I cittadini sono trattati alla stregua di milioni di bancomat: il regime fiscale della benzina, con il suo carico di accise, si presta a dare plastica evidenza di questa affermazione.

Anche a non volersi iscrivere nell’ottica o filosofia libertaria, c’è da ingegnarsi per respingere il paragone tra lo Stato e il bandito e, più di tutto, per non risolverlo a vantaggio del secondo.
L’Imu è una tassa sulla proprietà e una tassa sulla proprietà – quella per cui già al momento dell’acquisto lo Stato ha preteso un obolo sostanzioso – è più che mai odiosa e frustrante. Se si pensa a fondo, è filosoficamente inconcepibile una tassa sulla proprietà. Come scrive Pascal Salin nella sua Tirannia fiscale, in generale tassare il capitale per rendere la sua ripartizione più ugualitaria, è come tassare le differenze d’età, di scelta, di situazioni. D’altronde, lo Stato – almeno quello italiano – ormai non ardisce più neppure a tanto: gli è sufficiente realizzare l’obiettivo di fare cassa, perché ha imboccato, si dice, la cosiddetta strada del rigore: ma non nel senso di mettere seriamente a dieta la spesa pubblica, semmai nella ben più ristretta accezione di riportare il bilancio in pareggio, imperniando una quota rilevante delle manovre sull’incremento della pressione fiscale. Alcune settimane fa, commentando il progetto di legge delega sulla revisione del sistema fiscale, Enrico De Mita, nell’articolo intitolato “Se l’unico scopo è incassare di più” (Il Sole 24 Ore) ha affermato trattarsi di un progetto di cui non è possibile cogliere una unitarietà di impostazione “a meno che non sia il gettito purchessia”. In generale, “l’impressione complessiva è che l’impostazione della proposta di legge sia tecnicamente e politicamente insufficiente e, con questo Parlamento, serve ad acuire i rapporti di forza e quindi a rendere impossibile l’approvazione di un testo di legge che è una sommatoria di questioni redatte con la convinzione che solo una parte di esse possa essere approvata. Se il problema è il gettito, si scelgano, unilateralmente, solo le parti che servono allo scopo. Ci sono voluti anni negli anni 70 per una impostazione logica di riforma tributaria e altrettanti anni di pratica per coglierne i limiti. Qui si postula una specie di legge speciale che, preordinata alle pure esigenze di gettito, possa essere parzialmente approvata al di fuori di ogni impostazione e limite logico. Qui c’è una strumentalità politica che sfugge ad ogni logica propria della legge: una specie di circolare che nasce con la mentalità della burocrazia e non di quella che dovrà essere approvata dal Governo e dal Parlamento”.
In ogni caso, per riassumere abbiamo, da un lato, il rigore per i contribuenti e, dall’altro, un perdurante laissez faire per la classe politica e dei funzionari pubblici, per il gigantesco apparato pubblico-amministrativo che fa impallidire per costi, inefficienza e risultati.
I cittadini sono trattati alla stregua di milioni di bancomat: il regime fiscale della benzina, con il suo carico di accise, si presta a dare plastica evidenza di questa affermazione. Se non vi siete mai presi la briga di capire che cosa siano queste benedette accise, leggetevi l’elenco di quelle che gravano, pur a distanza di innumerevoli lustri, sul vostro pieno di benzina:
- ·1,90 lire (0,00103 euro) per il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935-1936
- ·14 lire (0,00723 euro) per il finanziamento della crisi di Suez del 1956
- ·10 lire (0,00516 euro) per il finanziamento del disastro del Vajont del 1963
- ·10 lire (0,00516 euro) per il finanziamento dell’alluvione di Firenze del 1966
- ·10 lire (0,00516 euro) per il finanziamento del terremoto del Belice del 1968
- ·99 lire (0,0511 euro) per il finanziamento del terremoto del Friuli del 1976
- ·75 lire (0,0387 euro) per il finanziamento del terremoto dell’Irpina del 1980
- ·205 lire (0,106 euro) per il finanziamento della guerra del Libano del 1983
- ·22 lire (0,0114 euro) per il finanziamento della missione in Bosnia del 1996
- ·0,02 euro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004
- ·0,005 euro per l’acquisto di autobus ecologici nel 2005
- ·da 0,0071 a 0,0055 euro per il finanziamento alla cultura nel 2011
- ·0,04 euro per far fronte all’emergenza immigrati dovuta alla crisi libica del 2011
- ·0,0089 euro per far fronte all’alluvione che ha colpito la Liguria e la Toscana nel novembre 2011
- ·0,082 euro per il decreto “Salva Italia” nel dicembre 2011.
Ad esse si aggiungono l’imposta di fabbricazione sui carburanti e, naturalmente l’Iva. L’Iva che diabolicamente viene applicata sulle accise: una tassa sulla tassa! Tutte le volte che andiamo a fare rifornimento, finanziamo sostanziosamente e forzosamente lo Stato.
Ma lo Stato si fa sostenere anche da chi per avventura si limiti a ‘respirare’: se un contribuente, del tutto teorico, che non consuma, non spende e vive in uno stato vegetativo è proprietario di immobile, costui è comunque obbligato verso lo Stato.
In più, l’elenco delle accise e la loro origine risalente convincono anche di un’altra verità: una volta che lo Stato ha stabilito una tassa, è assai difficile che la revochi. Le politiche finalizzate al consenso sociale e alla rincorsa di obiettivi demagogici e ‘solidaristici’ fanno a cazzotti con il senso del limite e il criterio di una buona gestione delle risorse. Una volta che l’apparato conta su determinate entrate, è più facile che vada avanti piuttosto che torni indietro.
Il bancomat è illimitato: se ci saranno disastri o calamità naturali, è già previsto per le accise un ulteriore incremento di 5 centesimi a livello statale – la c.d. tassa sulla disgrazia – con una facoltà concessa alle Regioni per ulteriori 5 centesimi.
Si potrà anche continuare all’infinito, ma per arrivare dove? E in quali condizioni?
E se parlassimo di Irap, quella irragionevole tassa sul lavoro che da tempo avrebbe dovuto essere soppressa?
E se parlassimo della stessa Iva, che in autunno non è ancora detto che non balzi al 23%?
L’altro giorno era persino ‘spuntata’ (sì, il verbo dà il senso della illimitata e perversa fantasia che ispira il legislatore fiscale) persino una tassa sui cani e sui gatti, che – se non ho letto male – doveva sostenere la lotta la randagismo. Ogni ragione, rammentatelo, è buona per sostenere una nuova tassa. Anche se, per avventura, potrebbe – come nella fattispecie – finire per dare ossigeno al fenomeno che si dichiara di voler combattere. Ma la mentalità statalista non consente di andare oltre l’immaginazione della tassa stessa, mentre sarebbe perlomeno necessaria – ogni volta che la furia creatrice partorisce un nuovo mostro – almeno una valutazione d’impatto fiscale. L’impatto dell’Imu – insieme all’aumento delle rendite catastali del 60% – dovrebbe portare ad un decremento del valore degli immobili di almeno il 20%. Elemento potenzialmente pericoloso per un’economia già in grande affanno.
Quanto alla tassa sui cani e sui gatti, questa piccola ulteriore follia sembra essere stata accantonata quasi subito. Ma per una che viene abortita, quante vengono alla luce?
Ne abbiamo ascoltate di cotte e di crude, nelle ultime settimane.
Il Capo dello Stato ha tuonato che gli evasori fiscali sono indegni di essere italiani. Dimenticando che per pretendere regolarità dai cittadini, la politica dovrebbe esibire comportamenti specchiati e un uso parco e responsabile delle risorse. Chi è più indegno tra un politico incapace e un grosso evasore? Io non sono sicuro della risposta. Napolitano dimostra di essere ancora comunista fino al midollo e, come ogni buon comunista, di non prestare alcun attenzione alla realtà concreta delle persone e dei loro bisogni, essendo interessato unicamente a degli imperativi astratti. Gli evasori però, grandi e anche piccoli e distribuiti in ogni ceto e categoria, sono milioni e – per come vanno le cose – aumenteranno, se è vero che davanti all’inasprirsi della pressione fiscale ci sono una classe politica che continua a dilapidare i soldi degli italiani e – soprattutto – un orizzonte davvero magro di cui non si conosce il limite.
Ci si è messa anche la trasmissione “Report” a sparare follie, con la proposta di quel 33% su prelievi e pagamenti in contante che era già irripetibile quanto macchinosa. Peraltro, facendo confusione tra misure che dovrebbero contrastare il fenomeno del riciclaggio e misure per combattere l’evasione fiscale. Tendere ad annullare l’utilizzo della moneta (come ha suggerito Gabbanelli) significa avvicinare ulteriormente lo Stato a quel “grande fratello” di orwelliana memoria che stabilisce un controllo tendenzialmente capillare sulla vita dei cittadini. E’ così che si conduce una efficace lotta all’evasione fiscale? E’ come abolire la proprietà privata per eliminare il furto! Quanto alle misure di contrasto al riciclaggio, è ormai pacifico che il fenomeno coesiste tranquillamente con i canali ufficiali e legali della circolazione dei capitali, dove i proventi di attività criminali, i cosiddetti capitali sporchi, vengono più e più volte ‘lavati’ e messi a disposizione di investimenti nell’economia legale.
Nella campagna elettorale francese, a parte gli azzardi fiscali del nuovo inquilino dell’Eliseo, abbiamo ascoltato le follie del comunista Melenchon: confisca dei redditi sopra 360 mila euro. Ecco qui che il volto banditesco almeno è emerso apertamente, senza tanti giri di parole!
Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, dalle pagine del Sole 24 Ore del 6 maggio u.s. con l’articolo dal titolo “Pagare le tasse è un dovere etico”, ha enunciato i suoi tre principi in materia fiscale: 1) il dovere morale di pagare le tasse; 2) l’esigenza etico-sociale che esse siano eque; 3) l’affidabilità delle garanzie offerte da chi governa e dal quadro economico-politico generale circa il buon uso del denaro pubblico.
E qui, a mio modesto avviso, c’è qualcosa che non torna: l’ordine dato ai tre principi. Vorrei osare una similitudine, che poi non è così campata in aria: la corresponsione delle tasse come un investimento, come un qualunque investimento (ancorché – e non è poco – forzoso): nel momento in cui io debbo corrispondere dei denari a qualcuno, – a maggior ragione se per investirli -, sarà cosa opportuna che analizzi prima di tutto le caratteristiche di affidabilità, correttezza e trasparenza del soggetto che riceverà quei denari (oltre che dell’investimento in se, beninteso). Dopo aver sciolto in positivo le dovute riserve, mi accingerò a eseguire l’operazione. Come tutte le negoziazioni e le operazioni umane, essa non può avere luogo senza che sussista un minimo di quel sentimento che si chiama affidamento, o fiducia. Non mi pare di nutrire incertezze sul fatto che tra l’investitore e il gestore dell’investimento sia quest’ultimo a doversi guadagnare questa fiducia, esibendo le proprie credenziali e dimostrando concretamente di possedere una serie di caratteristiche. Allora, se questo è vero “l’affidabilità delle garanzie offerte da chi governa e dal quadro economico-politico generale circa il buon uso del denaro pubblico” è un presupposto fondamentale della corretta impostazione del rapporto fiscale tra contribuente (l’investitore) e gestore dell’investimento (lo Stato). Questa affidabilità tuttavia, prima che posare sulla virtù degli uomini, solo per cautela è bene che sia fondata su alcuni principi e regole di valenza preventiva.
Perché la virtù degli uomini è ballerina, si sa; le regole molto meno.
Nei confronti dello Stato italiano, o meglio dell’intero apparato pubblico-amministrativo – con le dovute eccezioni – la fiducia è, torniamo a dire, gravemente compromessa. Forse nemmeno per il grado di corruzione bensì per l’inefficienza, l’incapacità gestoria dei funzionari pubblici, più pesante della corruzione perché probabilmente molto, assai più costosa. Viene da dire che l’insipienza del potere è il primo, è il più grave furto! Il saccheggio – si può dire sistematico – delle risorse erariali è moralmente peggiore dell’evasione fiscale. L’idea che riducendo l’evasione vi sia più efficienza nei servizi è una volgarissima balla cui nessuno – presumo – presta fede. Oggi l’affidabilità del potere pubblico-amministrativo è tutta da ricostruire e questa è opera ben più ardua della stessa lotta all’evasione fiscale.
Il secondo principio è l’equità dell’ordinamento fiscale. Non so se esista una tassa “equa”, ne saprei come determinarla. Se non eque, sono quanto meno giustificabili quelle tasse che servano a sostenere la spesa pubblica necessaria all’erogazione di servizi qualificabili rigorosamente come essenziali: per esempio, la tutela della sicurezza esterna ed interna. La riflessione sull’equità fiscale, un’equità ‘verticale’ (nel rapporto tra cittadini e Stato) e orizzontale (nella eventuale diversificazione dello sforzo in funzione della varietà dei redditi personali) è tutt’altro che scontata e dovrebbe essere oggetto di una riflessione “costituente” che servisse da base ad un nuovo rapporto tra Stato e cittadini. Se per “equità” si intende una politica di punizione della ricchezza, che significa allontanare i capitali da questo Paese, che significa immobilizzarli e sottrarli al circuito dell’economia e quindi agli investimenti, che significa in definitiva privare di opportunità sempre nuove proprio coloro che appartengono alle frange socialmente deboli e a forte rischio di esclusione sociale, allora forse si pensa che possa essere lo Stato a creare ricchezza, con i suoi posti di lavoro vieppiù dettati da logiche clientelari, con i massicci investimenti di stampo “keynesiano” che sembrano più nascere dall’esigenza di creare occupazione (e consenso) piuttosto che realizzare opere di reale necessità per l’agire collettivo?
Che cos’è dunque l’equità? Non c’è consenso sul significato pratico di questo concetto.
Quanto al terzo pilastro, al terzo “orizzonte etico”, esso è – come dicevo – il primo punto. D’altronde, che si fa, prima si accetta di spendere e poi ci si preoccupa che il gestore delle risorse abbia quella diligenza del buon padre di famiglia di codicistica valenza? Io credo che un qualunque investitore accorto ritenga di invertire i fattori. “Ciò che proviene dalla contribuzione dei cittadini va speso al servizio del bene comune: sprechi, leggerezza ed errori nella spesa pubblica, corruzione e indebite appropriazioni, vanno combattuti con tutti i mezzi legittimi”. Già: ma questi mezzi legittimi che cosa sono? E, soprattutto, deve trattarsi di mezzi preventivi o successivi? Anche qui il buon senso risponde da se: preventivi! La spending review va considerata un impegno etico-sociale cui non è lecito sottrarsi? Siamo certi che il problema sia quello di una spending review e non di una spending revolution? L’affidabilità – richiamata – di chi gestirà di fatto le risorse provenienti dal contributo di ciascuno può derivare non da una reviviscenza della virtù negli uomini ma da un cambio di sistema, in cui lo Stato diventa arbitro, regolatore o al massimo controllore, e la gestione viene restituita a coloro che sono in grado di svolgere in efficienza attività imprenditoriali e di tipo industriale. Il modello è: io (privato) gestisco, tu (Stato) fai l’arbitro. Che è esattamente un cambiamento di paradigma. Si si pensa bene, nei decenni fino ad oggi lo Stato italiano ha messo le mani in pasta dappertutto, dimenticando oltretutto la prima cosa essenziale che fa un imprenditore con il proprio investimento: il controllo dell’uso delle risorse e la remunerazione del capitale investito (evidentemente, in questo caso, non in termini di costi-ricavi bensì di costi-benefici). Non è l’etica che salva l’economia: è la definizione di regole nuove, che contengano nella loro chiarezza e semplicità gli antidoti all’approfittamento e al saccheggio. L’etica, poi, essendo una questione individuale, ha un ulteriore e importantissimo spazio nella gestione delle risorse collettive ma sbaglieremmo nuovamente se ci affidassimo ad una classe politica ‘nuova’ sperando in una catarsi o in una palingenesi. Anche i ‘mostri’ di oggi sono stati, furono ‘nuovi’, ormai venti anni fa.

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