
Secondo Axios, ci sono ulteriori informazioni sulla proposta statunitense per un accordo che preveda il rilascio di tutti i prigionieri a Gaza e la fine della guerra. Citando una fonte anonima a conoscenza dei dettagli, il giornalista Barak Ravid ha affermato che la proposta include una clausola sulle modalità di ritiro dei soldati israeliani da Gaza. “Verrà effettuato un ritiro completo di Israele (senza eccezioni, compreso il perimetro), subordinato alla capacità del nuovo governo di Gaza di garantire la sicurezza”, ha affermato la fonte. La fonte ha aggiunto che Israele è soddisfatto di questa clausola perché non richiede un ritiro completo, immediato e incondizionato da Gaza.
Hamas definisce questa clausola una trappola e sostiene che darà a Israele il potere di veto sui tempi del ritiro o sulla forma che assumerà il nuovo meccanismo di governo a Gaza il giorno dopo la guerra. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe incaricato suo genero, Jared Kushner, di elaborare un piano per il dopo guerra a Gaza, secondo quanto riportato da Channel 12.Il ministro degli Affari Strategici israeliano Ron Dermer ha incontrato ieri a Miami l’inviato speciale Usa Steve Witkoff e lo stesso Kushner per discutere la proposta di cessate il fuoco e il piano statunitense “del day after”, secondo l’emittente ebraica, che ha riferito che Kushner si sta affermando come figura centrale nella definizione dei piani americani per il futuro di Gaza. Israele colpirà con forza i “covi del terrore” in Cisgiordania, dopo l’attentato a Gerusalemme Est che ha fatto sei morti. “Eliminare questi due terroristi non è sufficiente, così come non lo è perseguire sostenitori e complici. La mia direttiva è di colpire con forza i covi del terrore. Abbiamo già eliminato i covi del terrore in tre campi profughi. Abbiamo semplicemente evacuato la popolazione da lì e raso al suolo tutte le infrastrutture terroristiche, e la mia direttiva è di fare lo stesso in altri covi del terrore”, ha affermato il premier israeliano Benjamin Netanyahu. “Israele ha sbagliato in questa ultima fase perché è andato al di là dei limiti della reazione giustificata e proporzionata”. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani in un’intervista al Tg4, ribadendo che “il governo italiano lavora per costruire un cessate il fuoco e per dar vita finalmente a una realtà che comprenda due popoli con due Stati”. Tajani ha sottolineato che l’Italia “è amica di Israele e amica del popolo palestinese” e ha puntato il dito anche contro Hamas, “corresponsabile di tutto ciò che accade perché si sta facendo scudo del proprio popolo e quindi è corresponsabile anche delle morti che ci sono”.
“È garanzia di stabilità e anche per disarmare Hezbollah, una decisione presa dal governo libanese che dovrebbe restituire autorità al governo centrale”. Il ministro ha annunciato la disponibilità italiana a partecipare, una volta finita la guerra, a “un’eventuale missione internazionale per riunificare Gaza e Cisgiordania e costruire lo Stato palestinese, sotto guida araba”. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha lanciato un appello ai residenti di Gaza affinché vadano via, perché Israele lancerà una grande operazione di terra. “La storia non giudicherà l’indifferenza con riserva. Quando i media internazionali potranno entrare a Gaza, ci renderemo conto che stiamo assistendo a uno dei momenti più oscuri del XXI secolo. La storia sarà implacabile. E giudicherà l’indifferenza come complicità. Davanti alla continua barbarie, niente è sufficiente finché non avrà fine”. Lo ha detto il premier spagnolo, PedroSanchez, intervenendo a un incontro con un gruppo di cooperanti nella giornata internazionale del Cooperante, presso l’Agenzia Spagnola di Cooperazione Internazionale (Aecid). “Questa amnesia dell’indignazione – ha proseguito – è la stessa che ha portato molti a dimenticare la foto di Aylan, il bambino siriano annegato in una spiaggia della Turchia. Oggi torna sui nostri giornali e telegiornali, dieci anni dopo, e ci interroga su dove sia quella solidarietà”, ha concluso il leader socialista. Oltre 1.500 attori e lavoratori dell’industria cinematografica, tra cui Olivia Colman e Mark Ruffalo, hanno promesso di non collaborare con enti cinematografici israeliani accusati di essere “implicati nel genocidio” a Gaza. “Ci impegniamo a non proiettare film, apparire o collaborare in alcun modo con istituzioni cinematografiche israeliane – inclusi festival, cinema, emittenti televisive e case di produzione – implicate nel genocidio e nell’apartheid contro il popolo palestinese”, si legge in una lettera aperta pubblicata sul Guardian.
Primo ministro Benjamin Netanyahu, cosa può rispondere a coloro che la definiscono il dittatore della Palestina?
Giuseppe Basilico

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