Ormai non è più un’esercitazione scolastica di qualche giornalista in vena di stramberie, ma un’ipotesi politica vera e propria, naturalmente tra le altre possibili: come Sarko, che ha coinvolto nel governo e nel suo trust di cervelli un buon numero di intellettuali e politici della sinistra, anche Berlusconi, magari un po’ all’italiana, potrebbe pensare di andare in qualche modo nella stessa direzione, con la differenza che non si tratterebbe di un’offerta a singoli personaggi, ma di un’ipotesi di alleanza postelettorale e di un comune cammino di governo con il maggior partito dello schieramento opposto.
Naturalmente bisognerà dare anche il giusto peso alle alchimie tattiche ed alle trovate pubblicitarie e soprattutto tener presente che questo percorso politico, che potrebbe avere una formalizzazione dopo l’esito delle urne, è ben diverso da quanto stanno sperimentando l’Eliseo e Palais Matignon; però bisogna ammettere che saremmo in presenza di una grossa novità nel quadro politico italiano.
Nelle intenzioni del Cavaliere uno degli obiettivi neppure tanto nascosti potrebbe essere quello di creare fratture nella sinistra e al tempo stesso di dare uno scossone di modernità ad un centrodestra ormai troppo consumato. Vedremo in seguito se ed in che modo il suo disegno potrà riuscire. Nell’altro versante Veltroni, che oggi coglie la “costrizione provvidenziale”, come la chiama Palo Mieli, di andar da solo, sarà ben lieto di favorire il primo obiettivo e di consumare quello strappo definitivo nei confronti dell’estrema sinistra, finora da giudicare utile per la formazione di maggioranze, ma assolutamente disastrosa nell’azione di governo; ed anche lui in contemporanea accreditare il proprio partito in rappresentanza del versante progressista di uno schieramento di stabilizzazione del sistema; diciamo anche, per sfuggire all’ipercriticismo, di razionalizzazione.
Le domande sono: ci sono le motivazioni per un simile approdo? C’è un quadro politico che lo permette? Ci sono alcuni punti minimi di programma su cui misurare il consenso e la realizzabilità? Ci sono linee di frattura insormontabili? Ad esse non è facile dare risposte univoche.
Partiamo dalle motivazioni. Ci sono e la prima, oggettiva ed essenziale per tutti, è tentare un recupero dell’immagine e della credibilità dell’Italia sul piano internazionale, fortemente compromessa non solo per l’insufficiente azione di governo, ma anche per motivi comunque riconducibili al nostro modo di gestire la cosa pubblica, strano e singolare, per usare un eufemismo. Ci sono poi esigenze politiche, comuni a ciascuno degli schieramenti, di gestire i rapporti al loro interno: contrasti maggiormente orientati alla leadership nel centrodestra, e la già richiamata possibile definitiva frattura all’interno dello schieramento di centrosinistra. Queste circostanze contribuiscono a formare un quadro politico. Ci sono poi temi su cui si possono raggiungere convergenze, ad esempio sulle grandi questioni di politica internazionale senza entrare troppo nei dettagli, almeno a parole sulle privatizzazioni, perfino sul welfare con qualche stiracchiamento. Ci sono infine impegni che è conveniente enunciare come comuni, come la riforma del sistema elettorale e basta perché più in là, verso la riforma della spesa pubblica e dello stato, non si approda.
Ci sono anche cose su cui si è un po’ meno d’accordo, in primis la questione della laicità dello stato e dell’azione politica, ma questo era un problema non risolto neppure nella vecchia coalizione di centro sinistra, mentre il centro destra di questa esigenza si è visto benissimo come possa fare a meno. Ci sarebbe poi il conflitto d’interessi, oppure la politica fiscale, ma con un po’ di buona volontà tutto si può fare: basta non fare.
Alla sinistra antagonista, almeno in prima battuta, una soluzione del genere darebbe un grosso spazio e non occorre spender troppi argomenti per dimostrarlo, anzi non ne spendo per niente. Invece due parole sul resto della sinistra val la pena di dirle e non per parlare del PS come al solito assente e preoccupato solo del de minimis, ma cominciando invece col domandarsi: se l’approdo della crisi politica dovesse veramente essere quello di una grande coalizione, non come scelta meramente tattica o episodica, ma di medio periodo, funzionale ad un programma di riforme, era proprio necessario costituire il partito democratico con l’apporto di zavorre confessionali o di ceti dirigenti già protagonisti della stagione peggiore dell’imprenditoria di stato ed ora organici con i nuovi poteri dominanti del capitale finaziario? E magari riflettere anche se non era meglio mettersi ad un tavolo con tutta l’area della sinistra riformatrice e cercare di ricostituirla in maniera organica, preferibilmente sulla base di uno sforzo comune per rivedere da una parte e dall’altra qualche ancoraggio teorico sorpassato, qualche questione storica da chiarire ma da superare. La mia opinione è che in questo caso, se si fosse accettato di dover andare ad un confronto con i settori forti del centro destra, ci si sarebbe andati con una piattaforma altrettanto forte, soprattutto perché omogenea, almeno in divenire, mentre altrettanto non si può dire per le linee di divisione che pesano oggi ed in futuro forse ancora di più nel partito democratico, a cui in questa prospettiva resta una sola chance: dimostrare sul campo, nel confronto quotidiano di governo, di essere meglio degli altri. Ma, visti i precedenti, ce la faranno?
Silla Cellino

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