E’ una delle attività più neglette e vituperate. E’ considerata astrusa, incomprensibile, lontana dalla vicenda quotidiana; dagli affanni, dai problemi che le persone affrontano ogni giorno. L’immaginario collettivo tende a ritrarre il filosofo come un uomo, un professionista che vive sulle nuvole, affetto da scarso senso pratico, che rumina e dispensa concetti: non si sa bene come, perché e per chi.
E’ una reputazione ingiusta e non veritiera. Che è stata variamente accreditata almeno da tre fattori, tenacemente presenti lungo il volgere dei decenni: a) dall’esempio non sempre positivo proveniente in particolar modo da filosofi moderni e contemporanei (distintisi più che per la scelta dei temi di indagine o di discussione, per l’utilizzo di linguaggi criptici od esoterici, volutamente inaccessibili alle persone comuni); b) da una certa visione datata della filosofia, quale sistema chiuso e definito di ‘verità’ e conoscenze da somministrare ai profani, una tuttologia di stampo accademico; c) dal modo opaco, pedissequo, impersonale con cui per lo più essa viene spiegata, tradotta nella scuola.
La filosofia è qualcosa di assai più ampio, di più semplice e anche di più vicino a noi di quanto si reputi. Molti ‘filosofeggiano’ quotidianamente, senza saperlo. Gerd Achenbach, il padre storico della consulenza filosofica, definisce la filosofia come un “secondo pensare” dell’individuo, un prender posizione sulle proprie prese di posizione, una riflessione aperta, senza regole predefinite, sulla propria vita e sulle scelte che la contraddistinguono. E se alcuni soggetti paiono (per lo più) scivolare sulla vita senza rendersene o volersene rendere conto, altri all’opposto discutono, dubitano, interrogano, riflettono continuamente, in poche parole pensano. In quella società dove si rischiano l’omologazione e l’annichilimento, dove l’uguaglianza dettata dagli standard e dai trend è pronta a divorare l’unicità e la singolarità dell’individuo, “paradossalmente, tale condizione – afferma Achenbach – risveglia in lui le domande sulla propria esistenza, sul modo di condurre la propria vita, sulla morte e così via.”
Il primo mito da sfatare è dunque quello di una filosofia avulsa dalla nostra realtà esistenziale. E’ proprio il contrario. L’uomo non può limitarsi a vivere o esistere, deve prendere posizione sulla propria vita. E, come abbiamo detto, assai spesso lo fa naturalmente, senza averlo prefissato. Karl Popper affermava, d’altronde, che “i veri problemi filosofici hanno sempre la loro radice nei problemi urgenti, che si trovano in campi che non appartengono alla filosofia”. E cos’altro sono i problemi urgenti se non quelli che ci incalzano, impegnandoci nella ricerca delle soluzioni? Peraltro, stando ad un sentire contemporaneo (che però ha tanta storia dietro di se), “la filosofia è la cultura delle domande, non delle soluzioni. Non ci rende le cose più facili, ma di norma le rende difficili. Non troviamo in essa uno sgravio da problemi, preoccupazioni, domande, dubbi, tentazioni e confusioni, poiché, al contrario, apporta a tutte queste cose l’ossigeno che le accende e le fa bruciare. Tira fuori ciò che non vogliamo vedere, e ci sbarra la strada con ciò che minaccia di buttarci fuori dalla carreggiata” (G. Achenbach, La consulenza filosofica, Feltrinelli, p. 92). Mi viene in mente Socrate, con la sua dialettica, che nella definizione di filosofia di Achenbach sembra fecondare il rapporto di ciascuno con il proprio io – prima che quello con gli altri.
Il secondo mito fasullo è che il filosofare presupponga una conoscenza ad hoc, intesa come rassegna storica dei pensatori e delle correnti del pensiero di ogni tempo. Un’idea come questa ricaccerebbe al di fuori della vita di ciascuno ciò che abbiamo visto appartenerle, inscindibilmente. Senonché, avverte Achenbach, non è lo studio (della filosofia) che rende filosofi. Semmai esso ha il vantaggio di favorire uno spirito non ottuso, un pensare che non mette da parte contraddizioni e conflitti, ma che da questi viene messo in movimento. In effetti, capita di riscontrare in persone anche molto semplici – addirittura poco o per nulla scolarizzate – raffinati pensieri filosofici espressi con rara efficacia.
Il terzo mito è che, malgrado quanto sopra visto, la filosofia rimanga alla fine un esercizio di pura valenza intellettuale, destinato a produrre nessuna conseguenza nel mondo dei fatti e degli eventi. Qui è azzeccata l’opinione di due eminenti filosofi contemporanei, secondo cui “la filosofia assomiglia sotto alcuni aspetti alla scienza pura, e sotto altri alla tecnologia. Essa ha sia un lato astratto, non pratico, sia un importante piano applicato” (R.H. Popkin, A. Stroll, Il dovere del dubbio, Il Saggiatore, p. 27). Il lato astratto è necessariamente presente, perché astratti sono molti dei problemi che, nel corso della storia e anche della nostra storia indidivuale, come uomini ci siamo posti e ci poniamo. Ma non sfugge che la filosofia è anche il legame invisibile che associa l’individuo alle sue decisioni, grandi o piccole che siano. In questo è la sua efficacia, il suo aspetto concreto, direi quasi fattuale. La filosofia per Achenbach può e deve diventare pratica, azione comunicativa, esplorazione e organizzazione dialogica dei problemi, critica della comunicazione distorta e di ogni ‘trattamento’.
Tutto ciò premesso, viene da domandarsi dove si possa trovare più solida rampa di lancio per una matura opposizione ad uno Stato invadente, ad una politica corrotta, ad una società ancora dominata da logiche feudali, all’informazione manipolatrice, ai saperi eruditi e autoreferenziali, ai poteri che si pretendono assoluti, se non nel ragionamento filosofico? Quale miglior viatico alla formazione di una ragione critica, alla costruzione di se? Altro che nuvole. Altro che astruserie!
Paolo Marini

è d’obbligo un plauso.