
Le guerre spopolano le terre come dice un antico proverbio, ma, oltre a fare le vittime di guerra, finiscono per colpire anche chi le promuove. La povertà dell’umanità aumenta con le guerre e non fa certamente crescere la ricchezza a parte per i disumani fabbricanti di armi, di morte e distruzione. Anche per la guerra in Iran, sono in molti a scendere in campo per dire che questa guerra affosserà anche l’economia.
Trump ha iniziato la guerra senza valutare le conseguenze. Forse non può dire di no a Netanyahu.
Il conflitto potrebbe durare molto perché l’Iran si sta preparando pensando a una guerra di logoramento. Marcello Foa, giornalista, saggista, docente di comunicazione all’Università Cattolica di Milano e all’USI di Lugano, fondatore di Liberti Media, che inizierà le pubblicazioni il 17 marzo, osserva: “Ma se così fosse potrebbe portare non solo a una destabilizzazione dell’area mediorientale, ma anche a un difficile periodo per l’intera economia mondiale”.
Sarebbe l’esito di una vicenda bellica nella quale Trump si è imbarcato senza una corretta valutazione dei rischi, ignorando l’intelligence e gli esperti militari e dando retta a Netanyahu. Una iniziativa così insensata dal punto di vista geopolitico da far pensare che il premier israeliano possa condizionare le scelte dell’inquilino della Casa Bianca. L’America ha da sempre un occhio di riguardo nei confronti di Israele, con Trump, tuttavia, si sta andando oltre l’immaginabile: è evidente che la guerra sia stata voluta da Netanyahu, ma stavolta il presidente USA lo ha assecondato, mentre i suoi predecessori alla Casa Bianca si erano sempre opposti. Il premier israeliano ha deciso questo attacco senza neanche un pretesto valido. Si sarebbe mosso perché sicuro del fatto che altrimenti ci sarebbe stato l’attaccato degli iraniani con la pericolosità di avere anche una bomba atomica. Ma la motivazione sembra solo di facciata.
Alcuni avanzano anche l’ipotesi che Netanyahu abbia degli elementi molto forti nei confronti di Trump per questioni ignote, forse legate a qualcosa che lo ha spinto nell’avventura di una guerra con il premier israeliano. Ovviamente, sono solo ipotesi poiché non ci sarebbero ragioni valide dal punto di vista geo strategico tali da indurre gli Stati Uniti ad agire in questo modo. Anche la pista dei files Epstein non sarebbe esclusa. Non sappiamo cosa abbia da nascondere Trump, ma i conti non tornano.
Non si capisce qual è l’interesse americano a scatenare il conflitto, se non quello di distrarre. L’unica vera ragione per Trump, al di là delle questioni personali, potrebbe essere quella di distogliere l’attenzione pubblica dai due dossier che lo stavano imbarazzando molto, cioè le evidenti omissioni nel caso Epstein e la sentenza della Corte Suprema sui dazi, che per lui ha rappresentato una sonora sconfitta. La questione è che se alziamo lo sguardo in un’ottica geostrategica, per Israele va bene qualunque soluzione che diminuisca il potere degli ayatollah e possibilmente arrivi addirittura a un Iran frammentato, con bande in lotta tra loro (dividi et impera). Mentre dal punto di vista americano ci sarebbe solo una vera ragione strategica.
Trump ha messo tre Paesi nel mirino: il Venezuela, uno dei principali fornitori di petrolio della Cina, la Groenlandia, per evitare il rischio che diventi cinese e per accaparrarsi terre rare e metalli preziosi indispensabili al futuro degli Stati Uniti, e l’Iran, perché dallo Stretto di Hormuz transita il 50% del petrolio che va verso Pechino. È evidente che se Trump riesce a prendere il controllo dell’Iran, toglie un fornitore alla Cina: se mette le mani sullo Stretto di Hormuz, in qualunque momento può chiudere la pompa della benzina per i cinesi. La vera questione, però, è quale prezzo si pagherà e quale sarà il risultato finale. In questi argomenti ci troviamo immersi nella nebbia più fitta senza radar a disposizione.
Questa guerra è stata preparata male, è stata sconsigliata dai vertici dell’intelligence e da tutti i militari, ma Trump l’ha voluta fare lo stesso. Si è preso una grossissima responsabilità, perché non è affatto detto che Stati Uniti e Israele vincano. In questo caso gli israeliani non sarebbero contenti. Trump potrebbe essere costretto dal disastro economico, finanziario, energetico che ha provocato ad abbandonare gli israeliani o a non condividere più i loro obiettivi. È una possibilità, anche se per ora non si manifesta. Se questa guerra, come gli esperti più avveduti sostengono, andrà avanti per settimane o mesi, con i Paesi del Golfo che iniziano a crollare, la crisi energetica che si prolunga e i mercati azionari che vanno giù, il rapporto costi-benefici non c’è. Trump l’ha decisa consultandosi con il genero Kushner e il segretario della Difesa Hegseth. Da un presidente ci si aspetta che prima di scatenare un conflitto faccia almeno i compiti a casa e qui ha agito contro l’opinione della maggior parte dell’intelligence e della difesa, ma probabilmente in vista di possibili guadagni personali derivanti da speculazioni finanziarie della sua famiglia.
Quando si scatena una guerra la principale vittima è la verità. In questo momento stiamo assistendo a una serie di notizie ingigantite o nascoste. C’è chi sostiene che l’Iran sia riuscito a colpire sia le basi americane sia in Israele molto più in profondità di quanto ci abbiano detto, ma non abbiamo osservatori indipendenti che ce lo possano confermare. Colpisce, però, che nei commenti sull’Iran prevalga la logica del tifoso, pro-Israele o pro-Trump, per cui qualunque cosa facciano va bene, oppure contro gli USA e quindi per forza con gli ayatollah. Ma questa è la logica che impedisce al pubblico di analizzare e farsi una sua opinione. La guerra che viene rappresentata come in una tifoseria da stadio, come se fosse qualcosa di inevitabile e dove le persone dovranno scegliere da quale parte stare e per chi combattere. Nessuno, a parte lo spagnolo Gonzales, ha detto che le guerre non hanno motivo di esistere.
È stata data notizia che l’Iran avrebbe colpito un impianto di desalinizzazione nel Bahrain. È un episodio molto importante, perché se l’Iran comincia a colpire le infrastrutture di questo tipo, significa che Stati come Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi, Dubai, insomma tutta la ricchissima zona del Golfo, rischia di crollare perché resta senz’acqua, che in questa area è un bene più prezioso del petrolio. Se la strategia iraniana è colpire questo tipo di installazioni potrebbe mettere in ginocchio tutti i Paesi produttori di petrolio.
L’impressione è che gli iraniani si siano preparati per vent’anni a questo tipo di conflitto, con piani di resistenza di lungo periodo per una guerra di logoramento. Se questo scenario è corretto, dobbiamo aspettarci tempi lunghi e una destabilizzazione profonda dell’economia mondiale. Trump rischia di pagarla a livello elettorale, ma il prezzo lo stiamo pagando tutti, a causa delle ambizioni folli di Netanyahu, che coltiva il sogno di distruggere l’Iran e il progetto del Grande Israele. Per lui il conflitto è perfettamente funzionale per ora, ma se dovesse andare male rischia di trasformarsi in un disastro anche per Israele.
Intanto, altro che MAGA, Trump in Iran è stato già sconfitto nella velleità di poter decidere i governi degli altri paesi come ha detto dopo il risultato del raid in cui è morto Khamenei.
Adesso tocca all’Unione europea prendere una posizione che non sappiamo se riuscirà a far cessare le follie di Trump e Netanyahu. Intanto si cominciano a calcolare i danni prodotti nel mondo anche a paesi non coinvolti direttamente dal conflitto con l’Iran. Cui prodest? A nessuno. L’unica cosa da fare veramente è quella di riunirsi seriamente in un tavolo di pace promosso dall’Onu per tutti i Paesi del mondo.
Salvatore Rondello

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