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Enzo Bettiza

Comunista prima dei vent’anni, esule da Spalato conquistata dai titini, e’ stato un testimone dell’anticomunismo liberale che seppe opporsi a tutti gli autoritarismi e i totalitarismi del Novecento.

di Pier Franco Quaglieni | 2 Agosto 2017

Con la scomparsa a novant’anni di Enzo Bettiza,  il giornalismo italiano perde una delle sue firme più autorevoli e “La Stampa” il suo ultimo editorialista importante che nell’ultimo decennio e’ comparso pochissimo sulle pagine del quotidiano di via Lugaro.

 

Bettiza era un uomo autorevole e l’autorevolezza  non gli venne con l’età ,ma era in lui qualcosa di innato. Autorevole e quindi indipendente e non disposto a scrivere a comando. Ebbe il coraggio di scontrarsi con il direttore -tiranno, suocero di Scalfari, Giulio De Benedetti che cerco’ inutilmente di umiliarlo. Io conobbi un De Benedetti vecchio e “buono” che si beveva una bottiglia di whisky in un pomeriggio ,rimanendo quasi lucido nel suo buen ritiro di Rosta. Conobbi un ex direttore de “La Stampa” che portava ad un giovane appena laureato un suo articoletto  nel primo covo del centro “Pannunzio ” di piazza Castello, chiedendo con squisita ironia  di leggerlo e di dirgli se andava bene. Ma tutti gli amici giornalisti che ho conosciuto ,salvo forse Ferruccio Borio e Carlo Casalegno,mi parlavano con rabbia di “gdb “, com’era soprannominato e come amava firmare i suoi fondi che sembra fossero scritti da altri, alcuni dicono da Casalegno.

L’unico che seppe tenergli testa fu Bettiza che se ne andò dalla “Stampa” e passo ‘ al “Corriere della Sera “. Ma anche al quotidiano di via Solferino ,quando il direttore Piero Ottone volle ,in ossequio alle  bizzarrie  della proprietaria – zarina sovietica del giornale, fare del quotidiano che  aveva incarnato la borghesia italiana ,l’organo del cedimento al compromesso storico ,Enzo seppe andarsene dal “Corriere”che veniva cogestito dal comitato di redazione(con diritto di veto) e dal direttore allineato al nuovo corso.

 

Con Montanelli  fondò “Il Giornale”, ispirandosi al “Mondo” di Pannunzio ,come mi disse una volta . E scrisse  che gli era parso di aver condotto una battaglia di retroguardia e di  testimonianza contro il clima creato dalle “masse facinorose e urlanti ” ,dai “terroristi che sparavano a Montanelli e sprangavano i nostri lettori”   e dalla ” stampa conformista che ci calunniava “. In effetti non fu così, aggiunse, “perché nel 1989, con il crollo del Muro, capimmo di aver condotto una battaglia di avanguardia perigliosa perché solitaria ed elitaria : una battaglia cioè tipicamente lucidamente, liberalissimamente pannunziana “.

 

Bettiza che per brevissimo periodo fu comunista prima dei vent’anni, esule da Spalato conquistata dai titini, e’ stato un testimone dell’anticomunismo liberale che seppe opporsi a tutti gli autoritarismi  e i totalitarismi del Novecento che egli considerò non un secolo breve, ma un secolo semmai troppo lungo a causa del comunismo che tenne banco dal 1917 in poi.

Rispetto a quelli che Giovanni Giovannini chiamava con disprezzo direttorini e giornalistini ,egli seppe tenere la schiena diritta sempre. Una grande  lezione anche deontologica ai tanti che nei giornali chinano non solo la schiena,ma anche la testa.

 

Pure con l’amico Montanelli, quando ritenne di dissentire, lo fece liberamente, andandosene dal giornale  di cui era condirettore.

Soprattutto per tanti di noi, in primis per chi scrive, nel 1976 fu di esempio perché invece di “turarsi il naso” e votare Dc o firmare manifesti per annunciare il voto al Pci  come fece la maggioranza dei giornalisti e degli intellettuali italiani,fu tra i promotori, con Alberto Ronchey e Cesare Zappulli, di un’iniziativa di minoranza che non fu premiata dagli elettori e invece ebbe grande importanza morale perché significò per noi il non arrendersi all’ondata clerico-marxista che rischiava di travolgere la democrazia italiana : la lista liberale, repubblicana, socialista democratica proposta in alcune regioni italiane . Bettiza e Zappulli vennero eletti ,Ronchey no. Ma va ricordato che quella lista riaffermava il senso storico-politico  di  un’alleanza  dopo che nel PLI era prevalso Zanone, nel PRI circolavano i vaneggiamenti senili di La Malfa a favore del compromesso storico e i socialdemocratici , dopo le amministrative del 1975, erano passati,armi e bagagli, a sostenere le giunte rosse, tradendo il voto degli elettori.

E’ naturale quindi che Bettiza abbia visto con favore Bettino Craxi e il suo tentativo di affrancare il socialismo italiano che fu di Rosselli e di Matteotti ,ma anche di Saragat e di Nenni, dall’abbraccio mortale del Pci e del compromesso storico con una Dc di sinistra che aveva rinnegato del tutto lo spirito degasperiano.

Ci siamo sentiti spesso e abbiamo collaborato sovente. E ‘stato naturale che gli fosse conferito il Premio “Pannunzio”.Un premio azzeccato come quello a Spadolini,a Montanelli,a Ronchey che ha avuto anche premiati immeritevoli soprattutto per quello che fecero dopo il conferimento come Furio Colombo ,Vittorio Feltri e l’incredibile  Barbara ,figlia di Altiero Spinelli, che, dopo aver parlato del comunismo come di “un’utopia assassina”, si riposizionò nell’estremismo nostalgico del comunismo ed occupò un posto al Parlamento europeo, malgrado avesse dichiarato che, se eletta, avrebbe rinunciato al seggio.

Una volta Bettiza, quando nel 2003 venne nominato da Ciampi cavaliere di Gran Croce  mi telefono ‘ e mi disse, scherzando, che finalmente anche lui era stato nominato ,sia pure quattro anni dopo di me. Era rimasto colpito dalla rosetta che mi vide all’occhiello. Inutile dire che Bettiza, che fu senatore e deputato, non amava titoli e nastrini di nessun tipo.

Il suo essere stato esule non fu per lui, come per tanti italiani che dovettero lasciare la propria terra dopo il Trattato di pace del 1947 ,un elemento di particolare distinzione che non volle mai rivendicare. Bettiza ,come racconto ‘  nel suo straordinario romanzo “Esilio” cercò subito di mettersi al lavoro, inserendosi attivamente  in Italia,cosa che non era così facile per i circa 350 mila istriano-giuliano- dalmati dell’esodo-di cui Enzo non si sentì parte-accolti malamente in patria e considerati dei fascisti. All’inizio accettò qualsiasi lavoro e solo in tempi successivi incominciò a fare il giornalista nel 1953 ad “Epoca”,per poi passare alla “Stampa” nel 1957.

La sua è  una storia totalmente diversa ,ad esempio,da quella di Ottavio Missoni ,nato a Ragusa da padre di origine giuliana ,che invece fu con orgoglio sindaco della “Libera città di  Zara” in esilio e fu insieme al patriota Lucio Toth,uno dei difensori delle ragioni di chi patì l’esodo ed ebbe lutti famigliari a causa degli infoibamenti.

Infatti nel “Giorno del ricordo  delle foibe e dell ‘esodo” che venne celebrato  il 10 febbraio in tutta Italia a partire dal 2004  non fu possibile coinvolgerlo. Io cercai di farlo,ma fu irremovibile. Gli offrii l’opportunità di parlare a palazzo Carignano di Torino, ma mi disse che dovevo farlo io come storico e non lui come esule. Fu irremovibile.

Enzo si sentiva certo italiano, ma non solo italiano era anche un po’ nostalgico dell’impero austro-ungarico e del mondo in cui era nato e vissuto a Spalato in cui  convivevano slavi e italiani ed in cui egli aveva appreso il bilinguismo  come un qualcosa di ovvio e naturale. La Dalmazia era certamente una terra italiana, veneziana e romana per storia e cultura, ma aveva anche un’identità slava che non poteva essere negata e che Enzo sentiva come sua.

Qualcuno lo ha definito mitteleuropeo,anche se la Dalmazia è geograficamente nei Balcani e proprio dall’Europa orientale Bettiza ha tratto stimolo per affermare costantemente i valori della libertà come valori irrinunciabili.

Penso che Bettiza sia stato soprattutto un  sincero europeo che aveva visto e denunciato la tragedia dell’Europa orientale oppressa dal comunismo. Europeo ,non necessariamente europeista alla maniera di Spinelli e di Rossi. E’ stato uno dei migliori deputati al Parlamento europeo. Forse in lui era presente “l’idea d’Europa” di cui parlava Chabod. Se l’Europa avesse avuto rappresentanti come lui a Strasburgo,  non sarebbe finita arenata sugli scogli e non si sarebbe confusa con gli interessi finanziari di alcuni potenti.

Bettiza fu soprattutto un rarissimo esempio di giornalista libero e di scrittore raffinato. I giornalisti tentano di fare spesso anche gli scrittori, diceva Mario Soldati, e spesso gli scrittori tentano di fare anche i giornalisti. Quasi mai ci riescono pienamente. Il giornalismo è mestiere, la scrittura letteraria è arte. Solo pochissimi riescono ad essere chiari come dei giornalisti, scrivendo in modo non banale pagine che durino oltre lo spazio di un mattino. Gli articoli e i libri  di Bettiza  sono destinati a restare. Davvero è stato un giornalista principe.

 

Pier Franco Quaglieni 

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, battaglia, bettino craxi, compromesso storico, comunismo, corriere della sera, craxi, dalmazia, democrazia, dichiarato, disprezzo, europa, giornali, importanza, italia, La Malfa, la stampa, lavoro, mondo, nato, nuovo corso, parlamento, pri, senatore, Socialdemocratici

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Tullio Pascoli

    4 Agosto 2017 alle 21:40

    L’Italia piange una delle sue migliori figure letterarie del mio tempo, almeno fra quelle che si possono definire di indole cosmopolita. Tuttavia, che pur potendo scegliere fra tre distinte nazionalità opta per quella italiana. Ma al di sopra di tale scelta, a buona ragione, si considerava cittadino del mondo.

    Così come diversi altri importanti intellettuali, quali Karl Popper, Raymond Aron, François Furet ecc., anche lui per un breve periodo aveva creduto all’illusione comunista; tuttavia, dopo essersi reso conto della vera natura di quella deleteria ideologia, non esiterà ad opporvisi, impegnandosi in maniera instancabile nella formulazione di convincenti critiche nei confronti di quei regimi che aveva conosciuto direttamente dal vivo, condannando qualsiasi forma di collettivismo.

    Ed infatti sono preziose le sue opere dedicate alla descrizione ed all’analisi di quei modelli politici repressivi ed ai rispettivi fallimenti economici e credo che il saggio che meglio possa sintetizzare la sua visione del nostro tempo sia LA CAVALCATA DEL SECOLO.

    Un grave lutto per il mondo della migliore letteratura, ma soprattutto del giornalismo onesto e coerente…

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