Pietro Angeleri da Morrone (1209?-1296), più noto alla storia come Papa Celestino V, è ancora oggi una figura su cui si controverte. L’oggetto del contendere per la verità è dato da diversi fatti, se è vero che la sua stessa morte appare avvolta in un mistero. Ma la fama del personaggio e le dispute che si sono avviluppate sulla sua vicenda sono dovute soprattutto a quel “gran rifiuto” che “fece per viltade”, una ‘condanna’ che Dante ha scolpito nel III Canto dell’Inferno, diremmo… per l’eternità (!).
Pietro da Morrone era stato eletto Papa ‘a sua insaputa’ (oggi questa espressione – qui non correttissima – va alla grande, nella fattispecie viene nobilitata dal personaggio e dalle circostanze), quasi ottantanne e dopo una vita spesa da eremita nella solitudine e nella semplicità della contemplazione e della preghiera, certamente inesperto di cose di governo – tanto più se di governo di una realtà già tanto complessa quale doveva essere, allora, la Chiesa.
Ammesso che sia ciò che pare, quella di Dante è – dicevamo – una condanna. E chiunque di noi ha pensato almeno una volta, dentro di se, che mai e poi mai vorrebbe sentirsi dare… del celestino quinto!
Prescindiamo dal fatto, dal contesto storico e dalle connesse circostanze e assumiamo il fatto in se fuori dal tempo. Ora domandiamoci: siamo certi che sia da stigmatizzare come atto di viltà la decisione di un uomo di rinunciare ad un incarico, ad una funzione, ad una qualsiasi cosa cui sia stato chiamato – per quanto importante essa sia? Si può dire che una scelta di questo tipo sia certamente da attribuire al timore, alla paura delle responsabilità e non, per esempio, al desiderio di vivere lontano dagli allettamenti e dai condizionamenti del potere o da altre pesanti o imbarazzanti catene? E quand’anche si trattasse di timore, di paura, di un senso di inadeguatezza, di estraneità, di alienazione, si è convinti che questa sia una debolezza grave, o la peggiore, quella che merita la più grande riprovazione?
Queste e altre domande mi pongo talvolta osservando e valutando la vita, la nostra vita di tutti i giorni e i problemi, le sfide di coscienza e di libertà (due concetti alquanto connessi, mi confermo) che essa pone; che spesso, anche subdolamente, inavvertitamente ci propone. Ma anche osservando, valutando lo spirito dominante nella vita e nella gestione della res publica, che è tutt’altro che consentaneo a quello di Celestino V.
Ecco, il concetto che mi sta a cuore è che la forza non sia necessariamente coincidente con quanto, per essa, viene comunemente spacciato. Banale, no? Ma la società sembra respingere con sicumera, senza tentennamenti, le ‘debolezze’ dell’uomo; l’immaginario collettivo non è mai attratto o sedotto da esempi che richiamano concetti come ‘crisi’, ‘colpa’, ‘coscienza’, ‘cambiamento’ (interiore): si tratterebbe, per ciò, di ‘oggetti’ assai poco spendibili anche nel circuito mediatico, la cui cifra non è fornire pane per una riflessione, ma companatico per mille sensazioni. Eppure, proprio sotto il convincimento e l’esaltazione della forza si nascondono fragilità e vulnerabilità, tanto più sconcertanti e pericolose quanto più rimosse, rifiutate.
Che piaccia o meno, la forza dell’uomo, dell’individuo, la sua umanità e la sua libertà, sono profondamente legate ad una capacità di discernimento, ad una lettura disincantata e disinibita dell’esistenza. Questa lettura senza limiti e senza remore, questa onesta, bellissima, sconfinata libertà dell’essere: perché mai non dovrebbero produrre un ripensamento, una rivolta, un segno di discontinuità nell’esistenza di questo individuo? Che cosa sono diventati, sovente, il ‘coraggio’ e la ‘responsabilità’, se non dei suadenti alibi, delle auree catene che non ci permettono di fare fino in fondo i conti con noi stessi e con la nostra vicenda? E alla fine: quante volte abbiamo preso e prenderemo, piuttosto (e per fortuna, vien da dire), decisioni alla Pietro da Morrone? Quanto coraggio e quanta responsabilità ci vorranno per pronunciare, per imporre a noi stessi un semplice “no”? Forse per questo saremo meno uomini?
ELOGIO DELLA CRISI, DELLA DEBOLEZZA E DELL’ABDICAZIONE: SEGNI DELL’ESSERE DELLA SUA COSCIENZA E LIBERTA’
Dalla vicenda umana di Pietro da Morrone (Celestino V) Siamo certi che sia da stigmatizzare come atto di viltà la decisione di un uomo di rinunciare ad un incarico, ad una funzione, ad una qualsiasi cosa cui sia stato chiamato – per quanto importante essa sia?
Di Paolo Marini

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