
Una premessa, prima di entrare nel merito. Se torno a scrivere di un tema già ampiamente affrontato, è perché ne percepisco una crescita esponenziale quotidiana che, in cuor mio, spero possa ancora essere arginata.
“Palestina libera dal fiume al mare” non è uno slogan. È una minaccia. Non chiede giustizia, non invoca pace, non cerca convivenza. Vuole una cosa sola: la cancellazione di Israele. Non una critica, non un negoziato. Una sostituzione. Chi lo ripete non sta sostenendo i diritti di un popolo. Sta chiedendo, consapevolmente o no, la distruzione dell’altro.
E l’Occidente lo applaude. Lo rilancia. Lo canta nelle piazze come fosse un inno alla libertà. Ma non lo è. È il grido di guerra di un partito jihadista che sogna il genocidio e lo predica apertamente. Eppure viene moralizzato, ripulito, reso presentabile nei salotti buoni. Oggi basta mettere una kefiah e dirsi antisionisti per godere di rispetto e approvazione. Ma dietro quella posa si nasconde un veleno antico.
L’antisemitismo non è mai sparito. Ha solo cambiato pelle. Ha imparato a travestirsi. Prima era odio razziale, poi religioso. Ora si traveste da antisionismo. E il mondo, con una leggerezza colpevole, finge che siano cose diverse. Come se fosse possibile odiare l’idea stessa che gli ebrei abbiano uno Stato e non essere antisemiti. Ma è una finzione. Antisionismo e antisemitismo sono due facce della stessa medaglia: la negazione dell’esistenza e della legittimità di un popolo. La differenza è solo nel tono, non nella sostanza.
Nel 1938 non potevi essere antisionista: Israele ancora non esisteva. Eppure le leggi razziali erano già lì. I ghetti, le espulsioni, l’odio viscerale. Non serviva uno Stato per odiare gli ebrei. Bastava che esistessero. Oggi, invece, c’è Israele. E così l’odio ha trovato un nuovo bersaglio, più comodo, più giustificabile, più “politico”. Ma la radice è sempre la stessa: gli ebrei non devono avere un posto al mondo. Né allora, né adesso.
Ed è in questo clima che si inseriscono le recenti prese di posizione di governi come quello britannico e francese, che si sono detti pronti a riconoscere unilateralmente uno Stato palestinese. Una dichiarazione apparentemente diplomatica, ma che, nel contesto attuale, suona come un segnale devastante. Perché oggi lo Stato palestinese, per come è concepito e rappresentato, non è un’entità che cerca coesistenza. È una struttura controllata da chi ha giurato la distruzione di Israele. Legittimarlo adesso, senza alcuna precondizione, significa riconoscere politicamente chi nega il diritto alla vita dell’altro. Se tutto questo è il frutto di pressioni interne, allora è ancora più grave: vuol dire che Francia e Inghilterra stanno, consapevolmente o meno, piegandosi alla corrente sotterranea dell’antisemitismo che serpeggia dentro le loro società. Un antisemitismo travestito da equità, ma che continua a pulsare sotto la superficie con la stessa violenza di sempre.
Chi oggi difende apertamente un’organizzazione che usa i civili come scudi, che massacra donne e bambini, che non riconosce il diritto all’esistenza dell’altro, non sta parlando di diritti. Sta scegliendo di stare con il fanatismo contro la civiltà. E chi abbraccia il suo slogan si assume la responsabilità storica di riportare l’odio dove pensavamo di averlo seppellito.
Israele non è una colonia. È il rifugio di un popolo inseguito per secoli. È fatto di sopravvissuti, di espulsi, di fuggitivi. Non è bianco, non è imperialista, non è occidentale in senso stretto. È l’ultima barriera tra il pluralismo e il fondamentalismo. Ma l’opinione pubblica preferisce ignorarlo. Troppo complicato. Meglio la favola del “forte contro il debole”, anche se quel debole usa il sangue dei propri figli come strumento di propaganda.
Dopo il 7 ottobre, mentre i cadaveri erano ancora caldi, le piazze si sono riempite. Non per denunciare una strage. Ma per giustificarla. Per celebrarla. È stato il punto di non ritorno. Lì è caduta la maschera. Non era più dissenso politico. Era antisemitismo puro. Esplicito. E la cosa peggiore è che non ha fatto scandalo.
Oggi l’odio è tornato. Non indossa uniformi. Indossa slogan, bandiere, narrazioni. Si spaccia per giustizia, ma vuole solo vendetta. Chi lo sostiene, chi lo minimizza, chi lo cavalca per tornaconto ideologico o codardia morale, è complice. Non c’è più spazio per le ambiguità.
Quel che 80 anni fa si è fatto con le leggi razziali e i vagoni piombati, oggi si tenta di rifarlo con le parole, con i cori, con la disinformazione. Non serve un forno crematorio per essere antisemiti. Basta voler eliminare l’unico Stato ebraico dalla faccia della terra.
Chi urla “dal fiume al mare” non sta liberando nessuno. Sta evocando la pulizia etnica. E la storia, quando bussa così forte, non può essere ignorata. Bisogna scegliere da che parte stare.
HB
Con tutta l’ amarezza che un ebreo può esprimere in questi momenti.
Piero Terracina

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