
L’episodio che ha visto morire Abderrahim Fakir a Bologna ha ormai travalicato l’origine di quanto accaduto, lasciando spazio a uno scontro politico che prende spunto dalla disgrazia per guardare da tutt’altra parte. Una morte è diventata un simbolo da rivendicare o da respingere, mentre è venuto meno il rispetto dovuto a un uomo che se n’è andato inconsapevole della contesa che il suo nome avrebbe alimentato.
Noi che facciamo i giornalisti, invece, vorremmo ripartire dall’inizio. Dai fatti. Perché è da lì che dovrebbe nascere ogni riflessione seria. Fakir non aveva commesso alcun reato. Secondo quanto emerso, dava semplicemente l’impressione di non stare bene e, per questo, gridava aiuto per strada, forse creando preoccupazione tra le persone che osservavano dalle finestre. Qualcuno ha chiamato la polizia affinché verificasse cosa stesse accadendo. È questo il punto da cui tutto prende avvio.
Da quel momento la ricostruzione dei fatti è affidata agli inquirenti. Saranno loro a stabilire se le procedure adottate siano state corrette, se vi siano state responsabilità e se quella morte potesse essere evitata. Resta però un interrogativo che non appartiene soltanto alle aule di giustizia, ma riguarda tutti noi: come può un uomo in evidente stato di sofferenza trasformarsi, nel giro di pochi minuti, in un problema di ordine pubblico prima ancora che in una persona da soccorrere?
Le immagini e le testimonianze finora emerse raccontano di un intervento nel quale Fakir è stato immobilizzato e trattenuto a terra. Colpisce anche la presenza del personale sanitario, chiamato a operare proprio quando una condizione di alterazione richiede capacità di valutazione clinica e tempestività. Sarà l’indagine a chiarire se ogni decisione sia stata appropriata e conforme ai protocolli. È giusto attendere quelle risposte. Ma è altrettanto giusto domandarsi se, in una situazione tanto delicata, la priorità sia rimasta fino all’ultimo la tutela della vita.
Poi la situazione è precipitata. E un uomo è morto. Un esito che impone prudenza nelle parole, ma anche il coraggio delle domande. Perché ogni morte avvenuta durante un intervento delle istituzioni rappresenta una sconfitta collettiva, indipendentemente da come si concluderà il procedimento giudiziario. Ora qualcuno proverà inevitabilmente a trasformare questa vicenda in un manifesto politico. Da una parte chi parlerà di razzismo, dall’altra chi difenderà senza esitazioni l’operato delle forze dell’ordine. Ma la verità non si costruisce per appartenenza. Si costruisce attraverso i fatti, le prove e le responsabilità accertate. È questo che ci si aspetta da uno Stato di diritto. Se ogni tassello verrà rimesso al proprio posto, senza forzature e senza la tentazione di adattare la realtà alle convenienze della politica, questa storia potrà forse lasciare almeno un insegnamento.
Gli inquirenti hanno il compito di ricostruire ciò che è accaduto; le istituzioni quello di interrogarsi, con onestà, su ciò che può essere migliorato. Perché l’obiettivo non è trovare un colpevole a tutti i costi, ma fare in modo che una tragedia come questa non si ripeta. È questo il punto che dovrebbe unire tutti, al di là delle appartenenze: la tutela della vita, la trasparenza degli accertamenti e la capacità delle istituzioni di imparare dai propri errori, se errori saranno accertati.
Solo così il nome di Abderrahim Fakir smetterà di essere una bandiera agitata nella rissa politica e tornerà a essere ciò che dovrebbe restare: il nome di un uomo, e la storia di una morte alla quale lo Stato ha il dovere di dare una risposta completa, credibile e convincente.
Angelo Santoro

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