
Ricordate la vicenda Monte dei Paschi di Siena e le accuse infamanti alla sinistra senese e al PD che contribuirono non poco nel 2012 a non far vincere le elezioni a Bersani?
La verità è che non ci furono né corruzione né altri reati e che il gruppo dirigente della banca, legato alla sinistra della città, ha commesso errori ma non reati.
Ieri, in Cassazione sono stati definitivamente assolti, confermando il giudizio della Corte d’Appello, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni che all’epoca dei fatti erano rispettivamente presidente e direttore generale della banca.
Il castello di accuse costruito contro due uomini perbene è crollato alla prova dei fatti nei due gradi di giudizio.
Resta, a mio avviso, l’errore dell’acquisto di Antonveneta ad un prezzo eccessivo.
Un acquisto fatto in modo avventato ma regolarmente autorizzato da Mario Draghi, allora direttore della Banca d’Italia; ai cui ispettori i vertici del Monte, diversamente da quanto ha sostenuto la procura di Siena, non avevano né ostacolato il lavoro né nascosto alcunché.
Ho sempre avuto il sospetto che, oltre agli errori, nel “disastro” del MPS avesse avuto un ruolo anche la volontà di colpire la cosiddetta “finanza rossa” per ridurne il ruolo di grande player nazionale ed europeo, a favore di altri istituti.
Quello che è certo è che ci fu chi approfittò di una situazione critica per sferrare una campagna di accuse politiche infondate contro una intera città che nell’istituto finanziario in buona parte si identificava.
E invece la “finanza rossa” era guidata da persone oneste che, tra le altre cose, in una città allora rossa come Siena, erano anche di sinistra.
Non saprei dire se con la sentenza di ieri è stata fatta giustizia, perché 11 anni di gogna mediatica costruita su accuse inconsistenti sono il massimo dell’ingiustizia che una persona possa subire.
Enrico Rossi

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