
C’è un vertice in Alaska – sì, Alaska, non un lapsus geografico – e già questo dovrebbe far riflettere. Non tanto sul freddo (che pure ci sarebbe), né sulla distanza (chilometrica), ma sul fatto che mentre il mondo discute il futuro dell’Europa, l’Europa è altrove: spettatrice distratta, intenta a scrivere verbali e aggiornare regolamenti. La posta in gioco non è solo l’Ucraina: è l’architettura stessa dell’Unione, la sua aspirazione a contare qualcosa, a non essere solo un club del bollino blu alimentare o un culto del deficit sotto controllo. In un mondo dove comanda chi parla per primo – e soprattutto chi ha il microfono più potente – l’Europa resta in silenzio, cercando di capire se il suo turno al karaoke geopolitico sia già passato o non sia mai arrivato. La guerra in Ucraina? Non l’obiettivo, ma lo strumento. Il grimaldello perfetto per ridisegnare i rapporti di forza globali, mentre Bruxelles imperturbabile convoca riunioni, redige dichiarazioni congiunte e aggiorna le linee guida sulla pesca sostenibile. Intanto Mosca bombarda e Washington arma. E noi? Noi verbalizziamo. Tutto comincia con la Brexit. Che non è stato solo un divorzio, ma un tradimento in smoking: il Regno Unito, entrato nella Comunità come cavallo di Troia a doppia cittadinanza, ha fatto il suo gioco, incassato dividendi, seminato confusione e poi ha salutato con un elegante “evviva”, lasciandoci con il conto – modesto per loro, salato per noi. Eppure, i rapporti resistono. Anzi, si rinsaldano proprio nei momenti in cui l’Europa dovrebbe alzare la voce. Ricordate il 2022? Un primo, timido corridoio diplomatico in Turchia, poi il Regno Unito entra in scena con la solita noncuranza coloniale e convince Zelensky che con l’Occidente alle spalle si può umiliare lo zar. Il presidente-attore – applaudito ad ogni summit – si convince che il teatro di guerra sia un palcoscenico eroico. Indossa la mimetica come fosse il costume di un film che, però, dopo tre anni e mezzo, sta più sul genere horror che su quello epico. L’eroe resiste, ma lo spettacolo è fermo all’atto primo. Così, mentre le trincee si fossilizzano e le armi si accumulano come i punti al supermercato, ecco tornare il grande tema: la pace. Ma dove se ne parla? In Alaska. Non a Bruxelles non a Berlino non a Parigi. Alaska, simbolo perfetto di gelo, distanza e isolamento: ideale per discutere il destino dell’Europa, senza l’Europa. D’altronde, per ascoltarla davvero, bisognerebbe tradurre ventisette agende nazionali, superare cinquantasette veti incrociati, sopravvivere a sei riunioni notturne e sperare in una firma all’unanimità – che, con un po’ di fortuna, arriverebbe giusto in tempo per ratificare l’annessione di metà Ucraina. Nel frattempo, Londra riferisce, aggiorna Washington, fa da traduttore simultaneo tra chi decide e chi spera ancora di contare. Bruxelles osserva. Ursula parla, ma chi ascolta? Tusk twitta, ma chi retwitta? Tajani e Salvini firmano comunicati congiunti dopo un consulto con Santanchè e Urso – quest’ultimo parla aramaico, ma resta inascoltato anche in italiano perché nessuno lo capisce! E Meloni? Ha scelto la linea diretta: dialoghi solo con Trump, magari già in vista di un’atra stagione alla Casa Bianca. Niente triangolazioni, niente Putin. Solo canale privilegiato con chi, forse, tornerà a premere i bottoni giusti (o sbagliati, a seconda dei casi). Così si chiude il sipario: una guerra che continua, una pace che non arriva, e un’Europa che, se davvero aspira a contare, dovrebbe almeno cercare la porta della stanza. Perché in geopolitica, come ad una festa esclusiva, se non sei nella stanza…sei nel dimenticatoio. E a forza di aspettare inviti, si rischia di diventare esperti solo in RSVP.
Angelo Santoro

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