
Dobbiamo riconoscere ad Arturo Parisi la rivelazione di una insospettabile vena ironica che negli ultimi tempi gli suggerisce brevi fulminanti battute che meglio di ogni verbosa definizione descrivono la situazione del suo partito. In occasione della Convenzione del Pd, tenutasi lo scorso week end, Parisi ha commentato: “Il partito è ridotto ad un tubetto dal quale siamo riusciti a spremere fuori quasi tutto il dentifricio”, e questa immagine sarebbe di certo la più adatta per i manifesti della prossima campagna elettorale che non quella delle solite facce felici perché convinte di avere qualcuno che pensa a loro.
La presentazione della terna di candidati alla segreteria del partito, sulla base del voto dei Circoli degli iscritti al Pd, ci ha lasciati infatti quantomeno perplessi, non perché, a dire il vero, confidassimo in novità eclatanti, ma forse ci eravamo illusi che qualche testa pensante allocasse ancora da quelle parti e tentasse di riprendere le fila di un ragionamento politico e programmatico da troppo tempo interrotto a favore della sguaiata rissa mediatica che pare ormai essere premessa e purtroppo anche risultato di ogni azione politica nel nostro paese. Invece abbiamo registrato una piattezza, una povertà di idee, una mancanza di profondità, una totale assenza di analisi, che ci ha sgomentati, perché è indubbio che per un sano funzionamento della democrazia è necessario avere una opposizione forte e lucida, in grado di agire in maniera propositiva da contrappeso e coscienza critica della maggioranza di governo. Già l’immagine di D’Alema è emblematica: invecchiando, ingrigendo, somiglia sempre più al Metternich del Congresso di Vienna, l’icona della Conservazione e della Restaurazione senza che nulla cambi, non a caso sostiene Bersani che, dei tre candidati, è certamente quello più vicino alla tradizionale nomenklatura rossa, ligio alla struttura rigida del partito che lui stesso ha dichiarato di voler resuscitare tal quale, con lo spirito del “bei tempi quando tutti si obbediva e vigeva il pensiero unico”. Ma in realtà le alternative non ci sono, se è vero che Franceschini, pur lanciandosi arditamente in una crociata per la contemporaneità del partito che chiuda i conti del proprio passato, si è però dimenticato di elencarceli, questi conti, chè invece son sempre lì inevasi e, soprattutto, aspettano di essere ancora estratti da sotto le macerie del muro di Berlino. L’incapacità di questa sinistra di riconoscere le proprie origini, le proprie collusioni, le proprie colpe e le proprie responsabilità in tutto l’arco della storia repubblicana del nostro paese grava come un macigno sul Pd, prima Pds, prima Ds e così via, a dimostrazione che l’italica abitudine di cambiar nome alle cose piuttosto che tentare di analizzare i problemi produce solo scatole vuote, prive di ogni qualsivoglia apprezzabile contenuto. Non a caso, il candidato minoritario Ignazio Marino è stato l’unico a dire qualcosa di sinistra, l’unico a parlare di diritti civili, di tutele, di laicità – termine che ormai spaventa chiunque peggio dell’influenza suina – di temi etici, di libertà individuali, ovvero tutti quei presunti cavalli di battaglia della sinistra che ormai, paradossalmente, solo Gianfranco Fini si scomoda a citare. Ed a questo paradosso se ne accompagna uno a nostro avviso più grande e più grave: il voto dei Circoli, ovvero degli iscritti al partito, di tutti coloro che partecipano attivamente alla vita del Pd e ne costituiscono la restante ossatura popolare, si è espresso decisamente a favore di Bersani, ovvero della più palese espressione di conservazione espressa fin qui da queste primarie interne. Dunque, se la base si specchia nel partito, ed il partito nella propria base, pare che si sia instaurato un preoccupante cortocircuito di idee, dove a parte il rimpianto per un passato che non c’è più non si vede traccia di una qualunque reale volontà di cambiamento. E ci pare che questa sinistra, stretta tra gli intellettualini spocchiosi delle Fondazioni e le novelle tricoteuses pronte ad applaudire ai piedi della moderna ghigliottina mediatica, sia avviata ad un tramonto inevitabile e persino poco glorioso, piuttosto che ad un futuro di rinnovamento e ripresa. Quanto tutto ciò giovi alla vita democratica del nostro paese, non c’è bisogno di spiegarlo. Attendiamo che il vuoto venga riempito in qualche modo, ma non scommetteremmo un centesimo di euro sulla possibilità che ciò accada davvero: siete mai riusciti a rimettere il dentifricio dentro un tubetto strizzato?!
Chiara Boriosi

Marzio, concordo con te e non mi sento di aggfiungere altro.
Mi scuso per gli strafalcioni ortografici.
Niente cambierà, non solo in Italia ma in tutta l’Europa occidentale, finché l’epiteto “comunista” non fara scattare la mortificazione istintiva dellì’offesa e della denigrazzione come accade con l’epiteto “fascista”. Ma siamo lontanissimi da questo bilanciamento ideologico pavloviano, sia perché la critica al capitalismo non ha per ora altri riferimenti se non il vetero marxismo riverniciato di verde ecologico, sia perché il comunismo di stato, quand’anche avesse causato non milioni ma miliardi di vitime, trova sempre indulgenza nell’essere tutto sommato un aborto del cristianesimo, per il quale scatta l’eterna assoluzione: ” abbiamo sbagliato sì, ma a fin di bene “. La pianta va tagliata alla radice. E qua mi piacerebbe dire molto di più ad esempio sul signor Bagnasco che al punto 7 della sua prolusione alla CEI parla di Gesù come portatore di “sorprese divine”, un Gesù romantico e creativo quindi che come tutti i romantici e creativi è sempre assolto perché pur sbagliando mira al bene. Questa è la sentina dove le varie versioni del cristiancomunismo o dell’islamsocialismo riescono a adescare milioni di disperati. M.S.