un simil programma dal nome Io Canto, talent anch’esso a tutti gli effetti. I bambini si esibiscono accompagnati da un’orchestra e il range d’età si allarga rispetto al competitor Rai poiché vengono coinvolti anche i più piccini.
Le molte similitudini tra i due programmi e le tipologie di evento, che vedono protagonisti dei bambini, chiaramente suscitano non poche polemiche da parte dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, a tal punto che Io Canto viene interrotto e Ti Lascio Una Canzone ha vita breve.
Effettivamente i bambini in tv sono tanti, forse troppi, e l’attenzione della discografica verso questi piccoli adulti è decisamente superiore rispetto a quanto sarebbe opportuno fosse. Siamo sicuri sia giusto che un piccolo talento diventi una star dai primi anni di vita? Siamo certi che tutta questa precocità non possa creare loro dei problemi nella loro vita da adulti? Non sarebbe meglio che un bambino con qualità artistiche facesse un percorso musicale, anziché essere buttato in pasto allo show business?
Dello Zecchino D’Oro apprezzo il fatto di vedere bimbi misurarsi con canzoni scritte per loro: testi semplici, divertenti, canticchiabili anche all’asilo, che nella loro genuinità aiutano a sviluppare la fantasia. Carina anche l’idea degli ultimi anni di realizzare delle brevi animazioni su questi brani musicali: disegni banali che raccontano la canzone, appetibili per grandi e piccini. Personalmente mi capita di guardarli insieme alle mie bambine e vi assicuro che sono divertenti e hanno spesso una morale, come le classiche fiabe. Sono un po’ meno propensa ad ascoltare canzoni da adulti cantate da bambini: storie di amori impossibili, tradimenti, tribulazioni… ma che ne sanno loro? E’ come mettere indosso a un bambino un vestito eccessivamente grande che lo rende ridicolo. Per carità, gran vocine, interpretazioni perfette che nella loro ineccepibilità strappano un sorriso e una semplice domanda: ma perchè non far vivere loro l’età che hanno? Perchè sottoporli a stress mediatico? I bambini vanno rispettati, non devono essere la proiezione dei desideri e delle ambizioni dei loro genitori. Non è giusto vengano sottoposti a tensione ed ansia da prestazione, visto che un talent ha comunque l’obbligatorietà di emettere un giudizio, un verdetto finale che in qualche modo segna la possibilità di un bimbo di continuare a sperare nella celebrità o abbandonare per sempre l’idea di diventare famoso. Ma poi, chi l’ha detto che si diventa qualcuno solo in tv? Ci sono medici che salvano la vita di persone tutti i giorni e di cui nessuno conosce il nome. Noi genitori abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli che nella vita gli obiettivi si raggiungono con fatica, e che la chiave del successo non è la sovraesposizione ma l’umiltà, la correttezza, il rispetto per il prossimo. Il successo facile, così come il soldo facile, sono allettanti ma sono irreali e si rischia di crescere una generazione di infelici e di frustrati. Quindi viva il Valzer del Moscerino, viva i bambini, viva la loro genuinità, viva la loro semplicità!
Laura Fazzini

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