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Europa-Israele: qualcosa è cambiato?

In Europa si moltiplicano le richieste di un embargo sulle armi a Israele, ma il governo Netanyahu minaccia: “Non riconoscete la Palestina, o annetteremo la Cisgiordania”.
Daily Focus Medio Oriente e Nord Africa

di Alessia De Luca | 28 Maggio 2025
A group of Israeli citizens residing in Europe gathers outside the European Commission’s office in Barcelona, Catalonia, Spain, on May 27, 2025, to demand an immediate end to the war in Gaza. Holding signs that read ”No Business as Usual with Israel,” the demonstrators call on the EU to suspend its Association Agreement with Israel and implement a full arms embargo. Protesters condemn what they describe as genocide in Gaza and the rise of fascism in Israeli society. The action is part of a coordinated protest across major European cities. (Photo by Albert Llop/NurPhoto)NO USE FRANCE

Monta in Europa l’ondata di critiche per la condotta israeliana a Gaza. Il primo segnale è stato l’avvio da parte della Commissione europea della revisione dell’accordo di associazione Ue-Israele, a cui hanno aderito anche paesi solitamente poco inclini a criticare Israele. Ieri è stata la volta della Germania, con una posizione che segna un cambio di tono senza precedenti: Il cancelliere Friedrich Merz ha detto “di non capire più quello che l’esercito israeliano sta facendo nella Striscia di Gaza, quale sia lo scopo” aggiungendo che “danneggiare la popolazione civile a tal punto, come è accaduto sempre più spesso negli ultimi giorni, non può più essere giustificato come lotta al terrorismo di Hamas”. Da Madrid, intanto, il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha chiesto un embargo sulle spedizioni di armi allo Stato ebraico. “L’ultima cosa di cui il Medio Oriente ha bisogno in questo momento sono le armi”, ha detto Albares al Gruppo di Madrid, tra cui figuravano i rappresentanti di Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Turchia, Marocco e Brasile, per discutere di cessate il fuoco e soluzione a due Stati. Dopo il 7 ottobre 2023 e in seguito al protrarsi del conflitto a Gaza alcune nazioni europee hanno già interrotto la fornitura di armi o sospeso le licenze di esportazione verso Israele. Tuttavia, il loro contributo complessivo è inferiore allo 0,1% del totale mentre per esercitare pressione sul governo di Tel Aviv sarebbe necessario mobilitare i tre paesi responsabili della quasi totalità della fornitura di armi di Israele: Stati Uniti, Germania e Italia.

Usa e Germania principali fornitori di armi?

Gli Stati Uniti sono storicamente e di gran lunga il principale fornitore di armi a Israele. Sebbene le vendite si siano ridotte nell’ultimo decennio secondo il SIPRI, hanno comunque rappresentato circa due terzi delle importazioni tra il  2020 e il 2024. Tra queste rientrano aerei, veicoli blindati e bombe guidate, oltre ad un accordo per fornire 3,8 miliardi di dollari di supporto fino al 2028. Considerati i profondi legami culturali e politici che legano i due paesi, è improbabile che gli Stati Uniti modifichino il loro sostegno a Israele. I tentativi, guidati dal senatore indipendente Bernie Sanders, di bloccare miliardi di dollari di forniture militari a Israele sono stati respinti a più riprese dal Senato degli Stati Uniti sia nell’aprile 2025 che nel novembre 2024. Al secondo posto tra i fornitori di armi a Israele, la Germania ha dotato Israele di circa un terzo dei suoi armamenti, principalmente fregate e siluri veicoli blindati, camion, armi anticarro e munizioni. Anche quella tra Berlino e Tel Aviv è una partnership che difficilmente subirà intoppi nonostante le parole di Merz. “In quanto Paese che considera la sicurezza e l’esistenza di Israele un principio fondamentale, la Germania è sempre tenuta ad assisterlo” ha affermato ieri il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul.

E l’Italia?

L’Italia contribuisce con poco meno dell’1% al rifornimento di armi a Israele. E questo nonostante sarebbe tenuta a non farlo per legge. L’articolo 1 della legge 185/1990 stabilisce infatti che l’Italia non può esportare armi e loro componenti verso paesi impegnati in conflitti o in situazioni di instabilità politica interna. Anche se il governo ha criticato le azioni di Tel Aviv (“la guerra legittima e sacrosanta ad Hamas ha dei limiti – ha detto il ministro della Difesa Crosetto – che Netanyahu ha superato”) – i rapporti dello scorso anno rivelano che Roma ha continuato a rifornire Israele dopo l’inizio delle ostilità. Nel 2024 – secondo un’analisi condotta dalla rivista Altraeconomia – il nostro paese ha esportato armi e munizioni verso Tel Aviv per 5,2 milioni di euro, in diminuzione rispetto ai 12,3 milioni nel 2023 e ai 16,8 milioni del 2022. Sono numeri, spiega ancora la testata, “da prendere con le pinze” perché la categoria merceologica “Armi e munizioni” monitorata dall’Agenzia delle dogane e dall’Istat include sottocategorie moldo diverse tra loro seguendo uno schema che, sottolinea la rivista “sembra studiato proprio per complicare l’incrocio piuttosto che agevolarlo”. Il tema, nei prossimi giorni, è destinato ad infiammare il dibattito politico: diversi giuristi infatti si sono fatti promotori di un’iniziativa per chiedere al governo italiano di non rinnovare il Memorandum d’Intesa con Israele in materia di cooperazione militare e della difesa, la cui tacita proroga è prevista per l’8 giugno 2025. Si tratta di un accordo siglato nel 2003, ed in buona parte coperto dal segreto militare, motivo per cui è impossibile sapere i dettagli degli scambi militari tra il nostro paese ed il governo di Tel Aviv. 

Braccio di ferro sulla Palestina?

Nonostante le critiche crescenti da parte di paesi alleati, il governo Netanyahu non smorza i toni e, anzi, alza il livello dello scontro diplomatico con l’Europa. In vista della conferenza di alto livello sulla soluzione dei due Stati, che Francia e Arabia Saudita ospiteranno alle Nazioni Unite il 17 giugno, il ministro degli Affari strategici Ron Dermer, scriveva ieri Ha’aretz, ha lanciato un avvertimento diretto a Parigi: se riconoscerete lo Stato palestinese, Israele risponderà con l’annessione della Cisgiordania. Allo stesso modo, il ministro degli Esteri Gideon Saar ha chiarito al Regno Unito che “azioni unilaterali contro Israele saranno accolte con azioni unilaterali da parte di Israele”. Da giorni, infatti, si moltiplicano le indiscrezioni sul fatto che nel corso del vertice di New York, il presidente francese Emmanuel Macron dovrebbe presentare la proposta di un riconoscimento coordinato dello Stato palestinese. “Il nostro obiettivo è di riunire quanti più Paesi possibile che potrebbero riconoscere lo Stato di Palestina e altri che potrebbero normalizzare le loro relazioni con Israele, affinché l’esistenza stessa di uno Stato di Palestina, che non è più rinviabile, diventi un fatto compiuto”, ha dichiarato il ministro degli esteri francese Jean-Noël Barrot. Se quello in arrivo per Israele non è uno tsunami diplomatico, è certamente qualcosa di molto simile.

Il commento

di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

“A Gaza l’offensiva militare israeliana non si ferma. Il massacro continua, anche con le armi che gli amici non hanno mai smesso di vendere allo stato ebraico con agevolazioni fiscali, qualsiasi uso ne facesse: fra gli europei si distinguono Germania e Italia. “Israele è sulla strada per diventare uno stato paria”, denuncia Yair Golan, ex generale pluridecorato e leader del nuovo partito d’opposizione, I Democratici. È già uno stato paria. Forse non lo è per i leader e i governi europei che sentono sulle spalle il peso della storia; ma non per l’opinione pubblica, inorridita da ciò che accade a Gaza. Soprattutto per le generazioni più giovani che non giudicano Israele per il passato del popolo ebraico – del quale non si sentono responsabili – ma per quello che vedono oggi in tv e sui social. Definirli antisemiti significa fare un uso politico improprio di una grande tragedia passata, per sfuggire a responsabilità contemporanee”. (Continua a leggere).

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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