Non è dell’antipolitica che dobbiamo avere paura, ma della feroce resistenza alla rinascita della politica che il potere, in tutte le sue forme istituzionali, partitiche, economiche e corporative, sta attuando.

Sarebbe fin troppo facile documentare che la cosiddetta antipolitica è sempre esistita, perchè è un fenomeno affatto irregolare e del tutto fisiologico; se la chiamassimo con il suo vero nome – ad esempio, malpancismo – potremmo agevolmente concordare che è solo una espressione, rumorosa finchè si vuole, del malcontento che di volta in volta attraversa le diverse categorie sociali in momenti diversi e per ragioni diverse, ma che è del tutto compatibile con un sistema democratico dove tutte le istanze trovano una rappresentanza, comprese quelle che si sentono danneggiate e/o minoritarie rispetto alla tendenza generale che si è deciso di seguire.
Dunque la pletora di anime belle, quelle che ogni mattina scendono dal pero e scoprono con dovizia di esclamazioni e sperpero di – cattiva – coscienza sociale che qualcosa non va sotto il nostro cielo, che ora lanciano anatemi contro l’antipolitica descrivendola come l’apocalisse prossima ventura, non ci fanno neanche ridere, stante la loro conclamata malafede. I padri, ovvero i pessimi politici, che rinnegano la propria prole, ovvero l’antipolitica, non meritano pietà nè compassione alcuna, perchè le loro colpe hanno generato figli ribelli e soprattutto inferociti, pronti a combattere per la propria sopravvivenza e niente affatto disposti a barattarla con la pervicace pretesa di eternità dei loro padri.
Sarebbe anche facile, se volessimo ragionare con lucidità e pacatezza invece di abbandonarci sempre alla scompostezza di reazioni isteriche che mascherano, e male, la pochezza delle argomentazioni e la sostanziale incapacità di chi le sostiene, sarebbe facile delimitare i termini del problema ed individuare con precisione il confine dell’antipolitica, ovvero stabilire fin dove può spingersi e dove, invece, non potrà mai arrivare. Ovvero alla fase di costruzione e progettazione di un sistema alternativo, di un modello credibile, sostenibile ed affidabile di governance del paese, qualcosa di talmente complesso, impegnativo ed evolutivo che non può in alcun modo nascere dal velleitarismo un pò naïf ed un pò paraculo degli Indignati di professione.
Quindi, potremmo dire con ragionevole sicurezza che il problema che ci attanaglia, non da oggi ma che oggi presenta finalmente l’intero salatissimo conto da pagare, non è certo l’antipolitica, ma la mancanza endemica di una autentica pratica della politica, abbandonata da decenni e sempre più allontanata in favore di una conservazione sorda, cieca ed ostinatissima del potere e della sua rendita di posizione.
Quello che abbiamo oggi è una malapolitica ripiegata su se stessa e malata della propria stessa sterilità, l’immagine purtroppo più fedele di un paese che non ha saputo nè tantomeno voluto realizzare un patto tra generazioni che prevedesse sani, naturali, fisiologici e rivitalizzanti passaggi di mano nei momenti giusti e con le giuste modalità, permettendo ad ogni generazione di esprimere la propria idea di nazione, innanzitutto, e poi di modello di sviluppo, di coesione sociale, di crescita economica ma anche culturale.
Abbiamo realizzato una società immobile, sclerotizzata in ruoli immutabili, governata da vecchi sempre più vecchi, marginalizzando le risorse umane o riducendole a leve del potere sotto l’egida anestetizzante delle tutele, delle corporazioni, delle clientele, delle cricche. Non abbiamo mai investito davvero in un progetto che prevedesse un cambiamento, un rischio calcolato di impresa: impresa ideale, impresa umana, impresa costruttiva. Eppure non c’è società nè comunità piccola o grande che possa perpetuarsi senza rinnovarsi, senza scommettere sul proprio futuro, senza avere soprattutto la capacità di immaginare un futuro.
La domanda del tutto retorica, ma del tutto cogente, è sempre la stessa: perchè ciò che in altre democrazie appare del tutto normale, e persino auspicabile, ovvero che le nuove generazioni vadano al potere, si assumano dunque le proprie responsabilità di fronte a se stesse ed alle proprie comunità di appartenenza, accettando l’onere di traghettarle verso una nuova fase di vita, in Italia appare come una sorta di anatema, una maledizione da scagliare contro chi la invoca, una tragedia annunciata ancor prima che avvenga. E infatti non è mai avvenuta.
Il bisogno disperato di politica – politica vera, ideale e concreta, attiva e costruttiva, ambiziosa e realista, progettuale ed imprenditoriale – che è ad oggi la nostra primaria necessità non può in alcun modo prescindere dal totale smantellamento di un muro generazionale che ci ha tenuti lontani dal futuro, relegandoci ad un eterno passato di vecchie parole, vecchi slogan, vecchie facce, vecchie idee, addirittura vetuste ideologie.
Non è certo dell’antipolitica che dobbiamo avere paura, ma della feroce resistenza alla rinascita della politica che il potere, in tutte le sue forme istituzionali, partitiche, economiche e corporative, sta attuando. La disfatta del nostro paese sta tutta qui, ed il tempo è ormai esaurito: o viviamo, o moriamo. Ma sarebbe di gran lunga preferibile, a questo punto, rischiare di pagare gli inevitabili errori di inesperienza di una nuova giovane non compromessa classe dirigente, piuttosto che finire stremati dagli enormi costi di mantenimento di un sistema marcio, corrotto, malato ed inemendabile che ancora tenta di schiacciarci.
Ogni sfida ha un prezzo – preferiremmo pagare quello del rischio che non quello della sterile conservazione.

Non mi meraviglia affatto, visto che è tutta la vita che fa parte di un sistema che si perpetua fino allo sfinimento – nostro – invece di adoperarsi per il cambiamento.
Chiara ,detto tra noi ….ma ti sei accorta che il primo a parlare di “antipolitica” ( senza spiegare cosa intendesse dire ) è stato il presidente della Repubblica…?