L’editoriale di TerzaRepubblica
Renzi è cosciente che la legge rischia di non passare, ma siccome il suo vero obiettivo sono le elezioni subito, in contemporanea con le europee, sa altrettanto bene che esso è perseguibile in entrambi i casi.

Insomma, non brilla tutto quel che luccica. Ora il passaggio di “Italicum” alla Camera è indolore, ma quando sarà il momento del Senato, è più facile pronosticarne l’impallinamento che scommettere sulla sua approvazione. Senza contare che cominciano ad affollarsi pareri relativi a possibili profili di incostituzionalità della riforma (l’ultimo è di Violante) e critiche pesanti nel merito (sprezzante Pasquino, duro Onida), mentre obiettivamente non è facile ribattere a chi sostiene che la proposta sembra fatta apposta per contraddire il senso dei rilievi con cui la Corte Costituzionale ha bocciato il Porcellum (anche se le motivazioni della Corte sono così “tirate” che è lecita ogni lettura). Ma, viene da domandarsi, se sono così lampanti le difficoltà di far passare questa proposta, perché Renzi ci si ha messo platealmente la faccia? Perché ha voluto cominciare la sua partita di neo-segretario del Pd proprio da lì e con quel tipo di proposta, figlia del patto stretto con Berlusconi, pur sapendo che al Senato i numeri non ci sono e che dalla strana convergenza D’Alimonte-Verdini (i veri padri della proposta partita iberica e finita italiota) non c’era da aspettarsi niente di buono? E perché invece di fare di tutto per creare le condizioni più favorevoli all’aggancio dei senatori non suoi, ha scelto al contrario la strada della sfida mostrandosi incurante della loro possibile rottura? Escludendo la risposta che contempla la stupidità o anche solo la sciatteria (anzi, il sindaco di Firenze sta mostrando doti non comuni di tattico scafato), la spiegazione più logica sta nella frase che Renzi va ripetendo in queste ore: “se la legge non passa la legislatura finisce”. Eccola, la chiave: Renzi è cosciente che la legge rischia di non passare, ma siccome il suo vero obiettivo sono le elezioni subito, in contemporanea con le europee, sa altrettanto bene che esso è perseguibile in entrambi i casi. Infatti, se la legge passasse, non avrebbe senso che una legislatura malnata continuasse a vivacchiare (vegetare) anche dopo che il Parlamento si è dato nuove regole per rinnovarsi. Se, al contrario e come è più probabile, la legge non dovesse passare, quale miglior scusa ci sarebbe per far saltare il banco?
Se poi a questo si aggiunge che la proposta presentata fa acqua da tutte le parti, il cerchio si chiude. Perché, al di là della controversa e comunque non decisiva questione “preferenze-liste bloccate”, che sarebbe stato meglio risolvere adottando i collegi uninominali, il cervellotico sistema escogitato, privo di qualunque parentela con i sistemi europei più consolidati, ha palesemente questi difetti: adotta un premio spropositato a fronte di una soglia bassa (chi si conquista 220 deputati se ne vede regalati 113), con in più il rischio che si verifichi il caso che partiti alleati concorrano a far raggiungere alla coalizione la soglia del 35%, ma poi non superino la soglia specifica d’ingresso, per cui la rappresentanza, premio compreso, va ad un solo partito; somma sbarramento e premio, producendo uno squilibrio eccessivo tra l’obiettivo della governabilità e quello della rappresentatività; introduce il doppio turno non tra candidati, come è ovunque si usi questo meccanismo (per esempio in Francia) ma tra le due coalizioni maggiori se la soglia non viene raggiunta; induce (stesso difetto del Mattarella e del Calderoli) a formare coalizioni buone per vincere ma non per governare; se ne frega che il sistema sia ormai tripolare; non annulla l’indicazione del nome del candidato premier prevista da norme precedenti, palesemente in contrasto con il profilo costituzionale del nostro sistema istituzionale, che assegna al Capo dello stato il compito di indicare il nome del presidente del Consiglio e al parlamento di approvarlo. Insomma, un italico pasticcio che ignora i motivi del fallimento della Seconda Repubblica (non è un caso che Segni sia favorevole!).
Ma non preoccupatevene troppo: è più probabile che si vada a votare con la legge riveniente dalla Corte Costituzionale. O che non si vada a votare nel 2014, e allora saranno guai per Renzi.

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