In prosieguo della polemica accesasi su Pensalibero in dipendenza dell’intitolazione a Ferdinando II di Borbone del II Circolo Didattico di Scafati (SA) e della ricca pubblicistica neoborbonica riportata sul sito dell’istituzione scolastica, dopo che a margine della nota – tuttora inevasa – da me indirizzata al Presidente della Repubblica l’Alfiere di Gaeta mi aveva esortato a documentarmi leggendo Alianello, un lettore di Napoli, che dice di chiamarsi Angelo, mi commisera perché “alla veneranda età di 65 anni” ancora credo alla Befana ed a Babbo Natale ed al Generale Cialdini che iniziò la storia dei lager; ed al tempo stesso mi esorta a cercare la verità senza soffermarmi a scrivere sciocchezze, sorprendendosi che i patrioti meridionali siano stati trattati da briganti mentre i partigiani sono considerati eroi nazionali.
La lettura di tale breve chiosa mi ha subito indotto a pensare che il mio interlocutore, per ritenere “veneranda” la mia età anagrafica, vivesse ancora nel Regno delle due Sicilie, dove nel 1871 (dieci anni dopo l’annessione) le speranze di vita al di qua del faro erano di anni 30,70, contro i 33,83 del Centro-Nord (fonte: E. Felice, in Rivista Politica Economica, marzo-aprile 2007); evidentemente per lui i 150 anni dall’unificazione non sono trascorsi, e quindi non sa che per i sessantacinquenni italiani resta una speranza di vita residua, omogenea al sud ed al nord, di oltre 18 anni. Perché non mi si fraintenda preciso subito che ciò è soprattutto il portato del progresso delle scienze; ma quel divario iniziale, coeteris paribus, non è forse dovuto all’assenza d’istruzione e ad una relativa carenza di strutture ed assistenza sanitaria nel regno borbonico? Ed il riequilibrio delle aspettative di vita (al 2001 anni 79,40 nel sud d’Italia contro il 79,99 del Centro Nord), nonostante le inefficienze del sistema sanitario di cui non si può certo incolpare il Nord, non è significativa testimonianza di un effettivo sforzo di solidarietà nazionale?
Se però sulla “veneranda età” si può anche scherzare, addolora la damnatio memoriae del Generale Cialdini attraverso la propalazione dell’enorme sciocchezza che egli abbia iniziato la storia dei lager. Anche se la corretta comprensione storica non può esimersi da una valutazione dell’adeguatezza dei mezzi impiegati in rapporto agli obiettivi ed ai valori di riferimento, è innegabile che il personaggio abbia avuto mano ferma e talora spietata nella lotta al brigantaggio; ma, non avendone mai avuto la gestione, non gli si possono certo imputare le condizioni di detenzione dei militari, in cospicua parte borbonici e papalini, nella fortezza di Fenestrelle. Né può assimilarsi quel campo di concentramento ad un lager: per quanto dura fosse la vita del carcere, non può certo dirsi che esso fosse un campo di sterminio. D’altro canto, in qualsiasi paese si vada e specie nei secoli passati, le carceri sono sempre luoghi di sofferenza e di dolore; se il nostro Angelo avesse avuto modo di leggere sulle condizioni dell’ergastolo borbonico di Santo Stefano le pagine del Settembrini, usando lo stesso metro, avrebbe ritenuto antesignani dei nazisti i borbonici.
Quanto ai patrioti meridionali trattati da briganti è poi il caso di fare chiarezza. Non ho difficoltà ad ammettere che patrioti possano anche ritenersi quei legittimisti in buona fede ancorati all’amore della propria patria “peccerella”; ma non può negarsi pari nobiltà di sentimento a chi espandeva il suo amore di patria a quella più grande, vedendo l’Italia “caduta da tanta altezza in così basso loco”. Se i secondi sono stati in sintonia con lo spirito dei tempi, non mi pare che i primi siano stati percepiti dalla coscienza sociale come briganti; in tal modo sono stati invece considerati quei soggetti che, talora per disperazione talaltra per spirito delinquenziale talaltra ancora per desiderio di revanche, hanno seminato il terrore nel meridione d’Italia con azioni violente finalizzate alla rapina ed all’estorsione. Mi pare del tutto ovvio che simile genia non abbia alcuna assonanza con il movimento partigiano; né va sottaciuto a riprova che la famigerata legge sul brigantaggio porta il nome del deputato abruzzese Giuseppe Pica.
Così ricostruiti gli eventi, non posso che emettere un sospiro di sollievo essendomi convinto che non ho passato 65 anni senza nemmeno affrancarmi dalla credenza dell’esistenza di Babbo Natale e della Befana; piuttosto sono preoccupato per chi ancora non si è affrancato dalla convinzione che tutto il bene sia da una parte e tutto il male sia dall’altra. Spero soltanto per il sig. Angelo che questo carteggio estemporaneo (ma non troppo) su Pensalibero lo induca alla riflessione.
Sulle colonne di questo giornale l’Alfiere di Gaeta, dopo avermi dato dell’ignorante, in una successiva nota, smorzando i toni della prima, sollecita l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta indipendente riguardante il sud d’Italia da quando diventò una colonia piemontese fino ai giorni nostri. La richiesta è chiaramente velleitaria e riecheggia motivi propagandistici, ma esprime un evidente arretramento di posizione; ove potesse essere esaudita, ho dei forti dubbi sull’esito: e lo dico da meridionale.
A lei, sig. Angelo, auguro di ricredersi su Babbo Natale e sulla Befana prima che pervenga alla non più veneranda età di 65 anni; a tutti gli italiani, del nord come del sud, di guardare al futuro del paese in spirito di concordia per andare avanti. Già di motivi speciosi di frattura ce ne sono tanti; non è il caso di aggiungerne altri.
Giovanni Fiorentino

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