
Ricordate quando sembrava non fosse lecito nutrire dubbi, anche tenui, sulle sentenze della magistratura? E ricordate lo stucchevole ma anche intimidatorio coro di accusa dei giustizialisti: “vogliono delegittimare la magistratura”? E ricordate ancora quanto la stampa benpensante e conformista appoggiava questo coro intimando autocensura a chi si ostinava a non adeguarsi al mainstream, ovvero al pensiero prevalente?
Impossibile dimenticarselo, perché chi criticava un magistrato lo faceva a suo rischio e pericolo. Ovvero, un rischio che si poteva ben correre: essere isolati da un mondo fatto di cipigliosi moralisti, perennemente tristi e arrabbiati. Gente capace di eccitarsi solo alla vista delle manette e della sofferenza altrui e di andare in estasi alle esternazioni di Di Pietro, delle quali sarebbe interessante sapere quali parole comprendevano e quali concetti siano loro rimasti in mente.
Ecco, tutta questa sbrodolata per dire che ora c’è qualche soddisfazione che ci potremmo levare se la gente come noi fosse come sono loro, i moralisti giustizialisti e manettari. Un loro campione, di quelli che non militano nei tornei parrocchiali del giustizialismo, ma disputano oltre la serie A, addirittura la Champions Leguae, è stato condannato a un anno e dieci mesi per essersi appropriato di indennità non dovute. Trattasi dell’ex pm Antonio Ingroia, uno di quelli che voleva mandare al gabbio mezzo governo e, già che c’era, anche un presidente della Repubblica. E che poi, aveva tentato di mettere a frutto la notorietà scontatamente acquisita, creando (come ti sbagli!) un partito politico. Il partito, come è noto, non gli portò grandemente fortuna e l’ex PM non esitò a cercare conforto dall’allora governatore della Sicilia, Rosario Crocetta che lo gratificò nominandolo amministratore della società regionale “Sicilia e-servizi”. Ed è questo, appunto, che ha fatto incappare l’ex PM spettro dei corrotti e dei governanti “in combutta” con la mafia, nelle maglie della giustizia. Per una cosa piccola, piccola che però configura un reato grosso, grosso come il peculato. Alla fin fine: come qualsiasi impiegato che timbra il cartellino e poi, invece che in ufficio viene sorpreso al supermercato. Ingroia, è doveroso sottolineare, contesta duramente la condanna e proclama tutta la sua innocenza. Insomma: critica la sentenza e i magistrati, avvalendosi di un diritto sacrosanto che negava ad altri, quando svolgeva le funzioni di pubblico ministero. A nostro parere fa bene, visto che si sente innocente. Faceva male quando pretendeva che nessuno lo criticasse.
Tuttocchiali

Lascia un commento