
Nessun ribaltone nelle Marche. La destra festeggia. Francesco Acquaroli, presidente uscente di Fratelli d’Italia, viene riconfermato con un margine netto: otto punti di distacco da Matteo Ricci.
Il risultato fotografa un centrodestra solido, con Fdi al 27,5%, Forza Italia sopra l’8% e una Lega in calo ma ancora utile alla coalizione.
Il centrosinistra si ferma al 44,3%, con un Pd che si ferma al 22,5% e una lista civica che non basta a colmare il gap. M5S e Avs, entrambi sotto il 5%.
Ricci non riesce a sfondare neppure nei suoi territori: la provincia di Pesaro. Solo nel comune capoluogo ottiene una vittoria simbolica, insufficiente però a invertire la tendenza.
Schlein ringrazia Ricci e rilancia l’impegno unitario in vista delle prossime regioni al voto. Conte riconosce la sconfitta con poche parole, limitandosi a dire che “la proposta non ha convinto”. Sotto traccia monta la polemica: dentro il Pd c’è chi vuole, non da ieri, ridiscutere l’alleanza con il M5S e chi accusa la segretaria di avere spostato il baricentro troppo a sinistra.
Se si seguisse questo ragionamento si tornerebbe alla situazione tragica del 2022, quando, per responsabilità di Letta in primo luogo, il PD e il M5stelle corsero separati regalando la maggioranza in Parlamento alla destra di Meloni.
Il dato più inquietante non è solo la vittoria della destra, ma l’affluenza ferma al 50%. Mezzo elettorato resta a casa, segno di una sfiducia che colpisce trasversalmente. I ceti più deboli e i precari, che dovrebbero essere la linfa di un’alternativa progressista, non si sono mobilitati. Senza riportare al voto chi ha smesso di crederci, non ci sarà partita vincente per la sinistra.
Dopo le Marche, la prospettiva di trasformare le regionali d’autunno in una spallata al governo sembra tramontata. Probabilmente, se le cose andranno bene, finirà 3 a 3, confermando una situazione politica sostanzialmente ferma e favorevole al governo.
Il problema, a mio avviso, è che il campo progressista, ricostruito dopo il suicidio del 2022, esiste ancora solo nelle segreterie dei partiti, e non nella società. Non è un fronte sociale, non è un movimento unitario che coinvolga realmente le masse popolari in un sentire comune.
L’unità delle forze di opposizione è una condizione necessaria ma insufficiente per tornare a vincere.
L’alternativa nascerà solo se le opposizioni sapranno farsi corpo con le piazze, che oggi chiedono la fine del genocidio a Gaza, ma che esprimono anche un malessere più ampio verso il governo e le sue politiche; rispetto a cui le opposizioni non riescono ancora a presentare una proposta alternativa sufficientemente credibile.
Anche il tema della pace e della guerra legato a quello del riarmo non riesce ad imporsi mancando una visione forte ed unitaria.
Per ora, la destra regge. E il rischio, se il centrosinistra non riesce a parlare a chi non vota più, è che regga ancora a lungo.
Infine, un consiglio semplice a chi si trova in campagna elettorale candidato a presidente o a consigliere per lo schieramento di centrosinistra in Toscana, Puglia, Campania, Veneto e Calabria: non commettere mai l’errore di abbandonare i temi del governo regionale e quindi le politiche locali su sanità, assistenza, economia e infrastrutture.
Chi pensa che il programma non conti si sbaglia e rischia di pagare un prezzo molto alto.
I cittadini si aspettano sui temi del governo regionale proposte serie e concrete, mentre -posso sbagliarmi- finora non ne abbiamo sentite.
Enrico Rossi

Lascia un commento