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essenze del 29 marzo 2015 – n. 13

di franchini | 30 Marzo 2015

ESSENZE

 

 

Jiří Orten

 

 

Vi scrivo Kàrina, e non so se siete viva,

se già non siete dove non c’è desiderio,

se intanto non è finita la vostra precaria età.

Siete morta? Chiedete dunque alla vostra pietra

di farsi lieve. Chiedete alle rose, signora,

di richiudersi in boccio. Chiedete al disintegrarsi

di leggervi la lettera del mio disgregamento.

La morte tace al cospetto dei versi, nei quali vengo a voi,

giovane così crudelmente e appena sul maturare,

che nella mia giovinezza a un re mi fa somigliare

d’un perduto reame. Ma voi lo sapevate

quanto a noi di ali manca per volare come angeli,

come ridiamo col sangue come col sangue piangiamo.

La mia caduta ho trovato. E voglio dirvi su cosa.

 

Sul cielo una volta (questo io scrivo di Dio)

la trasparenza si ferì di un rosso

e sanguinava, si dileguò, tramontava.

Forse era solo un sogno, nel quale sognavo

madre e padre, la casa, entrambi i miei fratelli,

forse era solo un sogno, nel quale un uomo scorga

se stesso sotto i cerchi d’acqua d’uno stagno,

forse era un sogno, specchio della luna,

ma non doveva apparirmi, se poi non mi fossi svegliato,

non doveva lasciarmi nel fuoco che abbrividiva!

La caduta di Dio! E poi resta solo il ragazzo

senza la forza beata che sa abbassare

l’altezza degli ostacoli, ridurre la lontananza,

e l’inferno sbarrare con le viole, con la fragranza.

Poi resta solo il ragazzo e si sveglia e va

a una realtà di mali. Pensa di non trovare.

 

Il tempo non guarisce, se non vuole. Il tempo è un ciarlatano.

 

Su una donna, una volta, in ogni sua parte amorosa,

la caduta parve un non-cadere: ciò scrivo di Narcisa.

Tutto era lieve. E inesprimibilmente vicina

a noi parlò la gioia. Era un accento

che mai si potrà dissolvere in un vento,

era una lingua, la cara lingua materna

di labbra, mani, occhi, corpi e del grembo amato,

da cui sopra un letto si china la splendida sicurezza,

era una lingua che parla senza lingua.

Che voleva Narcisa, quando davanti ai suoi specchi

stava e si raggelava da lei ogni cosa toccata?

Come Narciso, sua ombra, lei nient’altro voleva

che vedere se stessa senz’anima, senza corpo,

nel trasparente specchio, cercava solo parole

di beltà di durezza, più dure del diamante,

bramava di se stessa sapere in sogni estranei.

Non fu come sorgente, ma da sorgente annegata!

 

Ah, dove scaturisce ciò che qua ci fa scorrere?

Di chi le notti insonni su me si sono tanto

posate e dilatate che più non c’è spazio?

La mia caduta ho trovato. Su che cosa? Sul pianto!

Cadevano mie lacrime. Cadevano nelle paludi,

cadevano per un regno di miserie e di dolori,

cadevano senza pudore, Kàrina, scrivo a voi,

domandate alla pietra, che lavo con la pioggia,

mi sento come pioggia, che piove sul vostro sepolcro,

mi sento come un pianto, senza tempo né forma,

vi scrivo, Kàrina, e non so se siete viva,

se già non siete dove non c’è desiderio,

se intanto non è finita la vostra precaria età.

 

Conosco una bambina. È come un bacio che ancora

si cela nella bocca, non deve passare più oltre,

si distende soltanto a un sole che è tenue,

che non brucia, che disseta: su un seno ci fa addormentare.

È giovane come la terra, lieve come il respiro,

come le prime foglie, come il mattino e la gioia.

Anch’io conosco bei giorni. Ma dove ci porteranno?

Voi l’avete provato? E lo sapete, Kàrina?

So anche la grandezza di donne: aspettare di madre

se mai ritorni a lei un triste figlio.

So anche la mia terra, letizie senza ragione.

E so la fedeltà, ma ignoro dove sia adesso.

So i risvegli improvvisi da strazi, da non-speranze-

ma sapere è ben poco, ma ben poco è volere,

sapere il tradimento, quando il perdono è impossibile.

 

La morte tace al cospetto dei versi, ecco, ne sogno ancora.

A quale tempesta si tace? A quale cosa tremenda?

Che cosa laggiù capiremo? Che cosa non si disgrega?

Che cosa anche là muore? Che cosa là cade in eterno?

Gli amori? –

 

Non volevo, non volevo non tacere,

perdonate a Narcisa, perdonate la colpa e il mondo,

così, col cero acceso, pregate per la terra

che troppo non la prostri il dicembre col suo gelo,

che le sia dato un aprile di fiori,

che sia per lei bandiera in vetta a una torre la notte,

che sventoli alla luce, quando è l’ora delle stelle,

che gli amanti la lodino per il dolore.

 

Giovane così crudelmente e appena sul maturare,

rido da sanguinare e piango lacrime di sangue

e da Dio abbandonato e Dio abbandonato vi scrivo,

Kàrina, e non so se sono vivo…

 

 

 

 

Jiří Orten (vero nome era Jiří Ohrenstein) (Kutná Hora, 30 agosto 1919 – Praga, 1º settembre 1941) è stato un poeta ceco. pubblicò le raccolte Čìtanka jaro, Crestomazia primavera del 1939; Cesta k mrazu, Viaggio verso il gelo del 1940; Ohnice, Malerba del 1941. 

Nella sua breve opera letteraria riuscì ad esprimere il senso di dolore e angoscia e la concezione della vita emblematica per tutta la sua generazione; minata da pericoli e priva di prospettive di futuro.

 

 

La poesia è proposta nella traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi Editore, 1969

 

 

La rubrica è da un’idea e a cura di franchini

www.franchiniscripsit.it franchini@franchiniscripsit.it

 

 

logo “essenze” © 2015 Fondazione Franchini

Pubblicato in : Primo piano

Info franchini

Poeta, drammaturgo e pittore, presente già all’età di 28 anni in circa 30 strutture museografiche internazionali -dal Tel Aviv Museum al Miami Museum (così che, in una corrispondenza, I. Antonova, Direttore del Puschin Museum di Mosca, ebbe a scrivergli: “Maestro credo che le sue opere allarghino la nostra conoscenza dell’arte italiana moderna” e Paolo Ricci “…pittore colto che ha il pregio di non mostrare la sua cultura” ) -presentò la sua prima produzione ad olio (che seguiva quella del “segno” grafico) presso la Galleria “la barcaccia” di Napoli nel 1970. Dedicatosi ad una intensa attività politico-sociale ed alla ricerca di una espressione estetica adeguata a consolidare e rappresentare la personale condizione esistenziale, produce “a vomito”, e per periodi, sino al 2006, isolandosi dal mercato per non esserne contaminato.
Proteso alla costituzione di una fondazione, in funzione di questa si costituisce il “Comitato Fondazione Franchini” –cui aderisce, tra gli altri, Francesco De Martino (tra i maggiori storici contemporanei del diritto romano, già vice-Presidente del Consiglio e Segretario del PSI)-.
Teorico del movimento socialista, franchini ha fondato, tra gli altri, il circolo “il ‘99”, il “premio giornalistico Buccico”, il “centro studi di politica mediterranea”, e, attento osservatore dei problemi dell’immigrazione, sin dal 1981, la “FILI ’99” –primo tentativo di sindacato europeo della immigrazione legale. Ha firmato, tra l’altro, l’inno “I socialisti”, con la musica del M° Enzo Amato.

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