Te ne sei andato da parecchio e ora io sono veccchia e solo adesso posso dirti che non sei stato sincero nel dimostrare che mi volevi bene, perchè eri un padre padrone.
Sembravi un sognatore perso nei tuoi azzurrissimi occhi, laghetti di montagna tra i monti dove siamo stati a tribolare tutti maschi e femmine di casa, tra tedeschi, fascisti e partigiani; tra paure dei lupi, animali che si intrufolavano dalle montagne, e qualsiasi bestia con divisa che si presentava, per portare terrore a me giovane che li vedevo tutti responsabili di sparizioni di amiche parenti e conoscenti andati via sotto un bombardamento .
Hai avuto uno strano modo di dimostrare che mi volevi bene dopo quelle brutture che ci hanno marchiato a vita , ti sei infognato nella proprietà della terra che si assegna per tradizione al figlio maschio; ma di questo, mi ha già vendicato il secondo di maschio, il prediletto e adorato da tutti che ribelle ti è stato ostile per tutta la vita per quello che non sapevi dargli .
Ti ho perdonato quasi tutto ma quasi alla fine della mia vita piatta ti chiedo di chiedermi scusa per una lettera, a me indirizzata che non volesti che leggessi e neppure che ne avessi conoscenza.
Era la promessa d’amore che voleva la mia risposta.
Era quello al quale avevo donato le prime vere emozioni e le speranze di ragazza, fiduciosa nonostante il rumore di spari; era l’amore lontano che non poteva tornare da me perché privato della libertà di farlo insieme alla sua famiglia.
Era quello che tornava a richiedere la promessa d’amore e spiegare perché non aveva potuto e anche a chiedere conto di risposte mancate alle sue tenerezze e promesse nelle lettere, suo unico bene nella solitudine, che venivano lette da altri occhi sconosciuti e cattivi, gelosi del futuro d’amore.
Tu leggesti la mia lettera e rispondesti: -Bambina si è sposata ieri.- Mi sarei sposata solo il giorno dopo
Questo l’ho saputo quando ero già madre. Non saprò mai se sarebbe stata una promessa mantenuta per la vita.

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