• Passa al contenuto principale
  • Skip to after header navigation
  • Skip to site footer

Iscriviti alla newsletter

  • Facebook
  • Twitter
  • YouTube
Pensalibero.it, Informazione laica on line

Pensalibero.it, Informazione laica on line

Quotidiano on line indipendente di area laica dove parlare di politica e tanto altro

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

  • Editoriali
  • Primo piano
  • Cultura ed eventi
  • Blog
    • AttuoPoesia (L’attualità letta dalla Poesia)
    • CornerBlog
    • Metamorfosi
  • Dossier

Fra Ucraina e Iran: lo spazio e il cyber come spina dorsale dei conflitti 

Il nuovo conflitto in Iran e, parallelamente, nel Golfo ha rimesso al centro dell’attenzione qualcosa che raramente occupa i titoli: non i missili, non le portaerei, ma i satelliti. Più precisamente, la filiera silenziosa che li connette alla Terra e li rende utili – ma, al tempo stesso, più vulnerabili. Oltre alle considerazioni più pressanti circa le ripercussioni sul mercato energetico e sullo scenario geopolitico globale, il conflitto in corso rappresenta un’ulteriore conferma della rilevanza strategica delle infrastrutture spaziali nei teatri operativi moderni.

di Istituto Ispi | 24 Marzo 2026

di Emilio Cozzi e Francesco Rosazza Boneitin*

Il nuovo conflitto in Iran e, parallelamente, nel Golfo ha rimesso al centro dell’attenzione qualcosa che raramente occupa i titoli: non i missili, non le portaerei, ma i satelliti. Più precisamente, la filiera silenziosa che li connette alla Terra e li rende utili – ma, al tempo stesso, più vulnerabili. 

Oltre alle considerazioni più pressanti circa le ripercussioni sul mercato energetico e sullo scenario geopolitico globale, il conflitto in corso rappresenta un’ulteriore conferma della rilevanza strategica delle infrastrutture spaziali nei teatri operativi moderni. Sebbene meno visibili rispetto ai sistemi d’arma tradizionali, le tecnologie satellitari costituiscono ormai la spina dorsale del coordinamento militare. Il tenente generale Gregory Gagnon, capo del Combat Forces Command della U.S. Space Force, lo ha illustrato con una metafora di particolare efficacia: i sistemi spaziali sono come la farina nella pasticceria – non l’ingrediente più visibile, ma quello che consente a tutti gli altri di funzionare insieme. 

Comprendere l’utilizzo di questi sistemi è fondamentale non solo per decifrare la complessità dei conflitti attuali, ma anche per delinearne le dinamiche industriali sottese. Negli ultimi anni, infatti, numerose aziende della difesa hanno progressivamente ampliato i propri investimenti nello sviluppo di tecnologie spaziali militari o duali, rispondendo a una crescente domanda governativa. 

In questo senso, l’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato un punto di svolta, evidenziando le vulnerabilità strutturali europee e alimentando il dibattito sull’autonomia strategica continentale. Rimane tuttavia aperta una questione cruciale: la capacità – europea in particolare – di sviluppare rapidamente queste infrastrutture e di garantirne la resilienza in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche. 

Il ruolo dello spazio e della dimensione cyber nel conflitto con l’Iran 

L’impiego delle tecnologie satellitari è stato evidente fin dall’inizio del conflitto in corso con l’Iran, sia sul piano offensivo che difensivo. Come dichiarato all’indomani dei primi attacchi dal Capo di Stato Maggiore congiunto statunitense, John Daniel Caine, lo U.S. Space Command e il Cyber Command hanno avuto un ruolo cruciale, da lui stesso definiti “first movers“: in parallelo agli attacchi missilistici, sono state condotte operazioni non cinetiche nello spettro elettromagnetico e nel dominio cyber, con l’obiettivo di degradare i sistemi di comunicazione e i sensori iraniani. Sul piano difensivo, la Space Force si è attivata per garantire la continuità dei servizi critici come il GPS e la connettività via satellite, cercando di contrastare i tentativi di jamming iraniani, ovvero di disturbo delle comunicazioni satellitari mediante segnali radio interferenti. Questi elementi confermano la natura abilitante degli asset spaziali per il coordinamento delle operazioni multidominio. 

Quasi istantaneamente, la risposta iraniana ha preso di mira obiettivi diversi e palesato una delle principali vulnerabilità delle infrastrutture spaziali: il loro segmento terrestre. Teheran vi ha concentrato parte dei propri attacchi, colpendo sia le infrastrutture fondamentali per la ricezione e l’elaborazione dei dati provenienti dallo spazio, sia i radar di allerta precoce (early warning) per le offensive missilistiche. Numerose immagini satellitari mostrano la distruzione di due terminali AN/GSC-52B SATCOM presso la Naval Support Activity in Bahrain, sede della Quinta Flotta della Marina statunitense. Anche il teleporto israeliano gestito dall’operatore commerciale lussemburghese SES è stato bersaglio di un missile iraniano e ha riportato danni, sebbene contenuti. 

Questa scelta non è solo tattica ma dottrinale.  

Secondo gli analisti, la strategia cyber e militare iraniana obbedisce a una logica riassunta nell’espressione persiana “Jang e Ashub“, guerra e caos: non si cerca il colpo decisivo, ma una pressione costante e modulare capace di produrre instabilità, saturare le capacità di risposta dell’avversario e accumulare leva negoziale senza varcare la soglia del conflitto totale. «Il valore strategico della postura iraniana non risiede tanto nella capacità di ottenere un effetto distruttivo decisivo, quanto nella possibilità di combinare cyber operations, proxy, pressione psicologica, disordine informativo e accessi persistenti per logorare l’avversario, aumentarne il costo di difesa e condizionarne il processo decisionale», spiega Pierguido Iezzi, direttore Cybersecurity di Maticmind. 

I dati confermano la sua lettura: al picco dell’escalation, tra fine febbraio e inizio marzo, sono state registrate oltre 600 rivendicazioni di attacco in soli sette giorni, attribuite a 47 gruppi diversi – nove cluster statali, undici Paesi colpiti – nonostante la connettività internet iraniana fosse crollata all’1-4%. Non un’offensiva finale, ma rumore sistematico. 

L’operazione Epic Fury ha portato questa logica su un piano ulteriore, incarnando quello che alcuni analisti chiamano paradigma “phygital“: l’attacco fisico a data center negli Emirati e in Bahrain, ad esempio, ha prodotto effetti immediati sui servizi bancari e pubblici, senza ricorrere ad alcun malware. «Lo strike sulle facility di Amazon Web Services è rivelatorio: nella postura iraniana, il valore strategico non sta solo nel colpire un obiettivo, ma nel propagare instabilità attraverso le sue dipendenze. Cloud e data center non appartengono più soltanto all’architettura IT, rientrano a pieno titolo nel perimetro della sicurezza economica e della competizione geopolitica», osserva ancora Iezzi.  

La struttura operativa iraniana combina unità statali legate all’intelligence e al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) con gruppi proxy e hacktivisti esterni: un approccio frammentato che moltiplica il volume operativo senza imporre una responsabilità politica diretta. Gruppi APT (Advanced Persistent Threat) come APT34, MuddyWater o Charming Kitten mantengono accessi prolungati nelle reti di governi, infrastrutture energetiche e istituzioni militari, accumulando informazioni traducibili in leva negoziale o vantaggio operativo nel momento opportuno. 

Detto altrimenti, più che un dominio autonomo, lo spazio emerge come una filiera operativa distribuita. I suoi nodi terrestri costituiscono spesso il punto più attaccabile. La loro distruzione o compromissione produce effetti immediati sulla capacità di comunicare, coordinare e condurre operazioni militari, senza la necessità di intervenire sugli asset in orbita. 

La vulnerabilità dei sistemi spaziali resta fortemente ancorata a Terra. 

Un ultimo elemento rilevante riguarda il crescente ruolo degli attori commerciali che forniscono servizi di osservazione della Terra. Operatori come Vantor, Planet Labs o l’europea Airbus infatti forniscono immagini satellitari dei siti militari colpiti dalle offensive, permettendo di comprendere maggiormente la situazione sul campo. Tuttavia, nei mesi recenti, la disponibilità di tali immagini è stata in alcuni casi limitata per ragioni di sicurezza nazionale. Planet Labs ha per esempio annunciato di far intercorrere almeno due settimane – dopo una prima decisione di ritardare la pubblicazione di 96 ore – prima di diffondere le proprie immagini, con l’intento di non esporre potenziali obiettivi della NATO. Al tempo stesso, la ridotta disponibilità di dati limita le capacità di analisi open source e aumenta il rischio di manipolazione informativa: era già successo con le immagini generate dall’intelligenza artificiale diffuse dal Tehran Times sulla presunta distruzione di un radar statunitense in Bahrain. 

Senza Starlink, la Russia perde terreno 

Prima ancora dell’attuale conflitto in Medio Oriente, le implicazioni strategiche delle infrastrutture spaziali si sono manifestate con chiarezza in Ucraina. Fin dalle sue prime fasi, il conflitto è stato strettamente legato allo spazio: in corrispondenza dell’inizio dell’avanzata russa, il 24 febbraio 2022, la Russia sferrò un cyberattacco alla rete satellitare Viasat, indispensabile per le comunicazioni governative ucraine. Fu Elon Musk a intervenire, fornendo alle forze ucraine l’utilizzo della costellazione Starlink. Molti Paesi, oltre alla stessa SpaceX, cooperarono per garantire a Kyiv i terminali necessari a coprire i bisogni della popolazione e dell’esercito. 

A usare Starlink, però, non sono stati solo gli ucraini: nonostante le limitazioni imposte dall’azienda di Musk, numerosi terminali sono stati impiegati dall’esercito russo per coordinare le operazioni al fronte. Secondo quanto riportato dalla BBC, è probabile che i droni Geran-2 – la versione russa degli Shahed iraniani – siano stati equipaggiati con terminali Starlink. 

Lo scorso febbraio, SpaceX ha limitato o disattivato parte dei terminali non autorizzati dal Ministero della Difesa ucraino, identificandone quasi 2.500 in dotazione alle forze russe. L’impatto è stato considerevole: il blocco ha contribuito a limitare l’efficacia operativa russa e ha permesso all’esercito ucraino di recuperare circa 400 chilometri quadrati di territori occupati, la più grande riconquista da parte di Kyiv dal 2022. Per anni gli ucraini erano rimasti bloccati in una guerra di trincea e sotto la minaccia costante dei droni nemici. Senza l’accesso a Starlink, operare i droni lungo il fronte è diventato molto più complesso per Mosca. 

Considerazioni dall’alto 

Gli avvenimenti che stanno caratterizzando il conflitto in Medio Oriente e in Ucraina suggeriscono alcune considerazioni. 

La prima, ormai assodata, è che il dominio spaziale non rappresenta una dimensione autonoma, ma si integra alle altre quale supporto alle dimensioni tradizionali – terra, aria e mare – e a quella cibernetica. La seconda riguarda le infrastrutture terrestri, vera vulnerabilità del sistema spaziale: rispetto agli asset in orbita, risultano molto più esposte a offensive dirette e la loro distruzione produce un vantaggio immediato per l’attaccante. 

L’ultima considerazione attiene alla dimensione industriale: la capacità, da parte delle aziende del settore di rispondere alla domanda dei governi e degli eserciti nazionali.  

La risposta italiana arriva da Leonardo. Il 12 marzo, presentando a Roma l’aggiornamento del piano industriale 2026-2030, l’amministratore delegato Roberto Cingolani ha annunciato che il primo componente del Michelangelo Dome – la piattaforma multidominio di difesa aerea sviluppata dal gruppo – sarà consegnato all’Ucraina entro la fine dell’anno per i primi test operativi. Non si tratta di un singolo sistema d’arma, ma di un’architettura aperta, modulare e scalabile che integra tecnologie proprietarie nei domini aria, terra, mare, spazio e cyber, facendo leva su intelligenza artificiale, high performance computing e data fusion. L’obiettivo dichiarato è intercettare, tracciare e neutralizzare l’intero spettro delle minacce emergenti: dai missili ipersonici agli sciami di droni, fino agli attacchi ibridi.  

«Quello che è emerso in questi giorni non è tanto che l’Iran disponesse di un arsenale così numeroso, quanto che nessuno scudo aereo è realmente impenetrabile», ha osservato Cingolani. «Anche i sistemi più sofisticati hanno limiti: quando parlano di 96 percento di accuratezza, significa che 4 su 100 passano. Ma se ne lancio 10.000, quelli che riescono a passare diventano molti». I primi test NATO sono previsti per il 2027; Leonardo stima che il progetto possa generare fino a 21 miliardi di euro di nuove opportunità di business nel prossimo decennio, di cui 6 miliardi già nel periodo 2026-2030. Il sistema ha già suscitato l’interesse di oltre venti Paesi. 

La vera sfida per l’industria 

A fronte della rilevanza crescente della dimensione militare dello spazio, le implicazioni si osservano non solo nei teatri operativi, ma anche sul piano industriale. Mentre questa consapevolezza è stata maturata da tempo negli Stati Uniti, la sveglia per l’Europa è arrivata solo con il conflitto in Ucraina. 

L’Unione Europea e i suoi Paesi membri si sono mossi da allora, adottando numerosi documenti che riconoscono lo spazio quale dominio essenziale nei conflitti moderni e come infrastruttura critica per la sicurezza europea. L’approccio è stato recepito anche a livello nazionale: Francia prima e Germania poi hanno adottato le proprie strategie spaziali. Berlino, in particolare, si distingue nel contesto europeo: nell’autunno scorso il Ministro della Difesa, Boris Pistorius, ha annunciato investimenti pari a 35 miliardi di euro nei prossimi anni per sistemi spaziali militari. Secondo lo European Space Policy Institute, la maggior parte dei contratti conclusi riguarda remote sensing, comunicazioni satellitari (SATCOM) e sorveglianza spaziale. 

A fronte dell’aumento della domanda governativa, molte aziende si sono mosse per consolidare il comparto. Rheinmetall, tradizionalmente non un attore spaziale, ha concluso una partnership con la finlandese ICEYE, dando vita alla Rheinmetall ICEYE Space Solutions GmbH, che si è aggiudicata un contratto da 1,7 miliardi di euro dalla Bundeswehr per una costellazione di satelliti SAR destinata a intelligence, sorveglianza e ricognizione. L’azienda sta inoltre valutando di unire le forze con OHB e Airbus per partecipare alla gara per SatcomBW Stage 4, la costellazione di comunicazioni delle forze armate tedesche, il cui valore è stimato da Handelsblatt tra gli 8 e i 10 miliardi di euro. 

Queste mosse sollevano due interrogativi. Il primo riguarda le possibili implicazioni della partecipazione di Airbus alla gara per SatcomBW Stage 4, alla luce del progetto Bromo – la fusione, annunciata nell’ottobre 2025, delle divisioni satellitari di Airbus, Thales e Leonardo. Il secondo riguarda IRIS², la costellazione multiorbitale dell’Unione Europea pensata per garantire comunicazioni sicure e resilienti: una costellazione tedesca parallela rischia di sovrapporsi all’iniziativa comunitaria. Lungi dall’essere una questione squisitamente tecnica è un segnale che, nel momento in cui la sicurezza torna al centro dell’agenda, le priorità nazionali tendono a precedere quelle comunitarie. 

Vero, in Europa non è una novità. Questa volta, però, occorrerà capire quanto lo spazio riproduca frammentazioni note o se, in quanto contesto stricto sensu sovranazionale, riesca a catalizzare quella comunità d’intenti strategici, oramai, urgente. 

Emilio Cozzi e Francesco Rosazza Boneitin

*Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

Interazioni del lettore

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sidebar

Iscriviti alla nostra Community WhatsApp

Ultimi commenti

  • Gianni su Emergenza casa: tra legalità calpestata e la distorsione del welfare nazionale
  • Luca Bagatin su Nobel a Pillay, uno schiaffo alla lotta contro l’antisemitismo
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgia, credimi: pace impossibile con la jihad
  • Leone Vincenzo su Miccichè, la Corte dei Conti condanna l’ex presidente dell’Ars: oltre 42 mila euro per l’uso dell’auto di servizio
  • Ugo Malasoma su Naza non è un film documento ma verità amputata
  • Anna La Mattina su Sánchez chiude il ciclo e porta la Spagna alle urne: la casa fa saltare la maggioranza!
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Enzo Baccioli (Nuvola Rossa) su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano
  • Luca Bagatin su Giorgetti, l’uomo che sta rimettendo in piedi l’Italia mentre gli altri chiacchierano

Argomenti

aduc anni berlusconi cina commissione consenso conti costi costituzione crisi democrazia dichiarato elezioni euro europa firenze francia futuro germania giovani governo italia lavoro lega mercato merito milano mondo movimento nato natura notizia parlamento pd persone processo renzi repubblica roma scuola soldi stati uniti sviluppo toscana usa

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Pensalibero.it

REDAZIONE

Direttore Responsabile
ad interim
Cesare Mannucci

Vice Direttore
ad interim
Claudio Tirinnanzi

WebMaster
Claudio Tirinnanzi

redazione@pensalibero.it

Rimani aggiornato

Attraverso la nostra newsletter riceverai settimanalmente tutti i nostri aggiornamenti

Iscriviti ora

Chi siamo

  • Chi siamo
  • Credits
  • Autori
  • Accesso autori

Note

Gli articoli pubblicati da Pensalibero non sono retribuiti ed il sito non raccoglie pubblicità.
Le foto sono tratte in larga parte da internet attraverso i più diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio.
Qualora si ritenessero violati diritti d’autore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@pensalibero.it) che provvederà a rimuoverle.

Copyright 2004 © Tutti i diritti riservati. Iscrizione al Tribunale di Firenze n. 5418 del 21-4-2005. I contributi al sito non sono retribuiti