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E SE IL G20…

Quello che questo G20 rappresenta, al di là di tutto, è un cambiamento dell’economia politica e in sostanza anche della politica: soltanto il tempo ci dirà se ciò inaugurerà davvero un nuovo corso nelle relazioni fra il nord e il sud del mondo oppure se si sarà trattato solo di un fuoco di paglia. Di Filippo Bovo

di Filippo Bovo | 6 Aprile 2009

Il tempo ci dirà se ciò che abbiamo visto a Londra sia stata l’ennesima ripetizione, allargata stavolta a 20 paesi in luogo dei precedenti sette o otto, dei vecchi e noiosi G8 in cui l’unica nota di colore era portata dalle proteste dei pacifisti e dei no-global. Erano quelli dei G7 e dei G8 frettolosi e superficiali, nei quali si pensava di risolvere i problemi del mondo nel giro di poche ore e soprattutto facendo i conti senza l’oste: parlare dei problemi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina senza neppure una rappresentanza formale o parziale di quest’ultimi è sintomatico di una mentalità da Congresso di Berlino del 1878 e difatti il clan dei paesi privilegiati, in questi suoi vertici contestatissimi, ha agito con ottica e finalità neocolonialiste piuttosto che di illuminato progressismo. Che ci piaccia o meno, di progresso se ne parlava molto di più, e con molta più volontà e maggiori risultati, ai vertici dei paesi non allineati di Bandung, o nei vari patti di Casablanca e di Monrovia che videro muoversi personalità di tutta eccezione come gli indimenticati ed indimenticabili Mitterand, Nkrumah, Nehru, Soekarno, e compagnia bella.
Adesso abbiamo il G20: è una novità che rappresenta la necessità del “mondo bianco” di adeguarsi ad un fatto compiuto. Fino ad oggi, dapprima con il furto delle proprie risorse naturali e in seguito con la volontaria scelta di fare dell’Occidente la meta di arrivo dei suoi crediti ed investimenti, il “mondo nero”, “giallo”, “latino” e via dicendo ha sostenuto le spese e l’irresponsabilità economica dei suoi ex schiavizzatori. Adesso che i padroni si trovano in bolletta, i vecchi servi divenuti nuovi padroni a loro volta reclamano il proprio posto a tavola e presentano la lista delle spese. Lula lo ha detto chiaro e tondo: “La crisi è stata provocata da uomini biondi e con gli occhi azzurri, di cui il sud del mondo non si fida”. E poichè è sempre stato il sud del mondo a pagare per i vizi e gli stravizi del nord, e da oggi ed in poi anche per tirarlo fuori dal letame in cui è caduto, ne consegue che il secondo dovrà adeguarsi, per buona educazione e per evidente mancanza di coltello dalla parte del manico, alle regole del primo.
Se trent’anni fa, di fronte al primo concreto scricchiolio del sistema finanziario internazionale, fu il Giappone, l’unico paese asiatico a non aver mai conosciuto la colonizzazione, a presentare il proprio redde rationem, adesso invece sono proprio le ex vittime della Corona Spagnola e Portoghese, del Congresso di Berlino e della Dottrina Monroe a farsi avanti con le loro richieste di risarcimento danni. La parola d’ordine rivolta al “mondo bianco” dai nuovi membri del G20, a cominciare dal BRIC, ovvero Brasile-Russia-India-Cina per continuare con le altre potenze minori, è la seguente: “Vi abbiamo mantenuto, ad un certo punto grazie al vostro stile di vita al di sopra delle vostre possibilità vi abbiamo anche prestato del denaro, adesso siete in amministrazione controllata e perciò seguirete le nostre regole. Dal momento che, in termini di investimenti, per noi continuate ad essere la gallina dalle uova d’oro, vi tireremo fuori dalla materia fecale. Ma tutto ciò avverrà secondo le nostre regole, perchè siamo noi a metterci i soldi”. Il che, ragionando in termini strettamente liberistici, patrimonialistici, pur anche di diritto romano, non fa assolutamente una piega: non è forse così che agisce un creditore nei confronti di un debitore insolvente?
Verranno stanziati, si dice, 1100 miliardi di dollari in favore del Fondo Monetario, della Banca Mondiale e di altri istituti per lo sviluppo, perchè quest’ultimi sono ormai degli strozzini alla canna del gas: non a caso, come contropartita, i cinesi e gli altri parner del BRIC hanno ottenuto che FMI e BM alienino ciò che rimane delle loro riserve auree. In parole povere il FMI e la BM perderanno la loro autonomia finanziaria trasformandosi, da quello strumento di controllo finanziario sulle economie in via di sviluppo in mano agli Stati Uniti, a una dipendenza della Banca Centrale Cinese e degli altri soci creditori di quest’ultima. Poi, tanto per mettere le cose in chiaro, è prevista per il 2010 la riforma della Banca Mondiale: giacchè la Cina e gli altri nuovi partner del G20 ci mettono dei soldi, vogliono giustamente anche avere la certezza che solo loro e nessun altro possano avervi l’ultima parola. Inoltre verranno avanzati direttamente dai paesi del G20 5000 miliardi di dollari agli altri paesi in via di sviluppo colpiti dalla crisi: è inutile dire, anche in questo, chi siano coloro che maggiormente hanno contribuito al raggiungimento di questo montepremi. Dissestate dal crollo americano, le economie dei paesi emergenti entreranno sotto l’influenza del BRIC e dei suoi alleati, gli unici in grado di ridar loro fiato, finanziariamente parlando. Infine, la ciliegina sulla torta che non deve assolutamente passare inosservata: i paesi del BRIC, insieme al loro corollario di soci minori, butteranno sul piatto anche 50 miliardi di dollari per attivare forme di protezione sociale nei paesi del Terzo Mondo, a cominciare da quelli maggiormente colpiti dalla crisi. Al di là della pochezza dello stanziamento, per lo meno se raffrontato a quelli precedenti, è comunque un segnale politico molto forte: fino ad oggi i G7 e i G8 si concludevano con inviti, o ordini, rivolti ai paesi sottosviluppati affinchè privatizzassero e riducessero ai minimi termini ogni qualsivoglia forma di Stato Sociale, giudicato un’inutile spreco a danno del libero mercato. Il Brasile non la pensa esattamente così, e idem per quanto riguarda i suoi confratelli latinoamericani, alcuni presenti al vertice ed altri no, che si sono fatti così rappresentare da Lula; d’altronde l’ingente crescita economica latinoamericana degli ultimi anni s’è basata proprio su una forte redistribuzione delle risorse e sull’introduzione, o reintroduzione in certi casi, delle pensioni, della scuola pubblica dell’obbligo e della sanità pubblica gratuita che erano state soppresse negli anni del superliberismo dei vari Menem, Color De Mello, ecc. Il caso latinoamericano dimostra come solo investendo sull’uomo, che è in ultima analisi la prima e vera risorsa di una nazione, si possa avere una reale e robusta crescita per quest’ultima. Le ricette della nonna propagandate per anni dal “mondo bianco” insieme a BM e FMI hanno provocato solo disastri.
Quello che questo G20 rappresenta, al di là di tutto, è un cambiamento dell’economia politica e in sostanza anche della politica: soltanto il tempo ci dirà se ciò inaugurerà davvero un nuovo corso nelle relazioni fra il nord e il sud del mondo oppure se si sarà trattato solo di un fuoco di paglia. Il passaggio dalla mentalità militare statunitense a quella mercantilista asiatica potrà, non necessariamente ma possibilmente, tradursi in un sostanziale requilibrio mondiale. Ma per vedere questo dovremo attendere ancora un po’ e nel frattempo ciò che dovremo fare è muoversi affinchè la crisi, da sciagura, si trasformi in un’opportunità per portare il mondo fuori da quelle secche in cui proprio un’amministrazione dissennata lo ha precipitato.

Filippo Bovo.

Pubblicato in : Primo piano

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