Sono stato direttore dell’Opera Universitaria e dell’ESU di Padova, l’azienda che oggi si occupa dei servizi a sostegno del diritto allo studio, praticamente dal 1971 al 1999.
Ritengo di aver sufficiente conoscenza per poter dare alcune informazioni e esporre poche considerazioni, in merito a quanto apparso sul Gazzettino di Padova, della settimana scorsa .
Va innanzitutto detto che fino al 1968, questo diritto costituzionale allo studio ex art. 34, era garantito a pochi, e solo dopo la liberalizzazione degli accessi, il boom delle iscrizioni mise a nudo le carenze di aule, di laboratori e di servizi agli studenti. Padova ad esempio passò rapidamente da 15-17.000 iscritti a 45.000. Oggi forse sfiora i 70 mila.
Quando fui assunto io, la gestione dei servizi era praticamente affidata alla “Fondazione Case dello Studente”, e l’Opera Universitaria era un “ufficio dell’Università”. Questo nonostante che le due persone giuridiche – Università ed O.U – fossero distinte.
La giustificazione, certamente non sufficiente, era: “per quel poco che c’era da fare bastava un ufficio per l’assegno di studio”. Questo poteva certamente bastare nella”università d’élite” ante ‘68, ma non nella ”universita di massa” che le era subentrata . L’O.U. aveva un proprio Consiglio di Amministrazione formato da docenti, studenti e un rappresentante del Comune Capoluogo (le Regioni sono nate nel 1970). Questo Consiglio, come tutti gli altri in Italia venne commissariato dall’allora Ministro della P.I. Misasi, con la giustificazione che i rappresentanti Interfacoltà, non li rappresentavano più democraticamente gli studenti.
Fu nominato un Commissario Governativo, docente universitario, peraltro persona eccezionale, per la gestione ordinaria, in attesa del ritorno alla normalità e quindi alla nomina di un regolare Consiglio di Amministrazione, che avvenne nel 1974. La mia vità amministrativa, proveniendo da azienda privata, fu segnata da questo Commissario Governativo, che per prima cosa tentò di disgiungere i confusi rapporti Università Opera Universitaria. Era una scelta giusta , fedele interprete dell’art. 34 Cost. che fa capo alla collettività, non alle Università l’obbligo di garantire il diritto allo studio: “ la Repubblica rende effettivo questo diritto….”.
Fu da allora che sorsero, grazie ad un’oculata gestione, nuovi servizi agli studenti, case e mense per studenti. Inoltre vi fu il concentramento della Fondazione Case dello Studente, nell’O.U., che rese omogeneo il rapporto con i beneficiari dei servizi, con unici bandi, uniche provvidenze ecc.
Nel 1974 con presidente il Rettore si ricostituì il Consiglio di amministrazione che durò fino al 1982, anno in cui, con L.R. 50, la Regione Veneto subentrò alla vecchia Opera universitaria. Forse per scarsa conoscenza del problema la Regione, non essendo ancora in grado di formare un CdA, nominò un Commissario nella persona di un altro docente universitario, peraltro bravissima persona. Ma qui nasce l’inghippo: a mio modesto parere la sovranità regionale abdicò a favore dell’Università, non nominando persona di rappresentazione regionale. E ovviamente l’Università ne approffittò! E’ un po’ come la storia della “corona ferrea”.
Solo nel 1985 la Regione riuscì a nominare un Consiglio di Amministrazione, che prevedeva ampiamente la rappresentanza universitaria, oltre agli studenti, con presidente un laico e non un docente universitario. La ”tiritera” quindi durò fino al 2005 quando praticamente alla scadenza Consilio Regionale (che fa scadere tutte le nomine) fu ricostituito un consiglio di amministrazione con un presidente di nomina regionale “in accordo con l’Università”.
Diversamente dallo studente quindi, che giustamente rivendica i propri diritti, ritengo che la non scansabile nomina di un Commissario, nella persona di un Dirigente Regionale, sia il tentativo della Regione Veneto di rivendicare totalmente una propria competenza, dato che i fondi per i servizi sono a carico del suo Bilancio e auguro quindi alla dott.ssa Del Favero un buon lavoro, che dovrà svolgere, per il suo breve periodo, senza paura. Troppi sono stati i danni causati da una confusa cogestione, dove docenti universitari, con scarso senso dello Stato e molto senso della corporazione hanno sperperato al motto “tutto a tutti” che alla fine significa niente a nessuno, o peggio “tanto ai furbi”. Che, come nel resto d’Italia, anche se Padova ha avuto almeno fino al ’99 quasi il doppio dei servizi delle altre sedi, privilegia la vile e diseducativa erogazione di denaro, alla fornitura di servizi, come è invece in tutte le università del mondo, le quali, proprio per queste scelte, hanno una percentuale di laureati doppia rispetto a quella italiana.
Giampaolo Mercanzin
Fonte Gazzettino di Padova del 24/1/2006

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