“We humans must come again to a moral comprehension of the earth and air.
We must live according to the principle of a land ethic.
The alternative is that we shall not live at all”.
~N. Scott Momaday, Kiowa~
Chi studia economia sa bene che la teoria economica non tiene conto della scarsità delle risorse disponibili, incluse quelle naturali. Nella realtà, invece, noi dobbiamo tenere ben presente che alcune importanti risorse naturali sono esauribili e non possono essere infinitamente sfruttate, pregiudicando in tal modo lo sviluppo e la vita stessa, sicuramente, per le generazioni future e, nel presente, persino la nostra.
Quante volte abbiamo sentito dire che il nostro pianeta, per garantirsi il futuro, ha bisogno soprattutto di sviluppo sostenibile. Cosa significa? Essenzialmente questo.
La responsabilità dell’introduzione del concetto di “sviluppo sostenibile” nell’agenda politica degli Stati è attribuita al politico norvegese, Sig.ra Gro Harlem Brundtland, già Primo Ministro norvegese nel 1981 e, successivamente, Presidente della World Commission on Environment and Development che, in tale veste, redasse il Rapporto che porta il suo nome e in cui viene data la seguente definizione: “sustainable development is the development that meets the needs of the present generation without compromising the ability of future generations to meet their own needs.” (1)
Oggi più che mai, forme di sviluppo (economico, sociale, urbanistico, ecc.) non possono prescindere da avere come mission il mantenimento dell’equilibrio ambientale, in cui lo sviluppo economico deve obbligatoriamente armonizzarsi con l’equità sociale e gli ecosistemi in cui opera.
Procedendo su questa strada, nel 1997 è stato firmato e ratificato da 118 paesi, ad esclusione degli Stati Uniti d’America, l’accordo internazionale conosciuto come “Protocollo di Kyoto”, in base al quale gli stessi si impegnano a ridurre l’emissione dei cd gas serra al fine di limitare i cambiamenti climatici che essi stessi generano.
Il Protocollo indica il percorso dello “sviluppo sostenibile” attraverso due principali direttrici:
1. il risparmio energetico: mediante il migliorando dell’efficienza sia nella fase di produzione dell’energia che in quella del suo impiego presso i consumatori finali, nonché promuovendo nell’opinione pubblica campagne di educazione al consumo consapevole,
2. lo sviluppo di fonti energetiche alternative in luogo del consumo massiccio di combustibili fossili.
Per quanto riguarda il primo punto, che interessa anche le attività produttive, le quali sono tra l’altro le maggiori responsabili della produzione dei cd gas serra, le aziende hanno recepito le raccomanadazioni del Protocollo, attraverso l’International Organization for Standardization, iniziando ad attuare, al loro interno, nuovi modelli organizzativi che, anziché essere orientati esclusivamente al miglioramento delle prestazioni, mirano ora a conservare e sviluppare le prestazioni nel lungo periodo, con l’obiettivo ultimo di conseguire un successo sostenibile che non ne pregiudichi i benefici anche alle generazioni future.
L’altra direttrice di marcia dello sviluppo sostenibile fa riferimento alle cd energie rinnovabili, ossia a tutte quelle energie che sono prodotte da fonti energetiche che, per la loro natura intrinseca, sono considerate inesauribili; si tratta, cioè, di fonti che si rinnovano continuamente e, di conseguenza, non diminuiscono nella loro entità in modo apprezzabile. La peculiarità di queste fonti è costituita proprio dal fatto che sono disponibili in natura a ciclo continuo, o in conseguenza di processi autorigenerativi, oppure derivanti dalle attività di trasformazione umane. In alcuni casi, poi, esse possono essere prodotte anche dal consumatore finale, come nel caso dell’energia fotovoltaica o eolica, per il proprio utilizzo personale, mentre l’eventuale eccedenza può essere ceduta al gestore nazionale per l’immissione nella rete locale a beneficio di terzi.
Lo sviluppo sostenibile è, dunque, strettamente legato alla “environmental sustainability”, ossia alla capacità dell’ambiente nella sua globalità di avere sempre un funzionamento efficiente e riuscire a ridurre al minimo il suo stesso degrado. Al contrario una situazione di “environmental unsustainability” si verifica proprio quando l’utilizzo delle risorse naturali è più rapido della loro rigenerazione naturale; a questo proposito, lo schema sottostante esemplifica in modo chiaro e sintetico i dati principali dello sviluppo sostenibile e indica l’indirizzo strategico cui gli statti dovrebbero ispirarsi per poterlo compiutamente realizzare:
| Consumo di risorse rinnovabili | Stato dell’ambiente | Sostenibilità |
| Maggiore della capacità della natura di rigenerarle | Degrado ambientale | Assenza di sostenibilità |
| Uguale alla capacità della natura di rigenerarle | Equilibrio ambientale | Sostenibilità invariata |
| Minore della capacità della natura di rigenerarle | Rinnovamento ambientale | Sviluppo sostenibile |
Entrambe le su citate misure previste dal Protocollo di Kyoto si raccordano perfettamente con quanto indicato nel prospetto sovrastante, in quanto sia la promozione dell’efficienza energetica che l’utilizzo di fonti energetiche non esauribili convogliano lo sviluppo verso un maggiore grado di sostenibilità, proprio in conseguenza del fatto che si allarga, in senso positivo, il divario fra la capacità dell’ecosistema di rigenerare le risorse naturali disponibili e il loro utilizzo da parte dell’uomo nelle attività domestiche e produttive.
Le azioni suggerite nel Protocollo di Kyoto, dunque, se attuate, possono produrre risultati positivi immediati per l’intero ecosistema. Ma questo è solo l’auspicio, che non ha più del valore di una semplice dichiarazione di intenti se ad esso non seguirà, da parte di tutti i maggiori attori del processo di industrializzazione, l’adozione strategie di sviluppo convergenti.
Tuttavia, se non altro, il Protocollo di Kyoto ha prodotto indubbi risultati positivi, per l’immediato: ha costituito un volano di sensibilizzazione, per l’opinione pubblica, al consumo consapevole delle risorse energetiche; ha spinto i paesi più industrializzati ha incentivare, seppur in misura ancora limitata, la diversificazione della produzione di energia, nell’intento di diminuire la dipendenza da fonti energetiche tradizionali, di contribuire alla loro salvaguardia e a quella dell’ambiente; ha incentivato le attività di ricerca e sviluppo finalizzate alla realizzazione di tecnologie innovative per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili e alla nascita delle attività produttive connesse. Non mancano, tuttavia, anche aspetti negativi: il principale deterrente all’espansione di questo tipo di fonti energetiche è costituito, senz’altro, dai costi di impianto; in effetti, a livello mondiale, solo il 20% di energia è attualmente prodotta con le energie rinnovabili, con netta prevalenza dell’energia da biomasse e di quella idraulica; anche nel nostro paese è molto limitato l’apporto di queste fonti energetiche alla produzione nazionale di energia.
by Picche

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