Che siano proprio PD e Fratelli d’Italia a condurre la battaglia per il “voto utile” nella commedia da teatro dell’assurdo che è questa campagna elettorale, ha dell’incredibile. E giova, al riguardo, ricordare alcune cose che riguardano questi due partiti.
In primo luogo: da trenta anni, entrambi, hanno svolto, ininterrottamente, ruoli decisivi alternandosi, ora al governo, ora all’opposizione.
In secondo luogo: sono entrambi i soli partiti che hanno traversato indenni il drammatico passaggio dalla “prima” alla “seconda” repubblica. Ci sono riusciti mimetizzandosi con cambio di nomi, invettive contro la “prima” repubblica di cui a giusto titolo facevano parte, e, decisivi, strabismi e amnesie di una magistratura in altri casi feroce e determinata.
In terzo luogo: entrambi vorrebbero persino lucrare su ciò che sono stati e che ancora, in parte, mantengono al loro interno. Infatti, invocano, a beneficio della platea, il voto utile: quello contro le tendenze ancora fascistoidi degli uni e quelle ancora comunistoidi degli altri. Il che (e lo sanno bene) va a beneficio di entrambi. Ovvero, “diciamolo sottovoce, ma per il solo esistere, noi facciamo guadagnare voti a voi e voi a noi.”
Insomma, nessuno tra PD e Fratelli d’Italia ha i titoli per indicare agli elettori cosa sia meglio. Quando sono stati al governo, non si sono coperti di gloria e nemmeno possono vantare una qualsiasi riforma per essere ricordati. Coraggio: qualcuno dica per quale merito già acquisito intende dare il voto all’uno o all’altro, se non quello di affermare, entrambi, di non essere più ciò che sono stati.
Il prof Aldo Mola, al quale siamo profondamente grati per arricchire con i suoi articoli grondanti di cultura il nostro Pensalibero e che è solito accompagnarli, privatamente, quando li invia, con considerazioni intelligenti, mi ha recentemente ricordato che “senza la scissione di Palazzo Barberini l’Italia sarebbe andata diritta filata alla rovina”. Per i giovani, Mola ha ricordato ciò che avvenne nel 1947, quando Giuseppe Saragat, con la sua scissione dal partito socialista fondò il partito socialdemocratico che, con il suo 7% di voti alle elezioni del 1948 consentì la sconfitta del fronte popolare (PCI-PSI) e garantì all’Italia il saldo ancoraggio al mondo Occidentale e all’Europa. Una scelta fondamentale per il successivo “miracolo economico” che trasformò l’Italia da paese agricolo a grande potenza industriale.
Non è il caso di fare analogie in un contesto storico assai diverso. Ma quell’episodio consente di affermare che anche un piccolo partito può essere decisivo per compiere grandi scelte. E che la teoria del cosiddetto “voto utile” è priva di senso in Italia che non ha un sistema bipolare. Tanto più che la partita del 25 settembre è aperta. Gli alleati di Giorgia Meloni sembrano in deciso calo. E non è detto che i loro voti persi vadano tutti a Fratelli d’Italia. La crescita del Terzo Polo e, al sud, anche dei 5Stelle potrebbero mettere a rischio la vittoria del centrodestra. Tanto per ribadire che la teoria del voto inutile non regge. Tanto più che la partita non finirà il 25 settembre, a maggior ragione senza una maggioranza ampia che le urne potrebbero non decretare. In tal caso i partiti intermedi avrebbero un importante ruolo. Come lo ebbero, del resto, nella “prima” repubblica. E’ vero che, allora, erano guidati da grandi leader: Saragat, La Malfa, Einaudi. Ma oggi nemmeno i partiti più grossi sono guidati da giganti.
Nicola Cariglia

E’ inamovibile e rocciosa la mia personale convinzione che la ragione e la verità siano affatto riconducibili alla forza dei numeri. Mi piace ricordare quel fanciullo che gridò, unico di tutta la corte del re…. ” Il re è nudo”, sbugiardando quel furbo sarto che lo derideva con quel vestito “unicamente bello”. Nella ateniese agorà, chiunque, tra i cittadini che ne avevano le prerogative, poteva. dopo aver alzato il braccio, fare proposte e suggerire valide risposte ai più svariati problemi. Ecco il motivo che nel mio programma presidenzialista, non esistono sbarramenti alla rappresentanza e caratteristiche solo legate alla preparazione e all’esperienza nell’esercizio del pubblico potere
Per quanto riguarda la c.d. “Prima Repubblica” – invenzione giornalistica riassuntiva di una serie di circostanze favorevoli a matrimoni politici … nell’attesa di divorzio – sarebbe anche doveroso ricordare che la matrice dei FdI era esclusa dai partiti del c.d. “arco costituzionale” che tante frecce più o meno spuntate ha sganciato a vuoto … a perdere, ovvero a perdere voti per scaricare l’originaria responsabilità politica, cui si ritenevano chiamati dall’alto chiedendo conferma al basso.
Insistere, ora, con il “voto utile” in un sistema politico involuto – legge elettorale costituzionalmente irrispettosa (come minimo) della volontà del popolo, di cui non ci si fida – significa che sono ora i partiti/correnti/fazioni/se_stesso_partito il grande arco deformato della democrazia, resa espressione ingannevole da cui nessuna freccia colpirà il bersaglio: benessere del suddetto popolo.
Caro Nicola Cariglia,
hai ragione da vendere. Purtroppo gli pseudo-partiti che oggi occupano il Parlamento e il Governo ci fanno votare con una legge elettorale incostituzionale (con la quale essi stessi erano stati precedentemente eletti) che impedisce ai piccoli partiti che non siano coalizzati con lo pseudo-centro destra o con lo pseudo centro-sinistra di ottenere di essere rappresentati nelle due Camere. E oggi protervamente chiedono agli elettori un “voto utile” ovviamente a loro stessi. Con una metafora si potrebbe dire che con questa legge elettorale si permette agli elettori di scegliere tra la peste e il colera.
Non so se si possa dire che in Italia c’è ancora democrazia.