
Domani in Israele si vota, e questo evento è in testa all’agenda del mondo. È paradossale che uno dei più piccoli Paesi del mondo sia nei titoli di prima pagina del globo; quando i giornaloni o i maggiori programmi TV se ne occupano, è per dire che si tratta di elezioni fatali, definitive, fondamentali. La traduzione è: speriamo che la lunga permanenza di Benjamin Netanyahu nel ruolo di Primo ministro, 19 anni, abbia qui il suo termine. Se cerchiamo di capire perché ne esce una serqua di accuse ideologiche, come “criminale”, “genocida”, “corrotto”, “fascista”… è il seguito della campagna antisemita che appesta ormai il mondo. Ma il motivo è profondo e radicato nelle paure del mondo attuale. Prima di avventurarci, anche in Israele lo scontro è molto duro: i sondaggi, a seconda della loro fonte, di destra o di sinistra, sono diversi, ma nell’insieme danno una situazione quasi di parità fra Netanyahu e Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, ora alla testa di “Yashar”. Le previsioni sono comunque più favorevoli alla possibilità che sia lui a formare un blocco di 61 seggi. La Knesset ne ha 120, oggi ci sono in parlamento dieci partiti, i partitini sono a volte indispensabili. Bibi è il capo del Likud, laico e conservatore, il suo blocco comprende conservatori e religiosi con cui da tempo si manifestano rotture sulla coscrizione e sulla inutile sbruffonaggine tipo Ben Gvir, che crea problemi internazionali. Ma quasi tutti, a destra e a manca, convergono sulla priorità della sicurezza, a sinistra non ci sono fantasie su concessioni territoriali: la memoria del 7 ottobre brucia con il rifiuto palestinese sin dal 1948.
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Eisenkot è alleato dell’unione centrista di Bennett e Lapid, della base russofona di Lieberman, e di un partito molto di sinistra, quello di Yair Golan. Ma non ce la farà senza i partiti arabi come Raam, parte della Fratellanza Musulmana. Senza di lui la sinistra non ha la maggioranza. E lui giura che il governo sarà sionista. Anche a Bibi, persino se vince, il partitino di Winter, sul limite della soglia, può sfasciare tutto. Quindi, molti sognano come un momento di redenzione storica dalle infinite liti un governo di coalizione. Ma l’immenso antagonismo verso Bibi riguarda una svolta conoscitiva e filosofica che è un ostacolo per tutto il mondo. Le scelte, la strategia di Netanyahu, che ha combattuto su sette fronti senza esitare, sono il riconoscimento che il 7 di ottobre non è stato un episodio cui cercare un rimedio politico. Sono la svolta che non si ha il coraggio di fare.
La sua analisi implica il riconoscimento della presenza mondiale di una guerra religiosa, quella islamica, contro l’Occidente democratico. Certo, Netanyahu era primo ministro al tempo del 7 di ottobre: la campagna si è svolta sullo scambio di accuse, sulle responsabilità del primo ministro o dell’esercito e dei servizi. Ma dietro alla querelle, si vede la realtà che si vuole cancellare: la guerra cui Hamas, sostenuto dall’Iran e fiancheggiato da Hezbollah e Qatar, costringe ormai il mondo intero. L’Europa quando parla di Israele e di Netanyahu parla di questo: dal 7 ottobre Israele si è divincolata fra i lacci di quella che qui è stata chiamata “conceptia”, scoprendo l’indispensabile necessità di affrontare l’attacco che comincia qui e si estende a tutto il mondo. Nelle piazze di Parigi, di Milano, di Roma…
Fiamma Nirenstein
https://www.fiammanirenstein.com/articoli/elezioni-geopolitiche-tutte-su-netanyahu-6735.htm

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