
“L’Armata Brancaleone de Noantri” che sta veleggiando tra musica, canne, balli e defezioni, costa a costa, verso Gaza, racconta di danni subiti in acque internazionali a causa di presunti attacchi di droni, bombe sonore e persino musica degli ABBA sparata a tutto volume. Danni, tuttavia, di cui nessuno si è preso la responsabilità e mai finora rivendicati con note ufficiali. In questo quadro l’Italia ha mandato una fregata con compiti chiari, quelli di proteggere i connazionali, assistere chi è in difficoltà, evacuare se necessario. Non è uno show di forza, è scelta minima di buon senso. In zona di blocco le regole sono note: intimazione a fermarsi, visita a bordo, possibile dirottamento in porto per i controlli. Andrebbe comunque ricordato – come è stato ampiamente dimostrato – che questa pseudo iniziativa umanitaria è stata finanziata da cellule estere di Hamas. Quindi, se per caso dovessero spuntare dalle stive, assieme agli aiuti dichiarati, armi o componenti a uso duale non segnalati, la musica cambierebbe all’istante. La nave smetterebbe di essere solo civile e scatterebbero misure più dure, sequestri e possibili incriminazioni. Per gli italiani a bordo significherebbe identificazioni, fermi amministrativi, assistenza consolare e un problema diplomatico immediato.
Nel frattempo la politica balla sul ponte. Da un lato c’è la richiesta di un’interrogazione per capire i fatti, che restano tuttavia folclore finché non arrivano riscontri tecnici seri. Dall’altro, ieri in Parlamento, abbiamo assistito a una scena eloquente, una deputata del Movimento 5 Stelle è salita di giri contro il governo con toni più da centro sociale che da aula istituzionale. Molto rumore, poca sostanza. Non aiuta a chiarire i fatti.
Il punto sensibile restano i rapporti con Israele. La nostra fregata deve essere letta per ciò che è, uno strumento di ricerca e soccorso e di prevenzione di eventuali conflitti. Quindi, non uno scudo per chi vuole forzare il blocco. Basta un incidente di prossimità o un gesto ambiguo e si apre un contenzioso inutile. Israele si aspetta che i partner scoraggino le forzature. Noi dobbiamo tenere una linea sobria: protezione dei nostri cittadini, richieste di chiarimento sugli episodi denunciati, canali autorizzati per far entrare gli aiuti veri, nessuna postura di interposizione.
Quanto agli esiti, tre sono quelli possibili. Prosecuzione ordinata con fermo, controlli e rientro. Tentativo di sfondamento con intervento coercitivo e dirottamento coatto. Nuovi episodi di incerta origine in alto mare, con maggior rischio per gli equipaggi e più pressione diplomatica per capire che cosa i sia successo davvero. In nessuno dei tre casi la flottiglia sposta davvero la logistica degli aiuti, che passa dai corridoi concordati e dai valichi, non dalle prove muscolari in mare.
C’è poi anche il retroscena interno. Spingere una patetica flottiglia verso l’urto serve più a tendere una trappola politica che a scaricare viveri. L’obiettivo è mettere il governo in difficoltà, costringendolo o a una rottura con Israele o a una prudenza subito etichettata come debolezza, così da scalfire la linea attendista e condizionata sul riconoscimento dello Stato palestinese.
La risposta giusta sta, quindi, nella gestione dell’ evento da parte del Governo che deve assicurare una presenza navale discreta ma ferma, esprimersi con messaggi asciutti, con fatti prima delle parole. Se un’ispezione dovesse trovare davvero altro oltre agli aiuti, la partita si chiuderebbe sul piano operativo aprendo una questione penale, e il boomerang colpirebbe chi ha investito sulla sceneggiata.
I fatti, in sostanza, impongono tre condizioni semplici che chiudono coerentemente il quadro. L’Italia mantiene una postura di indagine e soccorso, tutela i propri cittadini e coordina gli aiuti solo attraverso canali legali, così da preservare i rapporti con Israele e ridurre il rischio di incidenti. Se la flottiglia tenta la forzatura, la risposta coercitiva è prevedibile e non produce più aiuti, produce solo contenziosi. Se dalle stive emerge altro oltre agli aiuti dichiarati, la vicenda diventa penale e crolla ogni pretesto umanitario.
Da qui discende la scelta politica razionale del Governo, cioè togliere di mezzo i problemi inutili, affrontare questi passaggi con coerenza e procedure chiare, senza alimentare l’odio antisemita e antisionista che oggi è riconoscibile in un solo ramo ideologico.
Il compito, quindi e’ proteggere i nostri, rispettare le regole, tenere la rotta sui fatti. Il resto vale zero.
Piero Terracina

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