Gli ultimi articoli pubblicati su Pensalibero, aventi sostanzialmente ad oggetto il dibattito circa la possibilità di un dialogo tra liberali, socialisti e cattolici sulla prospettiva di un terzo polo alternativo agli schieramenti elettoralmente contrapposti merita un approfondimento che, se non può esaurirsi in un articolo, a maggior ragione non può astringersi a poche righe di chiosa.
Prendendo le mosse dalla constatazione della innaturalezza delle attrazioni manifeste nel nostro panorama politico, non può non rilevarsi come esse non prescindono dal sistema elettorale ma ne sono naturale conseguenza; se è infatti vero che le vittorie di Pirro preludono alle sconfitte, queste ultime sono tali di per sé laddove le prime o lasciano spazio alla speranza o comunque rinviano l’ora della verità. Se quindi la lotta politica è finalizzata alla conquista del potere, quando – come nel presente – i partiti si modellano sulle persone e le motivazioni ideali sbiadiscono a fronte degli interessi di casta a maggior ragione non può razionalmente ipotizzarsi che i concorrenti si affrontino senza utilizzare ogni risorsa possibile per conseguire la vittoria, ancorchè di Pirro; né può valere a smentire l’assunto la constatazione che le prossime elezioni proporranno una semplificazione degli schieramenti, essendo tanto dovuto solo ad una previsione scontata del risultato elettorale, che rende perciò inutile per la parte predestinata alla sconfitta e dannosa per la parte predestinata alla vittoria la ricerca di voti aggiuntivi.
In tale contesto, alla innaturalezza rilevata è speculare l’altra correlata al difetto di rappresentanza della maggioranza degli italiani appartenente ai più diversi ceti sociali, eticamente sana, istintivamente moderata e portata alla mediazione e al dialogo, sicuramente laica e portatrice spesso inconsapevole di valori riconducibili al liberalismo ed al socialismo umanitario sovente filtrati dal solidarismo cattolico: uno spaccato d’Italia che vive il disagio e la sofferenza di una sua peculiare diaspora, trovando albergo in minima parte tra forze politiche paradossalmente tra loro contigue e contrapposte anche se scollegate dalla società civile ed in massima parte restando senza fissa dimora o addirittura senza dimora per sentire al tempo stesso la frattura tra l’esigenza dei valori della politica e la prassi di una politica senza valori.
Resta ovvio, alla luce delle premesse, che a rompere il circuito vizioso è essenziale la riforma elettorale in senso proporzionale; ed ai tanti che ne criticano gli effetti vorrei ricordare che tale metodo ha garantito per poco meno di mezzo secolo stabilità di sistema pur in assenza di stabilità di governi di legislatura, laddove il maggioritario ha sì garantito una maggiore stabilità di governi epperò in assenza di una stabilità di sistema: Ma non essendo stata attuata la riforma elettorale in senso proporzionale e senza l’esproprio ai cittadini del voto di preferenza, né stracciandosi le vesti al riguardo i maggiori partiti catalizzatori del consenso espresso, dovendosi comunque eleggere la rappresentanza parlamentare con l’abominevole sistema di votazione attuale, si pone per la maggioranza silenziosa e rassegnata del paese, e per chi ritiene di rappresentarla, il problema del che fare.
Riprendendo il tema della possibile alleanza tra liberali socialisti e cattolici, essa viene auspicata sull’onda del ricordo di passate comuni esperienze nel governo del Paese e dei suoi positivi risultati per la comunità; ed i motivi di perplessità espressi nel dibattito conseguente si ancorano all’orgoglio laico, alla disideologizzazione ed alla personalizzazione della lotta politica, alla polarizzazione dell’attenzione sui temi dell’uguaglianza e della libertà visti – come nel secolo passato – in reciproca contrapposizione e non invece nella loro interdipendenza. Sotto il profilo ideologico non si considera che la laicità, esprimendosi solo con il disancorare dall’obbedienza ad un’autorità diversa dalla propria coscienza la proposta politica finalizzata alla regolamentazione della vita sociale, può essere comune anche ai cattolici; ed a riprova è che nell’esperienza del nostro Paese la legislazione collidente con la morale cattolica non si è imposta nei periodi di più aspro scontro tra la Chiesa e lo Stato, laddove la Democrazia cristiana non è mai stato il partito cattolico bensì quello di confluenza della maggioranza dei cattolici militanti, ma ancor più una forza moderata mutuataria di principi attinti al liberalismo ed al socialismo per il tramite del sociologismo tonioliano. Sotto il profilo della prassi la personalizzazione della lotta politica, speculare alla sua disideologizzazione, va vista come il rilascio di una cambiale in bianco ai leaders dei diversi schieramenti e per ciò stesso si configura come un rapporto di sudditanza che ben poco ha di democratico.
E’ sotto gli occhi di tutti che, ad una repulsione per gli eccessi affaristici dell’ultimo periodo della cosiddetta prima repubblica (e non certo del primo periodo, quando era al massimo la tensione morale che presiedeva alla lotta), è seguita una malinconica nostalgia per una classe politica autorevole e non improvvisata cui si associa il malessere per la sostanziale estraneità al corpo sociale dell’odierna nomenclatura. Ed è altrettanto evidente che lo iato tra i cittadini e le istituzioni rappresenta un fattore di destabilizzazione che le elites liberali e socialiste umanitarie più sensibili dovrebbero stemperare nell’interesse del Paese. Quale ruolo più nobile per le correnti ideali che, coese ai primordi della repubblica nell’attività di governo, hanno contribuito alla rinascita economica dell’Italia forti del loro bagaglio etico, se non quello di ritrovarsi con lo stesso spirito per contribuire alla ricucitura della deleteria lacerazione tra cittadini ed istituzioni, riportando a queste ultime la maggioranza assente o scarsamente presente del popolo a parole sovrano?
Questo sforzo maieutico, possibile sin da subito, non è certamente facile; ma è in prospettiva vincente sol che si comprenda che il cammino della speranza non vada condiviso in modo organico e in una situazione di subalternità con i partiti della nomenclatura che in maniera del tutto parassitaria e senza alcun merito democratico occupa e vorrà occupare le istituzioni. E l’occasione per una sua prima visibilità immediata è data dalla prossima tornata elettorale, sotto la condizione che la gente comune possa avvertire la sua originalità e la sua pregnanza democratica, oltre che la sensibilità non parolaia ai problemi che scaturiscono dalla quotidianità. Si può stare quindi da qualsiasi parte, sol che la scelta di schieramento non si risolva in un’acritica appartenenza e consenta un’autonomia decisionale ispirata alla moderazione ed al dialogo espanso né induca all’autoreferenzialità; ma ove tanto non sia possibile, si corra ugualmente nella consapevolezza che ogni costruzione politica è stata in origine un’utopia.
Giovanni Fiorentino

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