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Fra notizie e politica: le conferenze stampa di Trump sul coronavirus

All’inizio sono state considerate notizie importanti e quasi tutte le reti televisive le hanno trasmesse. Poi, i media si sono resi conto che Trump era divenuto il regista e protagonista di questi eventi.

di Domenico Maceri | 5 Aprile 2020

“Il presidente Trump è un successo strepitoso. Le sue conferenze stampa sul coronavirus hanno raggiunto uno share di 8,5 milioni di telespettatori”. Questo uno dei recenti tweet di Donald Trump mentre citava un articolo del New York Times che si domandava se le recenti conferenze stampa quotidiane del presidente meritavano essere trasmesse in diretta dalla televisione. I media americani si stanno facendo la stessa domanda poiché, come in tutto quello che fa, Trump non perde nessuna opportunità per farsi campagna politica e promuovere la sua agenda anche nell’attuale crisi di pandemia.

Le conferenze stampa avvengono alle 5:30 di sera, ora di Washington. All’inizio sono state considerate notizie importanti e quasi tutte le reti televisive le hanno trasmesse. Poi, i media si sono resi conto che nonostante alcune informazioni importanti presentate da alcuni esperti che collaborano nella task force presidenziale sul coronavirus, Trump era divenuto il regista e protagonista di questi eventi. Il 45esimo presidente ha sfruttato le occasioni per cercare di mettessi in luce positiva dando allo stesso tempo informazioni poco veritiere e in non pochi casi gli esperti lo hanno dovuto correggere. Le correzioni devono essere fatte però in modo molto diplomatico perché, come si sa, Trump è sensibilissimo a qualunque suggerimento che lui non stia facendo un ottimo lavoro.

Le conferenze stampa sul coronavirus di Trump cominciano con l’entrata in scena di Trump e una dozzina di membri della task force. Il presidente inizia passando in rassegna i punti fondamentali, leggendo dal teleprompter, stentando a comunicare le parole scritte, dando l’impressione di leggere con grandi difficoltà. Di tanto in tanto si prende una breve pausa per commentare con parole proprie che riflettono più il suo stile preferito, spesso ripetendo, mostrandoci i suoi limiti di vocabolario attivo.

Trump chiede poi ad alcuni degli esperti di offrire i loro contributi dove si ottiene in realtà informazione credibile specialmente quando il dottor Anthony Fauci, direttore del Center for Disease Control, fa i suoi interventi. Alla fine si passa alle domande dei giornalisti. Spesso queste situazioni diventano scontrose poiché il 45esimo presidente non gradisce domande che suggeriscano minimamente alcune delle sue ovvie falsità che causano confusione a coloro che lo ascoltano. Questi scontri sono in parte orchestrati da Trump per continuare la sua campagna politica, attaccando alcuni dei giornalisti come Peter Alexander (Nbc), Jim Acosta (Cnn)e Yamiche Alcindor (Pbs). Gli scontri sono ovviamente “vinti” da Trump che controlla, interrompe, accusa, mettendo i giornalisti al tappeto nella sua mente e in quella dei suoi sostenitori. Per i telespettatori obiettivi riconfermano che Trump sta sfruttando qualunque occasione, specialmente televisiva, per segnare gol politici. Le sue “vittorie” contro i media che i suoi sostenitori odiano, lo ingrandiscono nella loro mente. In effetti, Trump disprezza i media e vorrebbe, se possibile, seguire l’esempio di Viktor Orban in Ungheria, il quale sfruttando l’emergenza della pandemia, si è in effetti dichiarato dittatore del Paese, eliminando tutte le forme di informazione indipendente.

Considerando il fatto che Trump ha strutturato e controllato le conferenze stampa sul coronavirus come opportunità di campagna politica, alcune reti televisive hanno cominciato a non offrire copertura totale. In non pochi casi la Cnn, Msnbc, Cbs hanno limitato recentemente le sessioni avendo capito della povertà di informazione e ricchezza di asserzioni fuorvianti e puramente di campagna politica. Alcuni altri gruppi come Il Washington Post, Il New York Times e Cnbc hanno ridotto o non hanno inviato corrispondenti alle sessioni, preoccupandosi di possibile contagio dei loro dipendenti anche perché Trump e i membri della sua task force non rispettano loro stessi le distanze sociali che raccomandano al resto del Paese per scongiurare la contaminazione del covid-19.

Il dilemma però rimane perché quando il presidente degli Stati Uniti parla bisogna ascoltare anche se non gli si deve porgere il microfono costantemente, specialmente a uno come Trump che filtra tutto con occhi narcisisti, concentrandosi su quale vantaggio politico ne porrà trarre. Il ruolo della stampa consiste però di fare da cane da guardia verso i governi e separare le notizie dalla propaganda politica e presentarle ai lettori/telespettatori. Offrire i microfoni a Trump di fare e dire quello che vuole riflette irresponsabilità giornalistica. Lo abbiamo visto nella campagna elettorale del 2016 nella quale le televisioni a cavo coprivano quasi tutti i comizi e rally di Trump nella sua interezza perché “divertivano” e facevano share, aiutando il candidato all’elezione ma allo stesso tempo creando profitti alle reti televisive. Hillary Clinton e Bernie Sanders furono invece in grande misura ignorati e ovviamente danneggiati.

Le reti televisive hanno capito che Trump sfrutta le conferenze stampa sulla pandemia per i suoi scopi politici e hanno ridotto la loro copertura. Paradossalmente però in alcune di queste più recenti sessioni Trump sembra avere abbandonato la sua visione rosea sul coronavirus, spiegando che si tratta di una cosa molto seria. Il 45esimo presidente ha insistito che bisogna fare sacrifici e continuare il “lockdown”, la chiusura, per almeno altri trenta giorni, mantenendo le scuole chiuse e limitando i contatti sociali. Se tutto questo si farà si potranno limitare le morti a un massimo di 200mila. In caso contrario si tratterà di una situazione più tragica con un massimo di morti di 2,2 milioni. Si tratta di conclusioni sobrie che gli analisti hanno riconosciuto come affermazioni degne di un presidente. Trump però non dimentica la campagna politica e il suo show. In une delle più recenti conferenze stampa ha risposto a un giornalista facendo notare che “lui è al primo posto su Facebook” (Falso: Trump 29 milioni di followers, Obama 53 milioni). Milioni di morti possibili e il presidente continua a pensare alla pubblicità personale? Forse non ha capito niente dopotutto come ci conferma la sua decisione di proibire la riapertura delle iscrizioni a Obamacare per coloro che non hanno assicurazione medica.

Domenico Maceri

Pubblicato in : EditorialeTag: campagna elettorale, crisi, dichiarato, dittatore, emergenza, hillary clinton, impressione, informazione, lavoro, new york times, obama, scontri, stati uniti, stia

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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