Fu un incontro cordiale ma non caloroso. Anzi, freddino. Parole di circostanza, la stretta di mano e poi affiancati per dieci minuti, con i cavalli al passo, per parlare da soli. Il re Vittorio Emanuele, alle porte di Teano si diresse a palazzo Santagapito, dove fino a poche ore prima avevano alloggiato i Borbone, Garibaldi invece andò a far riposare il cavallo in una stalluccia e mangiò pane formaggio e fichi offerti da un contadino. Andò così quel 26 ottobre 1860.
Pochi giorni dopo, con solo un sacco di sementi, l’eroe dei Due Mondi si imbarcò per Caprera. E il regno delle Due Sicilie era stato consegnato all’Italia dei Savoia. Se Vittorio Emanuele avesse tardato la sua spedizione militare, Garibaldi avrebbe sicuramente preso Roma, non si sarebbe fermato. Ma i tempi non erano ancora maturi per Porta Pia, le potenze europee e specialmente la Francia non avrebbero accettato la fine del governo del Papa.
Che c’incastra allora Fiesole con l’Incontro di Teano? Perché lo scultore Oreste Calzolari la lasciato nella piazza del paese un segno così imponente di quel fatto, che per le masse popolari ebbe il sapore di una resa al potere dei moderati? Se lo sono chiesti, il 26 ottobre scorso, gli storici Fabio Bertini e Valdo Spini e lo storico dell’arte Sergio Casprini in un convegno voluto dal Comune di Fiesole e dal Comitato fiorentino per il Risorgimento nella Sala del Basolato di piazza Mino, proprio accanto al grande bronzo. Perché di quel gruppo scultoreo si celebrano adesso i 110 anni dalla inaugurazione.
Intanto bisogna raccontare come si svolsero i fatti. Come ha spiegato il sindaco Anna Ravoni, lo scultore Calzolari era stato incaricato di modellare il monumento da un comitato di Teano per la piazza dei quel paese, ma quando fu chiaro che il costo era elevato, la commessa andò in fumo. E fu Fiesole a offrirsi di comprare l’opera con i soldi del Comune e i contributi delle famiglie più in vista.
Calzolari era uno scultore già affermato, nel 1888 era stato nominato professore dall’Accademia con i colleghi Raffaello Romanelli, Dante Sodini e Antonio Garella e aveva cominciato l’insegnamento; nel 1898 aveva partecipato al concorso per la Quadriga sul Palazzo di giustizia di Roma, nel 1902 aveva fatto il monumento in travertino ai caduti di Mentana, nella piazza dietro alla Borsa di Firenze e due anni dopo era divenuto direttore della Manifattura di Signa, azienda dei fratelli Bondi specializzata nelle ceramiche d’arte.
La storica stretta di mano tra i due cavalieri era stata gettata nel bronzo dalla fonderia di Gusmano Vignali, in viale Petrarca, che aveva impiegato quattro tonnellate di rame e una di stagno. Un lavoro imponente. Non era la prima grande opera del Vignali, che aveva già realizzato il Garibaldi di Napoli per Cesare Zocchi, quello di San Giovanni Valdarno per Pietro Guerri e il Mordini di Barga per Romanelli. Erano anni molto vivaci, non solo dal punto di vista artistico.
Puccini presentò la sua nuova opera Butterfly alla Scala di Milano mentre si era appena aperta la ferrovia Transiberiana che consentiva di andare da San Pietroburgo a Vladivostok e la Fiat di Torino, nata da soli quattro anni, sfornava la 75 cavalli di cilindrata 14mila. A Parigi le avanguardie di Matisse e De Vlaminck davano vita al fauvisme e all’uso selvaggio dei colori ma nella scultura le nuove correnti stentavano ad affermarsi. La statuaria restò celebrativa e ufficiale senza concessioni alla modernità dell’Art deco, dello Jugendstil, della Secessione o del Liberty, ma il bronzo diventò di gran moda dopo due secoli di predominio del marmo. A Firenze la fonderia più importante diventa Vignali che ha 60 operai e usa il sistema a caolino, che permette fusioni perfette nei più piccoli dettagli, mentre sta per chiudere sopraffatta dai debiti la storica fonderia granducale di Clemente Papi, ora gestita dai fratelli Pietro e Leopoldo Galli, in via Cavour angolo piazza san Gallo.
Vignali è diventato importante perché a Budapest ha vinto tra 37 concorrenti il concorso per fondere le statue di Gyorgy Zala per la Piazza del Millennio e nel 1903 apre una fonderia anche nella capitale ungherese. Va e viene da Budapest, dove lascia stabilmente suo fratello Raffaello, e nel 1906 lavora all’Incontro di Teano. Ma la consacrazione ufficiale gli arriva l’anno successivo: alla fusione del Centauro di Clemente Origo assiste anche Gabriele D’Annunzio che descrive la scena in un lungo capitolo delle Faville del Maglio che viene pubblicato sul Corriere della Sera. E’ un trionfo. E Vignali avrà anni di lavori importanti. Lo scoppio della Grande Guerra ferma la produzione di statue, che riprende nel 1918 con vari monumenti ai caduti. Vignali fonde anche la enorme Quadriga di Paolo Bartolini sulla terrazza del Vittoriano, a Roma, finché sopraffatto dalla recessione nel 1935 chiude ed emigra in Sudafrica e Uruguay dove i suoi figli aprono altre fonderie d’arte.
Garibaldi è morto da poco quando tante città decidono di erigere statue in suo onore nelle piazze. A Firenze è effigiato da Cesare Zocchi nel 1890 sul Lungarno accanto al Consolato americano. E nel 1896 a Siena Raffaello Romanelli vince il concorso per una statua a cavallo nei giardini della Lizza. Garibaldi rappresenta più di ogni altro personaggio i valori dell’Unità e della Nazione, come ha sottolineato Rossella Fioretti, dell’Associazione veterani e reduci garibaldini. Ma non mancano statue dedicate a personaggi più “locali” con la stessa finalità di celebrare il Risorgimento. La politica nazionale vuole infatti che ogni monumento, attraverso un consolidato stile accademico, trasmetta il senso della sacralità del proprio potere, proprio nel momento in cui si fanno avanti le temute idee socialiste, il parlamentarismo, la democrazia. Ed ecco Ubaldino Peruzzi (di Romanelli) e Bettino Ricasoli (di Rivalta) in piazza Indipendenza, ecco il generale Manfredo Fanti (Pio Fedi) in piazza San Marco, Daniele Manin (Urbano Nono) in piazza Ognissanti e ora sul viale dei Colli.
Ecco Vittorio Emanuele a cavallo di Emilio Zocchi (ora alle Cascine) in piazza Vittorio, il Cavour di Rivalta nascosto nella sede della Banca d’Italia e infine la Battaglia di Mentana del Calzolari con il garibaldino morente che non abbandona la bandiera sostenuto dal commilitone che lo difende con la pistola. E gli scultori fiorentini vincono concorsi importanti anche fuori città, come il Dante di Zocchi per Trento.
I protagonisti di Teano arrivarono in quattro pezzi nella piazza di Fiesole, i due cavalieri a gambe larghe e i due cavalli con un’apertura quadrata al posto della sella, e furono montati il 17 giugno 1906. Su La Nazione del giorno dopo si legge che “le figure sono di dimensioni una volta e mezzo del vero”, che per l’inaugurazione le autorità si ritrovarono alle 9,45 a Villa Kraus e aspettarono il Conte di Torino, figlio di Amedeo duca d’Aosta e cugino del Re, per salire nella piazza passando per il giardino dell’albergo Aurora. La piccola Vignali, Emma, offrì al Conte un bouquet di fiori. Accanto alle due statue, alte 3 metri e 20 che si trovano su un basamento alto 2, fino al 1962 c’era un obelisco di travertino bianco alto 7 metri sormontato dalla stella d’Italia in bronzo.
Il gruppo in bronzo era costato 3625 lire.
Paolo de Anna






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