
L’ultimo prevedibile raid putiniano non è una mossa di guerra. È terrore travestito da strategia. Colpisci in orari televisivi, riversi sul Paese un’orda di ordigni, prendi di mira simboli civili e istituzionali, e speri che la paura faccia ciò che i carri armati non riescono più a fare. Il messaggio è elementare: non vinco sul campo, allora provo a sfiancarvi dal cielo.
Nella notte tra il 6 e il 7 settembre sono stati lanciati 810 droni e 13 missili. La difesa ucraina ne ha intercettati 747 tra i droni e 4 tra i missili, ma 54 droni e 9 missili sono comunque arrivati a destinazione, colpendo 33 località. Il tetto del palazzo del Gabinetto dei Ministri a Kyiv è finito in fumo. Non è una svolta militare. È un colpo di teatro crudele.
E soprattutto è una cortina di fumo. Questi attentati terroristici servono a coprire la disfatta che la Russia sta registrando sul campo: offensive bloccate, linee che non sfondano, perdite pesanti, rotazioni affannate. L’effetto speciale sostituisce la vittoria che non arriva. Al contrario di quanto una parte del racconto mediatico vorrebbe far credere, gli attacchi celano la realtà ma la rivelano a chi legge le mappe e i numeri: l’epilogo della Russia di Putin è dietro l’angolo.
Bruxelles ha reagito a caldo. Condanna netta, linea con Washington e un messaggio senza giri: pronti ad alzare ancora l’asticella delle sanzioni per spingere l’economia di guerra russa verso il collasso. Tradotto in pratica: stretta su banche e pagamenti, nuovi vincoli su energia e derivati, tagli ai canali di elusione, controlli severi su chip, componenti e logistica. Meno ossigeno ai rubli, più pressione sull’apparato militare industriale.
La logica del Cremlino resta quella del giocatore a corto di fiches che rilancia per non alzarsi dal tavolo. Alza il volume, costringe l’avversario a bruciare intercettori, gonfia la spesa per ogni notte di allarme, mette un pennacchio di fumo sui tetti per dire posso ancora farvi male. Ma è un rilancio a credito. Intimidire, saturare, logorare. Il resto è scenografia.
Sul piano politico, la scena parla da sola. Colpire un edificio di governo serve a dileggiare gli interlocutori e sabotare qualunque discussione seria su una tregua. È la pantomima del forte messa in scena da chi ha finito le opzioni. E infatti ogni ondata così plateale tende a ricompattare i partner di Kyiv: più difese aeree, più pressione economica, più coordinamento. Il messaggio che voleva dividere, spesso salda.
Sul piano militare, il rendimento è decrescente. Le linee di terra non sfondano, l’industria bellica corre ma ansima, e la rete di difesa ucraina intercetta la grande maggioranza di ciò che arriva. Ogni drone abbattuto costa metallo, elettronica, logistica, credibilità. Ogni esplosione che passa sposta poco l’equilibrio strategico ma aggiunge dossier alla contabilità morale e giudiziaria che, prima o poi, presenta il conto.
La verità, per chi ha occhi, è fin troppo chiara: questi raid sono la recita di chi non ha più carte, smascherati ormai da chiunque. Diciamola tutta, persino con un sorriso amaro: le povere strategie di Putin sono state ampiamente tanate anche dalle foche groenlandesi.
Il tempo scorre, l’ aria di disfatta entra negli ingranaggi, e il momento delle sentenze si avvicina. Sempre.
Piero Terracina

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