
La celebre barzelletta del Cavaliere Nero di Gigi Proietti racconta di un malvagio re che, per anni, fa affrontare al suo inarrestabile Cavaliere Nero una serie infinita di parenti e conoscenti del Cavaliere Bianco, tutti puntualmente sconfitti. È la narrazione dello studente “coatto” interrogato a scuola: un duello che sembra non avere mai fine e che, dopo una lunga serie di sconfitte, arriva all’inaspettata conclusione che consacra la pericolosità del Cavaliere Nero, con quella battuta dialettale che ormai tutti ricordiamo: “Er cavaliere nero nun glie devi…” I racconti popolari portati a teatro non sono altro che lo spettacolo colorito della vita: un modo per sdrammatizzare gli errori degli uomini, riderci sopra e, qualche volta, capire meglio quanto siano assurde le loro imprese. Pensate alla politica. Quanto sarebbe più doloroso sopportarla senza la satira? Potremmo mai rassegnarci, senza un po’ di ironia, ad assistere alle imprese di leader come Trump e Netanyahu – due nomi a caso – protagonisti, in modi diversi, di una politica mediorientale che ha contribuito a trasformare interi territori in campi di battaglia? Leader che si presentano come cavalieri senza macchia e senza paura, mentre dietro di loro restano guerre, morti, distruzione e popolazioni costrette a pagare il prezzo delle decisioni di chi comanda. E così le pistole diventano armi di distruzione di massa, le minacce diventano strategie, le guerre diventano operazioni militari e i revolver atomici finiscono per sembrare quasi normali strumenti della politica internazionale. Ora, chiamare tutto questo “deterrenza” e dipingere due leader come cavalieri da celebrare e rieleggere mi pare, francamente, un esercizio un po’ forzato. La sicurezza di Israele è una questione reale e nessuno può seriamente pensare che uno Stato debba rinunciare al diritto di difendersi. Dopo il 7 ottobre, Israele aveva – e ha – il diritto di proteggere i propri cittadini e di impedire che Hamas e altre organizzazioni armate possano ripetere un massacro. Ma il diritto alla difesa non trasforma automaticamente ogni scelta militare in una scelta giusta. E l’efficacia con cui si colpisce un nemico non è, di per sé, una misura del valore morale di chi comanda. Altrimenti rischiamo di confondere due cose molto diverse: la capacità di vincere una guerra e la capacità di meritare il titolo di cavaliere. Per essere davvero grandi cavalieri, però, e meritare un posto alla Tavola Rotonda di Artù, non basta avere armi, eserciti e potere. Bisogna essere capaci di proteggere chi è più debole. Di aiutare i fragili. Di ricordarsi che il coraggio non si misura dalla quantità di nemici che si riescono a sconfiggere, ma anche dalla capacità di difendere chi non può difendersi da solo. Fragili come i bambini di Gaza. Perché se la parola “sicurezza” diventa una giustificazione sufficiente per qualsiasi mezzo, allora rischia di diventare una parola vuota. E se chi combatte viene automaticamente trasformato in un eroe perché ha avuto il coraggio di “restare in sella”, dovremmo forse chiederci anche chi è rimasto sotto gli zoccoli del cavallo. Ed è forse proprio qui che la metafora del Cavaliere Bianco e del Cavaliere Nero torna utile. Perché quando la campagna elettorale israeliana sarà alle porte, ci racconteranno ancora una volta chi sono i buoni e chi sono i cattivi, chi sono i cavalieri e chi i nemici da abbattere. Parlateci bene anche di Ben-Gvir, raccontateci quanto è bravo, quanto è forte, quanto è indispensabile alla sicurezza di Israele. Poi saranno i voti a parlare. E dai voti capiremo non soltanto dove passa la democrazia, ma anche dove si nascondono i cavalieri neri. Perché alla fine, come nella barzelletta di Proietti, il problema non è soltanto capire chi vincerà il duello. È capire chi stiamo applaudendo mentre combatte. Perché un cavaliere non si riconosce soltanto da come affronta il nemico. Si riconosce anche da chi decide di proteggere quando il nemico è davanti a lui. E allora, forse, tornerà utile ricordarsi la morale: “Er cavaliere nero nun glie devi…”
Angelo Santoro

Lascia un commento