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È VERO, IL SOCIALISMO NON BASTA

“Nessuno dei grandi partiti progressisti al potere, in questo momento di straordinari cambiamenti si chiama socialista o ha a che fare con la nostra tradizione. Persino l’Internazionale Socialista sembra essere un’organizzazione troppo eurocentrica”. Di Massimo D’Alema

di Redazione Pensalibero.it | 6 Dicembre 2010

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento pronunciato da Massimo d’Alema alla riunione del Consiglio del Partito socialista europeo che si è tenuto a Varsavia. Ci asteniamo dal commentarlo e lo offriamo come importante contributo al dibattito sulla crisi dei partiti progressisti in Europa e sulla costruzione di una nuova identità della socialdemocrazia europea. D’Alema, che alla socialdemocrazia è approdato dopo averla avversata ha detto la sua…per superarla. Ma, come sempre, dice cose interessanti e intelligenti.

”Oggi, in Europa, siamo testimoni di una crisi della socialdemocrazia e delle forze socialdemocratiche. Nei sistemi bipolari l’alternanza al governo è fisiologica. In questa alternanza fisiologica, la sinistra ha avuto il suo ciclo positivo negli anni ’90: un corso favorevole che per alcuni paesi è andato ben oltre quel decennio. In questo momento, invece, viviamo un periodo in cui questa fisiologia è particolarmente negativa. In verità non assistiamo più alla semplice alternanza tra forze conservatrici e forze socialdemocratiche, ma alla crisi della socialdemocrazia, che è parte della crisi dei sistemi politici e democratici europei.
Non dobbiamo indulgere in una analisi consolatoria dei tempi che stiamo attraversando. La crisi ha portato alla luce la questione della rilevanza dei nostri valori: siamo stati sconfitti perché, sulla scia della Terza via, li abbiamo abbandonati. A prima vista, la chiave per vincere ancora potrebbe essere un ritorno all’ortodossia, mettendo da parte l’esperienza degli anni ’90.
La gran parte delle critiche alla Terza via, a mio parere, hanno fondamento. La sua principale mancanza era la subordinazione culturale al neoliberismo e una visione troppo ottimistica della globalizzazione. Tuttavia credo anche che essa abbia lasciato una eredità positiva, non dimenticando che essa è stata una risposta alla crisi del modello tradizionale socialdemocratico.
Negli ultimi anni abbiamo visto la sconfitta di entrambe le esperienze: la sconfitta della componente del socialismo europeo, che ha abbracciato acriticamente il destino della globalizzazione, ma anche di quelle componenti che si illudevano fosse possibile proteggere lo stato sociale dalle sfide di un mondo globalizzato.
Se la Terza via ha rappresentato una risposta inadeguata alla crisi del modello socialdemocratico, dovremmo anche considerare che le fondamenta di quel modello sono scomparse: una certa idea di crescita economica in Europa, la centralità del modello fordista di organizzazione del lavoro, il primato dello stato e la dimensione nazionale in opposizione a quella internazionale.
Oggi la destra sta vincendo in Europa. Ma credo che questa destra non sia in grado di fornire risposte. E quelle che sta dando sono semplicistiche e regressive. Si consideri per esempio la riscoperta delle radici identitarie, la paura degli immigrati, il legame con la terra, l’uso politico della religione. Questa destra, in realtà, ha mostrato la sua capacità di interpretare i sentimenti e gli umori più profondi della società moderna, di cavalcare le sue paure. Ma sembra particolarmente debole nella sua capacità di gestire la crisi e di offrire soluzioni. Guardiamo gli ultimi sondaggi: Angela Merkel si trova in questo momento in una situazione di minoranza; la maggioranza degli italiani non sostiene più il governo Berlusconi; in Francia, la posizioni di Sarkozy non è migliore.
Considerato questo contesto favorevole, dovrebbe essere possibile gettare le fondamenta di un nuovo ciclo progressista, ma dobbiamo aver presente che le difficoltà della destra non corrispondono automaticamente al successo della sinistra. Infatti in nessuno degli stati che ho citato i partiti socialdemocratici possono emergere da soli come una alternativa concreta. Nonostante il fatto che socialisti e socialdemocratici sono e rimarranno la forza di maggioranza all’interno della sinistra, non dobbiamo sottovalutare l’estrema frammentazione del panorama politico. Penso ad esempio ai Verdi, a formazioni politiche locali.
Dunque, la principale sfida che socialisti e socialdemocratici devono affrontare oggi è la progettazione di un nuovo ciclo politico, che non deve essere il semplice ritorno al vecchio modello tradizionale socialdemocratico. Piuttosto, dobbiamo considerare il contributo che la socialdemocrazia europea può offrire ad una coalizione progressista e democratica. Non lo dico soltanto dal punto di vista partitico, ma anche in termini culturali e sociali più ampi e profondi. Un’ampia coalizione della quale la socialdemocrazia sarà solo una componente.
Su quale piattaforma dovrebbe essere costruita questa alternativa progressista europea? Sono convinto che si debba basare su tre pilastri: democrazia, uguaglianza, conoscenza e cultura. Per quanto riguarda il primo, la questione della democrazia deve riguadagnare centralità nel nostro pensiero e nel nostro messaggio. La democrazia è nata e si è sviluppata negli stati-nazione. Oggi la democrazia come la conoscevamo è messa in discussione dal dispiegarsi della globalizzazione, dalla asimmetria tra il potere dei grandi gruppi finanziari e gli strumenti per l’azione pubblica. Dobbiamo rimettere la politica davanti all’economia, dobbiamo sostenere il principio che le istituzioni politiche e democratiche devono dirigere e regolare l’economia al di là dei confini degli stati-nazione (…) Il secondo pilastro di questo nuovo progetto progressista deve essere l’uguaglianza. Lo sviluppo globale non regolamentato ha prodotto ineguaglianze intollerabili e insostenibili, non solo tra paesi ricchi e paesi poveri, ma persino all’interno degli stessi paesi ricchi. La ricchezza globale è cresciuta, ma la sua distribuzione è stata ineguale. Secondo l’Ocse, nonostante la crescita della ricchezza a livello globale, povertà e diseguaglianze sociali sono cresciute nella maggior parte degli stati sviluppati. Una delle conseguenze di questa diseguaglianza è lo spostamento della ricchezza dal lavoro al capitale. Questo è determinato sia dalla competizione dei paesi emergenti (che hanno schiacciato il costo del lavoro) sia dal fatto che la mobilità dei capitali ha favorito lo squilibrio dei sistemi di tassazione, che hanno gradualmente spostato il peso fiscale su lavoro e imprese. Una riduzione delle diseguaglianze richiede in parte politiche nazionali, ma può essere ottenuta solo a livello internazionale. Per questa ragione, la Financial Transaction Tax rappresenta non solo uno strumento contro la speculazione, ma un importantissimo fattore di equità e giustizia sociale. (…) Per quanto riguarda il terzo pilastro, credo che la promozione della conoscenza e della cultura debba diventare elemento fondamentale del progressismo europeo, perché una nuova fase di sviluppo può essere fondata solo su queste premesse cruciali. Il mondo sta attraversando una fase di trasformazione. La classifica dei paesi più ricchi è in costante cambiamento. Dobbiamo essere consapevoli che nel 2025 la Cina e l’India produrranno il 40 per cento del Pil globale, mentre l’Unione Europea rischia di raggiungere solo il 15 per cento. Alla luce di questi dati, cultura, ricerca e innovazione devono diventare uno dei più importanti asset della Ue.
Non sono d’accordo con chi dice che in un momento così difficile non possiamo permetterci di investire in ricerca e sviluppo. Al contrario, sono certo che è esattamente in questi tempi di crisi che dobbiamo investire nella ricerca, nello sviluppo di nuove tecnologie ecocompatibili, nell’istruzione e nell’università. In un momento di crisi globale l’istruzione e la ricerca non sono un lusso, ma piuttosto il motore dello sviluppo. (…) Democrazia, uguaglianza e innovazione devono essere le fondamenta sulle quali costruire una nuova stagione progressista. Questo è il momento di essere coraggiosi. Dobbiamo sapere che per portare a termine con successo questo obiettivo le forze socialdemocratiche non possono essere sole. Se le parole hanno significato e valore, la socialdemocrazia tradizionale, che ha rappresentato una delle correnti politiche più importanti e ricche del Ventesimo secolo in Europa, da sola non è più sufficiente. La sfida, per noi, è intraprendere una trasformazione radicale, metterci in gioco, coinvolgere le forze progressiste e democratiche al di là dei nostri confini, al di là della nostra famiglia politica. Si può pensare che la costruzione di una moderna forza progressista e democratica, che miri al suo rinnovamento culturale, sia un problema solo italiano. Non è così. Guardiamo a quanto sta succedendo nel mondo al di fuori del Vecchio Continente. Nessuno dei grandi partiti progressisti al potere, in questo momento di straordinari cambiamenti si chiama socialista o ha a che fare con la nostra tradizione. Persino l’Internazionale Socialista sembra essere un’organizzazione troppo eurocentrica, che non dà la necessaria e giusta rappresentanza alle grandi e originali forze che stanno animando le trasformazioni politiche nei loro paesi. Si tratta di interlocutori essenziali, se vogliamo dare una risposta progressista alla crisi globale. Si pensi al Partito Democratico americano, al Pt brasiliano, al Partito del Congresso in India o all’African National Congress.
Abbiamo imboccato la strada giusta quando abbiamo costituito il Global Progressive Forum. Adesso è giunto il momento per un passo avanti ulteriore: istituire un “global progressive movement”, nel quale paesi di miliardi di persone possano essere protagonisti, non semplici osservatori. Dovremmo essere gli orgogliosi promotori di questa iniziativa, per ampliare i nostri confini, per rinnovare le nostre idee e le nostre proposte. Dobbiamo lavorare insieme, progressisti e democratici di tutto il mondo, per mettere in atto questi cambiamenti.”

Intervento del presidente della Feps ( Fondazione per gli Studi progressisti europei ) al consiglio Pse (Varsavia, 3 dicembre 2010)
Massimo d’Alema

Pubblicato in : Dossier

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