Nel giro di pochi giorni, due eventi del tutto dissimili hanno segnato le nostre vite di cittadini italiani, vite scosse, di questi tempi, da troppe incertezze, e percorse da un senso di precarietà che pare l’unica costante in grado di farci sentire davvero – per amaro paradosso – figli della stessa storia e di un comune destino. I festeggiamenti per il 150°anniversario dell’Unità d’Italia hanno ceduto il posto alla spedizione contro la Libia, una transizione veloce e nient’affatto casuale che la dice molto più lunga, su ciò che siamo oggi, di tutte le sbrodolate giornalistiche che ci siamo sorbiti sullo stato del nostro paese in occasione del 17 marzo, e che ci induce a coltivare ancora, in maniera del tutto personale, l’arte antica e dolente delle riflessione postuma – e perciò più dolorosa.
Per noi che siamo nati e cresciuti in anni danzanti su una eterna altalena emotiva – l’entusiasmo anche un po’ naif degli anni Sessanta, il nero piombo degli anni Settanta, la leggerezza illusoria degli anni Ottanta – con l’unico aiuto di un patrimonio di valori indiscutibilmente liberali, ereditati dalla famiglia, prima, e poi maturati consapevolmente, con puntiglioso idealismo, nelle scelte di vita compiute da adulti, è inevitabile, oggi, sottoporsi all’esame spietato del bilancio personale, ed uscirne inesorabilmente a pezzi, con l’aggravante di un interrogativo irrisolto sulla reale possibilità di salvare ancora qualcosa dalla sfascio di tutto ciò in cui abbiamo creduto e per il quale ci siamo spesi, pagando spesso un prezzo spropositato in termini di rinunce personali.
Per noi, che siamo gli ultimi figli di un passato ormai chiuso per sempre, di padri e nonni che hanno praticato e creduto in valori certi, in un codice etico inattaccabile, in un rigore morale indiscutibile, e che ci hanno insegnato a credere in noi stessi come unica autentica risorsa umana e spirituale al servizio di un paese che solo grazie a noi poteva e doveva crescere e migliorarsi, è impresa disperata, per non dire impossibile, rintracciare oggi un seppur vago legame fra ciò che eravamo, ciò che siamo stati abituati a credere che saremmo stati, e ciò che invece siamo effettivamente diventati – dei sopravvissuti, relitti dispersi e frantumati di un mondo che fu e di cui oggi si è persa ogni traccia, ogni eredità, persino ogni memoria.
Per noi, che un giorno fummo giovani, ricchi soltanto di passione civile, di desiderio di apprendere, di enorme volontà di crescere e fare, non per slancio egoistico ma con l’umanissima ed ideale convinzione di poter contribuire concretamente alla costruzione di una società più matura, più aperta, più evoluta, più giusta perché fondata sul riconoscimento e la valorizzazione di un intero patrimonio di risorse umane, è davvero duro, oggi, ammettere tutto l’estenuante peso del nostro fallimento e farci i conti ogni giorno.
Ci chiedevamo – ma dobbiamo essere stati in pochi a farlo – come mai nel nostro Parlamento oggi non sieda neanche uno dei discendenti ideali di coloro che pensarono, vollero ed infine realizzarono l’unità d’Italia, come se un intero patrimonio di ideali repubblicani, liberali e riformatori si potesse disperdere così, senza un rimpianto, senza un ripensamento, senza che qualcuno si chieda se questo scandaloso inerte pernicioso Parlamento di cooptati che ci ritroviamo oggi sia degno di rappresentarci, di guidarci, soprattutto di riempirsi la bocca della parola “patria”, impronunciabile ai nostri tempi se non a rischio di esser tacciato di fascista, ed oggi sventolata in primis da una sinistra che pure ne aveva fatto un tabù, insieme al tricolore.
Ci chiedevamo, assistendo a certe invereconde sceneggiate leghiste, se davvero sia possibile dilettarsi ancora con il giochino della Lega di lotta e della Lega di governo – qualcuno, possibilmente sano di mente, saprebbe spiegarci il senso di questa acrobazia verbale?! – e sputtanare il nome di uomini straordinariamente preveggenti, e dunque come da copione sconfitti dalla Storia, come Carlo Cattaneo, per giustificare un federalismo che, visti i comportamenti dei suoi cantori, sembra solo una becera qualunquistica secessione: ognun per sé, e muoia pure questo paese inteso come stato unitario.
Ci chiedevamo, guardando le azioni militari sulla Libia, se le ragioni della realpolitik non avrebbero potuto, al momento giusto e nella giusta misura, essere sapientemente coniugate ad una programmazione politica ed economica a medio e lungo termine che prevedesse le attuali conseguenze – perché le dittature, tutte le dittature, sono destinate a cadere, prima o poi, non c’è n’è una che sia durata in eterno, e dunque si poteva agire preventivamente per evitare di ricorrere poi all’unica “soluzione” delle bombe, alla fasulla epica del sostegno agli insorti, che vale solo nei paesi ricchi di petrolio, chè in Darfur ancora aspettano che l’Onu si degni di prender atto della loro tragedia.
Ci chiedevamo, come ce lo siamo chiesti ogni giorno dagli anni Novanta in poi – ma anche in questo caso, siamo certi di essere stati pochissimi a farlo – quale misteriosa, devastante, cancerosa patologia abbia attaccato da dentro le menti di questo paese, svuotandole di ogni capacità di progettazione, di intuizione, di visione del mondo e delle cose, e lasciando al loro interno solo la morbosa follia dell’autoconservazione ad oltranza, un virus che spinge al suicidio per morte lenta e non lascia una sola traccia di vita cui aggrapparsi.
Ci chiedevamo, e questo è il dolore più grande, se mai avremmo pensato un giorno di vivere in un paese di epitaffi viventi, di monumenti eretti a perenne memoria di sé, in vita prima che in morte, tesi soltanto a succhiare fino all’ultima goccia di sangue dal tessuto incancrenito di questo paese. E intanto che cerchiamo una risposta che non c’è, morte al tiranno, fino al prossimo che prenderà il suo posto e schiavizzerà ancora una volta quel che resta di noi. Se pure resterà qualcosa.
ChiBo

Carissima Chiara
A parte la piccola notazione che anche tu cadi nella frase “questo paese” parlando del nostro paese, comprendo il tuo scoramento e, in parte, lo condivido. Però, secondo me, quello che ha consentito i guasti che denunci è la perdita del senso della nostra Cultura, quello che i nostri nonni e padri amavano trasferirci. Proviamo a recuperare quello e, forse, il resto, piano piano, verrà da se…….
Chiara, forse conosci il verso di Hölderlin:
” Ma dove è il pericolo / cresce anche la salvezza “,
” Wo aber Gefahr ist / Da wächst das Rettende auch”.
All’Italia manca il respiro, nient’altro, e il tuo scoramento lo dice bene. Invochiamo cautele, tutele e garanzie, ammucchiati in bande gonfiamo il petto, da soli siamo vili.
Ma la democrazia delle bande non esiste.