La fiducia ci sarà. Ma non si ancora su cosa. E’ questa la situazione paradossale che si è determinata nel Governo dopo che la commissione lavoro della Camera ha apportato alcune modifiche al testo del Ddl sul Welfare, così come scaturito dall’accordo del 23 luglio. Le posizioni sono note. Dopo l’accordo raggiunto fra le parti sociali, e nonostante il risultato positivo del referendum fra i lavoratori promosso dai sindacati, la sinistra radicale chiese alcune modifiche. Nel dibattito svoltosi alla Camera, in commissione lavoro, qualcosa anche se non tutto, è stato cambiato. Dini però ha puntato i piedi. L’ex presidente del consiglio è stato perentorio “un euro in più di spesa e il mio gruppo non vota”. I diniani non sono tanti ma bastano a far cadere Prodi. Così per tagliare la testa al toro, l’Esecutivo ha deciso di ricorrere al voto di fiducia. Resta però da decidere su cosa. Sul testo originario, su quello modificato dalla Commissione o su una terza ipotesi? La tesi che circola è l’ultima. Il testo originario infatti scontenta la sinistra, quello modificato scontenta Dini. Prodi pensa di ricorrere al solito trucco. Un nuovo testo che dia un colpo al cerchio e uno alla botte, naturalmente con l’obiettivo di accontentare alleati che più distanti di così non potrebbero essere. Sullo sfondo, ma di un altro scenario, gli interessi e i bisogni del Paese. Come se non bastasse poi la cronaca registra le perplessità dei tecnici del Servizio Bilancio della Camera che avanzano più di una perplessità circa la copertura economica di provvedimenti quali l’abolizione dei ticket sanitari, la sanatoria dei precari, le agevolazioni Ici e il pacchetto Ires-Irap. Tutte misure che sarebbero state previste senza una adeguata e certa copertura finanziaria. C’è abbastanza materiale da far tremare le vene e i polsi di una maggioranza normale figuriamoci di questa.
Raimondo Magnini

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