
Con oggi sono passati esattamente 50 anni dalla tragica morte di Giannino Zibecchi.
Un’altra era geologica. E un’altra Milano.
Ma sono memorie dolorose che restano nella storia della nostra città.
Per me è anche un ricordo personale.
Che dice tanto su cosa volesse dire essere bambini negli “anni di piombo”.
Avevo 7 anni. Ed ero lì. Non vidi nulla. Ma sentii tutto.
Quello era un giorno come tanti altri di ordinaria violenza.
Mia madre mi portava sempre con sè quando andava a fare la spesa.
E alcuni dei suoi negozi di riferimento si trovavano nei pressi di Via Mancini, dove c’era la sede del M.S.I.
Per me passare da lì era abbastanza un incubo.
Quasi ogni volta c’erano dei casini.
E ricordo che, ogni volta, mi chiedevo come si potesse abitare in quella via che, di fatto, era una zona di guerra.
Ma quel giorno ci fu molto più “casino” delle altre volte.
Il giorno prima era stato ucciso Varalli da una squadraccia neofascista.
E la reazione fu un’autentica presa d’assalto della sede di via Mancini.
Ovviamente non ne sapevamo nulla.
E ci trovammo ad assistere all’inizio dei tafferugli all’interno di un negozio.
Si capì subito che la situazione era più pericolosa del solito.
E il negoziante fece alla svelta ciò che avevo visto fare in altre occasioni ed in altri negozi della zona.
Tirò giù la saracinesca. E tenne tutti i clienti all’interno.
Succedeva sempre così quando si sviluppavano scontri di piazza.
Si restava chiusi dentro. E si attendeva che la buriana passasse.
Quella volta il frastuono fu veramente impressionante. E non finiva mai. Urla, boati e sirene impazzite.
Improvvisamente il silenzio. Un silenzio molto sinistro.
Poi il frastuono riprese ma andò calando.
E, infine, potemmo uscire allontanandoci in fretta da quello che era un autentico campo di battaglia.
Nella confusione generale e nell’ansia di rientrare non vedemmo il corpo a terra.
Ma era lì a pochi metri. Zibecchi era stato investito praticamente di fronte a quel negozio.
Ma lo scoprimmo solo guardando il telegiornale.
Si viveva così. Con la sensazione che non sarebbe mai finita.
Ma si viveva.
Stefano Pillitteri

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