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Echi di Obama e Sanders nella vittoria di El-Sayed in Michigan

«Non ho bisogno che ti piaccia, ho solo bisogno che tu vinca». Così Chuck Schumer, senatore dello Stato di New York e leader della minoranza democratica al Senato, si è rivolto ad Abdul El-Sayed dopo la sua vittoria alle primarie del Partito Democratico in Michigan per un seggio al Senato. Schumer aveva offerto il suo endorsement a Haley Stevens, che El-Sayed ha sconfitto con il 48,5% contro il 47,5% dei voti.

di Domenico Maceri | 12 Agosto 2026

«Non ho bisogno che ti piaccia, ho solo bisogno che tu vinca». Così Chuck Schumer, senatore dello Stato di New York e leader della minoranza democratica al Senato, si è rivolto ad Abdul El-Sayed dopo la sua vittoria alle primarie del Partito Democratico in Michigan per un seggio al Senato. Schumer aveva offerto il suo endorsement a Haley Stevens, che El-Sayed ha sconfitto con il 48,5% contro il 47,5% dei voti. Schumer aveva preferito la Stevens, ritenendo El-Sayed troppo progressista e considerando che, in Michigan, uno degli Stati tradizionalmente in bilico, una candidata centrista avrebbe avuto più possibilità di vittoria. Dopo l’esito elettorale, però, è tornata la pace e sia Schumer sia Stevens hanno fatto quadrato per sconfiggere Mike Rogers, avversario repubblicano di El-Sayed, che ha ricevuto l’endorsement del presidente Donald Trump.

La vittoria di El-Sayed echeggia quelle di altri progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare democratica di New York, e, in tempi più recenti, quelle di Zohran Mamdani, sindaco di New York, Katie Wilson, sindaca di Seattle, Brandon Johnson, sindaco di Chicago, e Michelle Wu, sindaca di Boston. In questi casi, però, si tratta di luoghi considerati roccaforti democratiche. La vittoria di El-Sayed è avvenuta in uno Stato “turchese”, che nelle elezioni presidenziali può passare da un partito all’altro. Trump vinse nel 2016 e nel 2024, sconfiggendo rispettivamente Hillary Clinton e Kamala Harris, ma nel 2020 fu sconfitto da Joe Biden. Schumer aveva dunque scommesso su una candidata centrista, seguendo una strategia tradizionale dell’establishment democratico.

El-Sayed è però riuscito a prevalere con una campagna incentrata su una piattaforma che riflette quella del gruppo dei Democratic Socialists of America, anche se lui non si è definito membro dell’organizzazione. Le sue idee, però, echeggiano temi già noti di tanti progressisti: l’ampliamento della sanità pubblica per coprire tutti i cittadini, la revisione dei finanziamenti a Israele e ad altri Paesi, l’aumento delle tasse per i più benestanti, il rifiuto di contributi politici da parte delle grandi aziende, l’aumento del salario minimo, ecc. Idee che sono nate con il «nonno» dei progressisti, Bernie Sanders, ma che sono state adottate da una nuova leva di giovani politici progressisti.

El-Sayed è riuscito a sconfiggere Stevens nonostante quest’ultima avesse ricevuto notevoli contributi finanziari dall’establishment del Partito Democratico e altri ingenti fondi da lobby. Si calcola che decine di milioni di dollari siano stati spesi per sostenere la campagna di Stevens, con una parte significativa proveniente da AIPAC, l’American Israel Public Affairs Committee, una lobby americana il cui obiettivo consiste nel sostenere politiche favorevoli a Israele. El-Sayed, nella sua campagna, ha preso le distanze dalla politica americana di forte sostegno a Israele, che il neo-candidato a senatore del Michigan ha accusato di genocidio, come hanno fatto anche altri leader progressisti.

Per queste idee il presidente Trump ha attaccato ferocemente El-Sayed, accusandolo di «odiare Israele» e definendolo anche comunista, come spesso fa con tanti altri suoi avversari politici. Questa presa di posizione verso Israele non ha impedito a El-Sayed di prevalere, anche perché l’opinione pubblica americana si è allontanata da quella del governo israeliano. L’indice di gradimento degli iscritti al Partito Democratico nei confronti di Israele è sceso sensibilmente negli ultimi anni. La politica fortemente militarista di Israele ha anche modificato le preferenze degli americani e la loro visione del conflitto tra palestinesi e israeliani. Gli ultimissimi sondaggi ci dicono che i palestinesi sono leggermente più sostenuti degli israeliani (41 contro 36%).

Anche Trump se ne è reso conto e i dissapori con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stanno venendo a galla, poiché il presidente Usa sembra avere capito che la pressione per entrare in guerra contro l’Iran si è rivelata un grosso sbaglio.

I democratici dovrebbero avere successo nelle elezioni di midterm a novembre, specialmente alla Camera, dove si ritiene che abbiano ottime possibilità di conquistare la maggioranza. Al Senato la strada non è altrettanto spalancata, ma il seggio del Michigan, che potrebbe essere vinto da El-Sayed, sarebbe indispensabile.

Alcuni analisti hanno fatto notare le similarità fra El-Sayed e Barack Obama, il 44esimo presidente Usa. I due hanno forti legami con altri Paesi. Va ricordato che il padre di Obama era nato in Kenya, mentre i genitori di El-Sayed sono nati in Egitto. Entrambi hanno completato brillanti carriere accademiche, con legami con la Columbia University. Obama si è laureato alla Columbia University a New York, completando più tardi la laurea in giurisprudenza alla Harvard University. El-Sayed si è laureato all’Università del Michigan, poi ha ottenuto un dottorato in salute pubblica alla Oxford University con una prestigiosa borsa di studio Rhodes Scholar, e la laurea in medicina alla Columbia University.

Entrambi sono oratori carismatici, ma El-Sayed si trova politicamente più a sinistra. Obama ha ottenuto successi politici creando una coalizione di diversi gruppi, mentre El-Sayed ha puntato su una politica maggiormente populista. Dopo la sua vittoria alle primarie, El-Sayed ha ricevuto una telefonata da Obama, senza però rivelare i contenuti della conversazione. El-Sayed spera che l’ex presidente faccia campagna politica per sostenerlo, anche se ha ammesso di non vedere tutto alla stessa maniera. Nel suo libro Healing Politics ha scritto che la presidenza di Obama rappresenta, in parte, «intenzioni ispirate ma non realizzate». Forse El-Sayed riuscirà a realizzarle da senatore o, chissà, da presidente?

Domenico Maceri

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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