L’è on gran Milan’ è Il jingle, che funge anche da titolo al motivetto dialettale scritto dal compositore, milanese per antonomasia, Giovanni D’Anzi; si trattava di una canzone per invocare la realizzazione della metropolitana a Milano, che la città attendeva da tempo ma che tardava a decollare: prima per il pregiudizio ideologico di Mussolini, poi per la carenza di risorse prioritariamente destinate alla ricostruzione e a dare alloggi e servizi all’imponente flusso migratorio in cerca di lavoro. Di tempo ne è passato, dall’ invocazione ai fatti, Milano nelle sue viscere ha scavato ben 5 metropolitane e la sesta è in fase di realizzazione. Le sue metropolitane hanno portato nel centro di Milano, la grande fiumana di popolo che il 2 marzo, il sabato ‘grasso’ dei non ambrosiani, ha mandato un inequivocabile messaggio al Paese che c’è anche un’altra Italia, quella di chi vuole e sa fare, che lo fa con solidarietà e senza smarrire i valori civici e di umanità.
Un’enorme e composta manifestazione che ha sugellato il ritorno del primato della politica a Milano, un primato che si affianca agli altri che detiene e sa rinnovare nel tempo, ma che le era stato ‘volutamente’ sottratto in coincidenza con la ‘rivoluzione’ giudiziaria del 1993. A partire dagli anni novanta, politica trasloca da Milano, prima a Gemonio, poi ad Arcore, accetta l’invasione di campo ‘celestiale’ e lo strapotere della Regione Lombardia, così la missione concessa alla città è di ridursi alla sola amministrare. Le lancette del tempo della sua storia politica, si sono così fermate allo autunno-inverno del 1992/93, il potenziale di autonomia decade, conformandosi all’uguale per tutti del sindacato dei comuni, per confidare nella benevolenza di chi governa a Roma o al Pirellone: la sconclusionata vicenda della città metropolitana ne è la testimonianza.
Non ne resta è immune, neanche l’eccessivamente enfatizzata primavera arancione del 2011, caratterizzata dalla diversità nella modalità di procedura della candidatura a sindaco di Giuliano Pisapia, con la quale s’interrompe la ventennale prassi di un sindaco calato dall’alto. Sarà una gestione che si caratterizzerà più per la parsimoniosa focalizzazione nella prassi amministrativa, delle declinazioni da ‘buon padre di famiglia’ e da una sorta di latente pregiudizio ideologico, che confina l’arancione, ad essere lo stinto del rosso, che limiterà in chiave autarchico amministrativa il posizionamento di Milano, che in più di un’occasione ha ricordato i vasi di coccio manzoniani tra quelli di ferro della Regione e del Governo e l’orgoglioso sussulto, è stata la reazione civica allo stupro subito dalla violenza dei contestatori di EXPO.
La contrastata candidatura del ‘manager’ Beppe Sala, per alcuni escamotage per sfruttare l’enfasi del sorprendente ma ingiustificabile successo di EXPO, sembrava dover condannare vieppiù Milano alla impalpabilità del suo potenziale in termini di elaborazione politica. Le premesse c’erano tutte: la conquista del Palazzo doveva favorire la sinecura , per le ambizioni della gioventù renziana, cui contrapporre il ‘kernel’ ristretto dei reduci della gestione precedente, a sostegno della carneade vice sindaco Balzani, con cui Pisapia intendeva impedire una presumibile discontinuità, che l’arrivo di un manager, non ideologizzato forte solo di un EXPO un po’ troppo in simmetria con mercato e finanza; presumere da questo scenario il risorgimento politico di Milano era pura fantasia.
In poco tempo, però Sala ha smentito tutti, il manager si è via via fatto politico, non certo ispirandosi a modelli d’antan, ha gestito e rivalorizzato l’eredità che EXPO ha lasciato alla città nel suo senso più ampio, si è ben guardato di affrontare la complessità e le contraddizioni con i diversi livelli istituzionali facendosi ispirare dal pregiudizio ideologico, così come, ha rimosso qualsiasi dubbio su eventuali condizionamenti di riconoscenza nei confronti delle forze politiche che lo hanno sostenuto, ha saputo mettere a frutto il motore dell’eclatante successo di cui gode la città, mettendolo a disposizione del Paese. ‘Da qui riparte una idea diversa d’Italia’, monito e al contempo incitamento rincuorante, rivolto all’enorme fiumana che continuava a raggiungere piazza del Duomo, testimonianza proveniente da molte parti, di una larga parte del Paese, che non è disposta a rimanere inerme ad assistere al degrado di valori e di sensibilità umana cui si è posto il Paese, una grande espressione di popolo e di valori il cui enfatico riscontro ha fatto da volano e stimolo alla grande partecipazione popolare all’elezione del nuovo segretario del PD.
Con il ‘da qui riparte una idea diversa’, Milano si riappropria finalmente della leadership politica che le è stata sottratta, a cui si era da troppo tempo assuefatta, e senza mai dare l’impressione di volersi opporre,sia da destra e sia da sinistra. Ritorna la leadership politica d’indirizzo, quella che intende dire con autorevolezza cosa va e cosa non va, cosa serve e cosa non serve, rivolto alla propria Regione così come al Paese, sia che si tratti di infrastrutture sia che s’invochino autonomie.
Una leadership non per ostentazioni pro domo propria, bensì espressione di orgogliosa responsabilità politica, civile e sociale che le deriva dalla sua condizione di miglior favore in termini di saperi e competenze da voler condividere.
Una declinazione di milanesità politica in linea con la sua lunga storia, assolutamente antitetica a quella di Salvini, della cui milanesità le tracce si perdono solo negli stadi quando giocano i rossoneri, e la cui radicalità di declinazione della politica, prima di sinistra e poi di destra, è assolutamente estranea alle tradizioni culturali, civili e sociali della città.Una leadership politica che va ben oltre le circonvallazioni o i confini catastali della città, che si sottare da ogni tentazione autarchica, anacronistica per una città globale, e proprio perché tale non può che essere in contrasto dell’ostentazione dei sovranismi sia nazionali che regionali, atti solo a fungere da barriera protettiva per chi teme il nuovo e la competizione. Una leadership politica che impone di porre Milano, a capofila dell’euro pensiero in antagonismo col sovranismo, nonché di propositore costruttivo per la
reingegnerizzazione dell’architettura istituzionale, soprattutto per una migliore funzionalità per affrontare i bisogni della popolazione, per la quale l’autonomia è la via indispensabile, ma che proprio per questo dovrebbe suggerire qualche riflessione coinvolgente nel Paese, perché non può essere ridotta ad una trattativa in famiglia per giustificazioni elettorali né tanto meno a trampolino per strumentalizzazioni geo-ideologiche. Le premesse non possono che essere quelle del rispetto dei valori costituzionali di solidarietà declinandoli in chiave di miglior efficienza nel dare risposte alla variabilità dei bisogni dei cittadini, indicandone la scala e la sequenza delle priorità indispensabile che in un sistema di risorse finite si configurano in produttività. I duecentomila di sabato, hanno sugellato, che Milano oltre a continuare e perseguire primato del Pil ha il dovere di esercitare il primato della politica, da declinare secondo i valori emblematici che la connotano,innovazione e solidarietà, e che la pluralità della partecipazione evidenzia anche venir meno della concezione che la politica, per essere buona debba essere espressione dell’autarchia del partito guida.
Mimmo Merlo (lavocemetropolitana.it)

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