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essenze del 12 aprile 2015 – n. 14

di franchini | 12 Aprile 2015

ESSENZE

 

 

 

Miklós Radnóti

 

 

settima egloga

Vedi, imbrunisce, e l’atroce barriera di quercia

col fregio di filo spinato sta così sospesa che nel buio si dilegua.

Lo sguardo va lento oltre la cornice del campo,

la mente, la mente soltanto, conosce la tensione del filo.

Vedi, cara, qui è così che si libera l’immaginazione, il sogno,

il bel liberatore, scioglie i nostri corpi sfatti,

e allora il campo si avvia alla volta di casa.

A brandelli e calvi, russando, volano i prigionieri

dall’alto della cieca Serbia verso il paesaggio di casa che si cela.

Paesaggio di casa che si cela! Ma c’è ancora una casa? Una bomba

non l’avrà colpita? È come quando ci arruolammo? Lo stremato

compagno di destra, quello a sinistra vedranno mai una casa?

Dimmi, laggiù c’è una casa dove ancora qualcuno intende l’esametro?

Senza strumenti, riga dopo riga, tastando,

scrivo i miei versi nella penombra così come vivo, cieco

come un bruco che striscia le sue dieci dita sulla carta,

il quaderno, la torcia, tutto mi fu tolto dagli scherani del campo,

non arriva più neanche la posta, solo la nebbia scende sulle nostre baracche.

Tra notizie allarmanti e cimici, qui nelle montagne convivono

il francese e il polacco, l’italiano chiassoso, l’ebreo assorto,

il serbo scismatico, febbricitanti e con i corpi piagati -,

nonostante tutto, vivono la stessa vita in attesa di una buona nuova,

una bella parola di donna, un destino libero e umano, una fine

irraggiungibile, aspettando il miracolo.

Sono disteso sul legno, un animale prigioniero, tra i parassiti,

tra un’onda e l’altra di pulci quando l’orda delle mosche s’è placata.

Vedi, è sera, un giorno di prigionia

e un giorno di vita in meno. Il campo dorme.

Sul paesaggio splende la luna e a quella sua luce il filo

spinato è nuovamente teso, dalla finestra seguo sul muro

le ombre delle guardie armate tra le voci della notte.

Vedi, cara, il campo dorme, i sogni frusciano,

chi si sveglia di soprassalto si rigira nel suo stretto lembo,

e di nuovo sprofonda nel sonno con il volto che s’illumina. Io solo

sono sveglio, seduto assaporo la cicca in bocca invece di un tuo bacio

e il sonno tarda a portarmi conforto, perché

ormai non posso più morire né vivere senza di te.

 

 

pomeriggio di ottobre

 

Fanni dorme accanto a me sotto la quercia,

da quando dorme tante ghiande sono cadute,

mi metto a litigare con ogni fronda innocua –

perché con un abbraccio ha chiesto di vegliarne il riposo.

Ma il sole mi strizza l’occhio attraverso il cespo della fronda,

e mi assediano i ronzii delle vespe arrabbiate.

La fronda risponde ghianda su ghianda,

ne cade una, poi subito un’altra, non riesce a stare sull’albero.

Fanni si desta, gli occhi azzurri insonnoliti,

le mani così belle, mani di immagini sacre, preoccupata

cerca di riconciliarmi con la fronda, mi accarezza la bocca

e tiene il dito ancora sui miei denti che mordono

per non farmi parlare. È così che si prepara il nuovo silenzio

e dal silenzio lassù sono sei giorni

che la pioggia sibila pioggia, lavando via le ghiande,

legandoci come un nastro nero al novembre.

 

 

 

 

Miklós Radnóti (Budapest, 5 maggio 1909 – Abda, 10 novembre 1944) è stato un poeta ungherese, ebreo. Non poté esercitare la professione d’insegnante e, perseguitato, fu rinchiuso in vari campi di concentramento e fucilato. In una fossa comune si ritrovarono i suoi vestiti: insieme a questi, il suo ultino taccuino di versi.

 

 

Le poesie sono proposte nella traduzione di di Edith Bruck da “Mi capirebbero le scimmie”, Donzelli Editore, 2009

 

 

La rubrica è da un’idea e a cura di franchini

www.franchiniscripsit.it franchini@franchiniscripsit.it

 

 

logo “essenze” © 2015 Fondazione Franchini

 

Pubblicato in : Primo piano

Info franchini

Poeta, drammaturgo e pittore, presente già all’età di 28 anni in circa 30 strutture museografiche internazionali -dal Tel Aviv Museum al Miami Museum (così che, in una corrispondenza, I. Antonova, Direttore del Puschin Museum di Mosca, ebbe a scrivergli: “Maestro credo che le sue opere allarghino la nostra conoscenza dell’arte italiana moderna” e Paolo Ricci “…pittore colto che ha il pregio di non mostrare la sua cultura” ) -presentò la sua prima produzione ad olio (che seguiva quella del “segno” grafico) presso la Galleria “la barcaccia” di Napoli nel 1970. Dedicatosi ad una intensa attività politico-sociale ed alla ricerca di una espressione estetica adeguata a consolidare e rappresentare la personale condizione esistenziale, produce “a vomito”, e per periodi, sino al 2006, isolandosi dal mercato per non esserne contaminato.
Proteso alla costituzione di una fondazione, in funzione di questa si costituisce il “Comitato Fondazione Franchini” –cui aderisce, tra gli altri, Francesco De Martino (tra i maggiori storici contemporanei del diritto romano, già vice-Presidente del Consiglio e Segretario del PSI)-.
Teorico del movimento socialista, franchini ha fondato, tra gli altri, il circolo “il ‘99”, il “premio giornalistico Buccico”, il “centro studi di politica mediterranea”, e, attento osservatore dei problemi dell’immigrazione, sin dal 1981, la “FILI ’99” –primo tentativo di sindacato europeo della immigrazione legale. Ha firmato, tra l’altro, l’inno “I socialisti”, con la musica del M° Enzo Amato.

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