
Di fronte alle tensioni globali, all’instabilità dei confini e all’urgenza migratoria, torna con forza una domanda che non possiamo più eludere: quanto vale la nostra libertà e quanto siamo disposti a fare per difenderla? L’Unione Europea, nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, è una delle più grandi conquiste della storia moderna. Un’idea coraggiosa dei nostri padri e nonni, che superarono barriere e diffidenze per costruire una casa comune per popoli diversi. Una casa in cui la libertà di ciascuno fosse garantita dal rispetto reciproco, nella consapevolezza che la libertà di uno finisce dove inizia quella dell’altro. Ottant’anni dopo possiamo dirlo con onestà: i risultati sono concreti e, in larga parte, soddisfacenti. Dobbiamo solo rivedere il festival delle regole inutili, allentare il cappio delle decisioni prese all’unanimità e tornare alla classe dirigente che fece il miracolo. Sì, miracolo. Tanto che da ogni parte del mondo si guarda all’Europa come ad un faro di civiltà, diritti e speranza. Ma siamo davvero pronti ad accogliere come vorremmo chi ci guarda in cerca di futuro? La verità è che non lo siamo ancora del tutto. Prima di aprire completamente le porte a nuovi cittadini dobbiamo completare il nostro processo di integrazione interna. Una lingua comune, una scuola comune, un esercito comune: solo così potremo affrontare con forza e unità le sfide globali. La moneta unica e la Banca Centrale Europea sono stati traguardi storici, ma non bastano a renderci una vera comunità politica e culturale. E non mancano le contraddizioni. Ci sono ancora personalismi radicati, retaggi di un passato che fatica a lasciarci. Cosa impedisce a leader come Macron di considerare la Slovacchia o l’Estonia sullo stesso piano della Francia, se non una visione ancora gerarchica dell’Europa? Perché certi leader si confrontano istintivamente con Londra o Berlino, e non con Malta, Romania o Grecia, quando si tratta di prendere decisioni comuni? Questi squilibri interni, se non affrontati, rischiano di indebolire le fondamenta stesse dell’Unione. Nel frattempo le pressioni esterne crescono. A Est, le nazioni confinanti con la Russia spingono per entrare nell’UE. A Sud, migliaia di cittadini africani e maghrebini, spinti da guerre, crisi ambientali e povertà, vedono in noi l’unica speranza. Persino dal Sud America cresce il desiderio di far parte del nostro spazio di stabilità e progresso. Ma l’Europa di oggi è anche un continente stanco. I cittadini europei sopportano l’impatto di una concorrenza globale spietata, l’aumento del costo delle materie prime e le conseguenze di due guerre che toccano direttamente i nostri confini e la nostra coscienza: quella russo-ucraina e quella israelo-palestinese. Per questo è tempo di riflettere prima di agire. Non possiamo permetterci scelte affrettate o spinte emotive. La libertà è fragile. Va difesa, curata, protetta. Non è un bene garantito, né eterno. E se la perderemo sarà solo colpa nostra. Per le persone sbagliate che abbiamo scelto, e che oggi più che mai dovremmo avere il coraggio di cambiare.
Saranno leggerezze come l’impegno a non tassare i Big Tech, la promessa di acquisto di mille miliardi in armi e la farsa dei dazi – siglata mentre Leyen e Trump preparavano due spaghetti nella sua cucina scozzese – a ridare all’Europa la fierezza perduta spingendola a cambiare cavallo e criniera laccata?
Angelo Santoro

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