Vittoria del centrosinistra alle elezioni regionali. L’Unione di Romano Prodi ha sonoramente battuto la Cdl prendendosi legittimamente undici regioni su tredici. Portate via al centrodestra Liguria, Abruzzo, Piemonte, Calabria, Lazio e Puglia. Alla Casa delle libertà di Silvio Berlusconi rimane il governo della Lombardia e del Veneto.
In tutte le regioni le liste alternative non hanno conquistato che gli spiccioli.
Anche in Toscana, dove l’interessante esperienza del Terzo Polo laico e socialista si è fermata contro il disinteresse degli elettori ad un modesto 1,4%; e l’Italia si conferma, ad onta dei molti che chiedevano il ritorno al proporzionale, bipolare.
Romano Prodi, bersagliato dai fotografi alla finestra della sede unionista di piazza Santi Apostoli, è il simbolo di questo bipolarismo, forse imperfetto, ma che ha premiato ancora una volta le forze che si alleano, anche a dispetto delle loro radici e dei loro programmi.
Entrando nel merito delle responsabilità del centrodestra, proviamo ad individuare alcune delle cause di una tale catastrofe elettorale: il mancato rispetto del contratto elettorale, la riduzione delle tasse che ancora non si è fatta sentire nelle tasche della gente, l’inefficace controllo dei prezzi nel passaggio dalla lira all’euro che ci ha reso tutti più poveri, la mancata semplificazione burocratica nel rapporto fisco cittadino, la costante opacità della classe politica nel comunicare il lavoro svolto e gli obbiettivi rispettati, le continue liti tra gli alleati, l’insano disegno di una nuova Democrazia Cristiana, la riforma elettorale, il crollo del sogno del partito liberale di massa, sordamente ma inesorabilmente corroso dai colonnelli di An e dai cardinali di Follini, che trovano ancora la loro forza nell’assistenzialismo democristiano.
Eppure era stato proprio quel sogno liberale a cambiare la storia italiana, a portare Berlusconi e Forza Italia ad una vittoria senza precedenti, un partito non partito, nato come comitato elettorale, con una struttura leggera e senza i vecchi vincoli del partito tradizionale, un nuovo modello di ingegneria politica e comunicativa, oggi tutto da ridiscutere.
E subito i diaconi del centrodestra si fanno disponibili all’autocritica, alla riflessione su cosa non è stato fatto o come si poteva dire, all’accorta richiesta di nuovi equilibri all’interno della maggioranza, alle verifiche, ai distinguo, alla minuziosa ricerca degli sparuti risultati positivi.
Di tutto si parla, ma non della cosa più importante: le loro teste, la loro capacità politica.
Loro, i luogotenenti regionali di Forza Italia, di Alleanza Nazionale e dell’UDC, non sono stati forza politica capace di esprimere credibilità e costanza, di elaborare consistenti progetti amministrativi, di ascoltare la società e le sue istanze, di accogliere democraticamente all’interno dei partiti culture e opinioni diverse; si sono distinti, invece, per la creazione di correnti in lotta tra loro ed in molti casi per gli arrivismi personali, che niente hanno a che fare con la politica ed il pensiero liberale.
Tutto questo non necessita di una verifica sul perché o sul percome, ma di un unico atto di coraggio e dignità: dimettersi.
Umberto Zanobetti

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