
Dopo l’intervento di Mario Draghi dello scorso mese, è arrivato a Cernobbio anche il discorso di Sergio Mattarella. Un presidente anziano, spesso incline ad un certo cerchiobottismo clericale che, stavolta con coraggio, ha messo il dito, ammonendo, sulla questione europea. Non un intervento di pura rappresentanza, ma un richiamo diretto: o l’Europa si rafforza, o rischia di rivestire un ruolo demoltiplicato e di secondo piano.
Mattarella ha ricordato che l’Unione non è un peso da sopportare, ma un moltiplicatore di pace, stabilità e crescita. Ha avvertito che, se non ci dotiamo di strumenti comuni e non rafforziamo le istituzioni, saranno le grandi corporation globali a dettare le regole, trasformandosi in nuovi poteri sovranazionali. Il messaggio è stato chiaro: servono coraggio e responsabilità, non passi indietro né apatia.
In poco più di vent’anni l’Europa ha creato una moneta unica e un volano economico che oggi rappresenta non solo un mercato enorme, ma un peso politico crescente. Ancora frammentato, certo, non del tutto centralizzato e armonizzato, ma già in grado di proporsi come alternativa credibile all’attuale crisi americana. Gli Stati Uniti, l’altro grande pilastro democratico del pianeta, vivono una fase di logoramento, con una leadership obsoleta e politiche aggressive che tentano di spacchettare il mondo in blocchi, guidati da un presidente intrappolato in una bolla autoreferenziale che ascolta solo se stesso. Ne nasce un’America ondivaga e destabilizzante, incapace allo stato attuale di guidare il cambiamento.
In questo scenario l’Europa, pur non avendo ancora completato il proprio progetto, si conferma un baluardo democratico, un presidio civile che cerca di governare i mutamenti della globalizzazione e delle nuove tecnologie. Non è un simulacro, ma un cantiere vivo in cui la democrazia si misura con le sfide del tempo. E mentre due conflitti, quello ucraino e quello mediorientale, infiammano il mondo e polarizzano l’opinione pubblica, l’Europa resta l’unico attore che, pur tra divisioni interne e fragilità, prova a sostenere Kiev senza cedere al ricatto energetico russo e, allo stesso tempo, a mantenere un ruolo di equilibrio nel Mediterraneo, dove la pressione del conflitto israelo-palestinese rischia di travolgere ogni logica di convivenza. Non sempre ci riesce, non sempre parla con una voce sola, ma il fatto stesso che esista uno spazio europeo di confronto e solidarietà segna la differenza tra il caos e una speranza di ordine.
Di fronte al collasso delle ideologie socialiste, spazzate via dall’evoluzione inarrestabile dei mercati globalizzati, dovremo, anzi abbiamo l’obbligo, di accettare i controsensi di crescita di un’Europa che, volente o nolente, ci sta garantendo pace, presente e futuro. E l’Italia ne è la prova: pur vivendo un controsenso economico a dir poco singolare, tra mille difficoltà e limitazioni oggettive, grazie al sostegno europeo e all’azione di un governo che tenta di fare la sua parte, sta persino riuscendo a spingere le agenzie di rating a rivedere al rialzo la propria posizione.
E basta guardare a un dettaglio quotidiano per capire cosa significhi davvero Europa: senza l’euro e con le vecchie svalutazioni oggi un caffè costerebbe diecimila lire, e senza mezzi termini la Lira avrebbe probabilmente la stessa rilevanza attuale del rublo. Un piccolo esempio che rivela una grande verità, cioè che la stabilità che viviamo non è scontata, e porta impresso il marchio dell’Unione. L’Europa non è un vincolo, è il filo che ci tiene dentro la trama del tempo. Senza, rischieremmo di scucirci, pezzo dopo pezzo, fino a diventare un avanzo di storia.
Gli ammonimenti di Draghi e Mattarella ci ricordano che la direzione è tracciata, ma serve misura. Trenta anni di storia, messi in un libro, valgono poco più di una virgola. Diamoci tempo, quello che conta davvero è che il nostro futuro resti nelle nostre mani e non in quelle altrui.
Piero Terracina

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