
Venezia è di fatto una città pedonale, con percorsi urbani rigidamente divisi fra pedoni e altri mezzi di trasporto (barche, motoscafi) e con terminali alla periferia per mezzi a lunga percorrenza: la stazione Santa Lucia per i treni, Piazzale Roma per automobili e trasporti su gomma, e l’aeroporto della Tessera per i collegamenti aerei.
Questo schema non potrebbe essere adatto anche a tutte le città postindustriali? Percorsi per pedoni con tutte le attività commerciali al minuto, strade dedicate a mezzi solo urbani e non inquinanti (anche in sharing per un numero controllato di veicoli) e una rete sotterranea per distanze non copribili come pedoni.
A questo modello, più o meno consapevolmente, tendono molte città come Milano oggi massacrate dalla promiscuità dei percorsi che vedono negli stessi assi: pedoni, veicoli di tipo urbano (bici, monopattini, scooter) veicoli per lunghe percorrenze, mezzi per la distribuzione di merci, mezzi pubblici di superficie in un bailamme inquinante di gas e rumori che appare sempre meno accettabile.
La deindustrializzazione prima e la successiva tecnologia del lavoro in remoto attuale, annullano la necessità di spostamenti di masse concentrate in alcuni luoghi (fabbriche e/o centri direzionali) e in certe ore della giornata (le ore di punta), rendendo più rari e meglio distribuiti nel tempo e nello spazio gli spostamenti.
Il nuovo (o antico?) modello di città consentirebbe quella umanizzazione del vivere che a Venezia ancora si sente nonostante la quotidiana invasione turistica. Uscire dal gigantismo delle attuali città monocentriche e addivenire ad una “composizione di villaggi” cittadini, pedonalizzati all’interno di una più vasta area metropolitana (se questa è necessaria) per il recupero di una vita individuale e sociale più intima e rilassata attraverso la bellezza dei luoghi e la serenità delle atmsfere.
Proprio l’evoluzione frammentativa della produzione, cioè che non necessita di grandi masse lavorative né di grandi impianti, fa ritornare attuabile ovunque la dimensione umana di Venezia.
Una possibile grande rivincita dopo due secoli in cui il modello Venezia è stato ritenuto antiquato, non adatto ai tempi e alle tecnologie industriali e che aveva ridotto la città ad oggetto peculiare, quasi esotico, ad una sorta di parco Disney dell’antichità.

Immaginare di Venezia come città del futuro può contribuire al complessivo cambiamento economico e funzionale della stessa al fine di attirare nuove professionalità digitali e culturali al fine di consentire una progressiva sostituzione al monopolio del turismo di massa con una serie più articolata di attività produttrici di reddito per la cittadinanza. Una città di nuovi professionisti, studenti universitari, ricercatori e accademici, centri d’arte e gallerie in cui il turismo trova una sua collocazione non debordante, una convivenza non dominante.
Certo è che saranno necessarie politiche di incentivazione in un senso e di parallelo scoraggiamento nell’altro. Non mi capacito di capire perché mai le autorità di Venezia gradiscono centinaia di commercianti del Bangla Desh che promuovono e vendono paccottiglia cinese. Dov’è il vantaggio per Venezia e i veneziani? Quattro lire per le licenze e le imposte? Ma questo vantaggio è paragonabile allo svantaggio sull’immagine e sulla qualità complessiva di Venezia? Un riequilibrio delle attività economiche veneziane e un ripopolamento della città passa atraverso qualche sacrificio e sarebbe ora che tali sacrifici li facciano le parti meno qualificanti della città. Sarò duro ma non si può fare politica né strategia accontentando tutto e tutti.
Francesco Pellizzari


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