
Sul fine vita, la Toscana ha vinto una battaglia di civiltà: ha spezzato l’ipocrisia e l’inerzia del governo Meloni e della sua maggioranza, trasformando un principio già riconosciuto dalla Corte costituzionale in una procedura pubblica, rigorosa e controllata; mentre a Roma continuano a rinviare e a scaricare sulle famiglie, sui malati e sui medici il peso di una scelta che chi ha il dovere di legiferare non ha il coraggio di fare.
Il fine vita è una materia su cui si misura la qualità dello Stato, la sua capacità di intervenire con equilibrio in un punto in cui la vita di una persona arriva al limite e chiede risposte pubbliche, chiare, controllate, uguali per tutti.
In questa materia, l’Italia vive da anni una contraddizione che grida vendetta: da un lato la Corte costituzionale che ha tracciato un perimetro rigoroso e limitato e ha chiesto al legislatore di intervenire; dall’altro un Parlamento che, dal 2019, ha scelto l’inerzia, lasciando che siano tribunali e ASL a gestire un campo delicatissimo della vita delle persone.
La Toscana ha fatto, con coraggio, una cosa semplice e istituzionalmente corretta: ha provato a rendere praticabile ciò che già esiste, un diritto stabilito dalla Corte Costituzionale.
Facciamo chiarezza: la Corte non ha “legalizzato” l’eutanasia e la Toscana non ha “autorizzato” il suicidio assistito come se fosse una nuova prestazione sanitaria a richiesta.
La Corte, nelle note decisioni sul caso Cappato, ha individuato un’area di non punibilità dell’aiuto al suicidio, e ha fissato condizioni stringenti e verificabili, indicando la necessità che tutto avvenga dentro garanzie pubbliche.
Da allora, il Parlamento avrebbe dovuto fare una legge nazionale. Ma non l’ha fatto. E questa è una responsabilità politica grave e una vergogna che ricade principalmente sulla maggioranza di destra, che si sottrae ad un preciso dovere istituzionale ed etico al tempo stesso.
Invece, la Toscana ha fatto ciò che una Regione può fare: disciplinare i tempi e le procedure nel servizio sanitario, per evitare che un diritto fondamentale dipenda dall’arbitrio di un ufficio o, quando va bene, dal coraggio di un primario e quindi dallo spazio geografico in cui ci si trova.
La Toscana dice che si può accedere alla procedura solo nei casi già indicati dalla Corte.
E quei casi sono chiari: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale (o necessità clinica di tali trattamenti), e soprattutto capacità di prendere una decisione libera e consapevole da parte della persona ammalata.
Diversamente da ciò che ha raccontato la propaganda della destra, la capacità decisionale è un cardine assoluto della legge toscana.
Se una persona non è capace di decidere, non può accedere al suicidio medicalmente assistito. Nessuno può farlo al suo posto: né familiari, né tutori, né amministratori di sostegno.
È lo stesso principio che regola le DAT, le disposizioni anticipate di trattamento, introdotte con la Legge 219/2017, che non riguardano il suicidio assistito ma servono per rifiutare determinate cure, evitare l’accanimento, chiedere le cure palliative e, quando indicato, la sedazione profonda.
Un diritto che può essere esercitato da qualsiasi maggiorenne che sia capace di intendere e di volere, in qualunque momento della vita, e non solo in caso di malattia. Sono oltre 200.000 le Disposizioni Anticipate di Trattamento depositate nella banca dati nazionale delle DAT dal 2018 a oggi.
Sia le DAT, istituite con legge nazionale, sia la legge toscana si basano sull’idea fondamentale secondo cui nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito senza il consenso libero e informato, che deriva direttamente da due articoli della Costituzione della Repubblica Italiana: art 32 “nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario se non per legge”; art 13, “la libertà personale è inviolabile”.
Un trattamento sanitario imposto contro la volontà della persona è, giuridicamente, una violazione della libertà personale.
Ma questo la nostra destra retriva non riesce a capirlo e politicamente resta suggestionata da un’idea di Stato autoritario che si sostituisce in tutto e per tutto all’individuo sulla base di presunti valori tradizionali da imporre a tutti.
Essa ha agitato come uno spauracchio la questione del “delegato”, trasformandola in un caso politico e affermando che con la legge toscana altri avrebbero deciso sulla vita di ciascuno di noi.
Una falsità assoluta!
Infatti, in un percorso sanitario complesso, una persona gravemente malata può aver bisogno di qualcuno che consegni documenti, segua comunicazioni, solleciti risposte.
Questo è l’accompagnamento burocratico. Ma la volontà e la decisione è tutta e soltanto personale.
La Corte Costituzionale è stata e resta netta: la decisione di morire non è delegabile.
Tutta questa vicenda fa emergere chiaramente la differenza tra un approccio serio e uno ideologico e strumentale sul tema dei trattamenti e delle scelte di fine vita.
Un approccio serio dice: il dolore deve essere combattuto, le cure palliative si rafforzano sempre e si devono garantire a tutti, l’accanimento terapeutico deve essere evitato, la dignità della persona deve essere tutelata fino all’ultimo.
E, in un numero limitato di casi rigorosamente verificati, si deve riconoscere anche il diritto della persona capace e consapevole a non essere costretta a vivere.
Imvece, un approccio ipocrita e strumentale si scaglia contro chi prova a garantire diritti fondamentali e a dare risposte, e intanto lascia le persone sole, abbandonate in un labirinto.
È la differenza che passa tra una politica che si sforza di essere umana e vicina alle persone e una politica che se ne frega e monta campagne assurde su temi delicati che riguardano la vita e la morte, puntando semplicemente a turlupinare consensi sull’ignoranza e sulla paura.
Enrico Rossi

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