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E’ ora di passare dalla tattica alla strategia

Il “pericolo” Salvini è stato smorzato, ma sarebbe ora di capire in nome di cosa. Europa si o no, stato o mercato, Trump e Putin o Merkel e Macron? A Di Maio piace la Cina e pazienza per Hong Kong, a Salvini e Meloni continua a piacere Orban, che il Parlamento lo ha ibernato davvero, senza referendum.

di Beppe Facchetti | 31 Agosto 2020
Santi di Tito, Ritratto di Nicolò Machiavelli (foto Wikipedia)

Nel Paese di Machiavelli, la politica è tattica, ma almeno nei momenti di crisi bisognerebbe chiedere al sistema, tutto intero, di prospettare una linea strategica. Non solo cercare ogni giorno il nemico da demonizzare, ma dire quale è l’orizzonte proposto.

L’ultima svolta tattica è di un anno fa, quando Renzi apri clamorosamente le porte del governo PD-5Stelle. Lo scopo era legato all’attualità, evitare che attraverso elezioni anticipate, Salvini ottenesse i “pieni poteri” dati per scontati al Papeete.

Là siamo ancora. Il “pericolo” Salvini è stato smorzato, ma sarebbe ora di capire in nome di cosa. Europa si o no, stato o mercato, Trump e Putin o Merkel e Macron? A Di Maio piace la Cina e pazienza per Hong Kong, a Salvini e Meloni continua a piacere Orban, che il Parlamento lo ha ibernato davvero, senza referendum.

C’è a sinistra un pur modesto dibattito, aperto dal tessitore del PD, Goffredo Bettini, vero dominus della segreteria, mentre nel centrodestra il problema è tutto interno alla contesa tra Meloni in ascesa e Salvini in discesa. Forza Italia sta a guardare con la sola speranza di contare portando voti, pochi ma decisivi, per una maggioranza a destra. Intanto però perde pezzi importanti: Paolo Romani, candidato sconfessato alla Presidenza del Senato, se ne è andato. Mara Carfagna dialoga con il centro, restia a reggere il sacco nazional populista. Berlusconi fa più politica oggi di quando era leader indiscusso con Salvini nell’angolo del 4%. Un minimo pensiero strategico lo fa intravedere, ma ad intermittenza. Vige ancora il principio che il comando è del partito più votato, oggi Salvini, domani chissà. Ma strategia significa sacrificare qualcosa in nome di un obiettivo che valga la pena. Qualche Ministro forzista nel Governo Salvini-Meloni è un po’ poco.

Quanto al centrosinistra, il fascino della strategia attira di più, ma per ora si risolve nel tentativo di trasformare un caso quasi fortuito – il connubio tra il partito “di Bibbiano” e quello dei gilet gialli – in un percorso solido. Bettini ha costruito un modellino teorico con il PD perno di una coalizione duratura con i 5 Stelle, la sinistra e i riformatori (confessione freudiana sulla vocazione non più riformista del suo partito?).  E’ un’idea che piace a Franceschini e molto meno a Guerini, i due capi interni a cui fanno riferimento le truppe dem più numerose (Bettini non ha truppe, ma controlla la politica romana, di cui Zingaretti potrebbe essere il terzo beneficiario, dopo Veltroni e Rutelli, anch’essi sue creature).

Ma che strategia è, quale orizzonte potrebbe aprire una sinistra che puntasse a ripetere una riedizione DS, come se nel PD attuale non ci fosse gente come Bonaccini, Gori, Sala, Del Bono, Nardella, che hanno vinto elezioni locali con un seguito che certo non si riconosce nella nostalgia postcomunista? E che senso hanno, nel terzo decennio del nuovo secolo, statalismo, nazionalizzazioni e assistenzialismo, unico tratto d’unione con i 5Stelle? Partito quest’ultimo in chiaro declino, che si aggrappa alla Raggi e all’antipolitica un po’ retrò del taglio dei parlamentari?

L’Italia ha bisogno di un sistema, a destra come a sinistra, che ci dica chiaramente dove siamo nell’Europa del dopo Brexit e nel mondo in cui negli USA tra meno di 100 giorni potrebbe tramontare l’illusione della politica protezionistica, unilaterale, egoista.

L’ondata populista dell’ultimo decennio è stata – essa si – strategica, e ha offerto una prospettiva, ma si è rivelata fallace.

Quanto durerà ancora, aggredita da una pandemia che è stata ed è un gran bagno di realismo? Il populismo aveva teorizzato un mondo senza politica e senza scienza. Entrambe, con i loro evidenti difetti, sono invece indispensabili. Il populismo aveva schernito l’Europa, ma questa ha saputo reagire. I britannici ne sono usciti proprio mentre ne avrebbero avuto più bisogno. La realtà delle cose è più forte.

Resta il problema di passare dalla tattica, buona solo per il talk show di stasera, alla capacità di piegare la tattica ad una visione, una strategia. Faticoso, pochi like in vista, ma necessario.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: 5 stelle, berlusconi, centrosinistra, cina, crisi, elezioni, europa, franceschini, governo, guerini, italia, meloni, mercato, merkel, mondo, nardella, parlamento, pd, populista, putin, referendum, renzi, speranza, usa, veltroni

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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